Wolfs

Mihai - Ja
l -
Lash


MIHAI
Lo aveva braccato come un segugio, seguendo le tracce lasciate tra i vicoli lerci, i locali e le tende. Si era trascinata fino ad un incontro illegale di pugilato a mani nude, una cosa che tra la sua gente era d'abitudine come girare senza sosta e indossare l'oro. Lo aveva osservato, tutto il tempo. Senza rabbia, senza foga. Ogni pugno era un colpo sordo, come uno sparo col silenziatore. Ogni cazzotto era mirato: costole fluttuanti, fegato, mascella, tempia. La sequela di colpi che impartiva al proprio avversario, più alto e più grosso, seguiva un ritmo scandito, una danza, nella quale si esibiva e che faceva fioccare le scommesse come cristalli di neve. I pesos erano mischiati ai dollari. Incassava senza arretrare, gli si era spaccato il labbro inferiore, aveva un immenso livido alla bocca dello stomaco. I muscoli imbevuti di foga, lucidi di sudore, sputo e sangue. Il colpo finale che spinse al tappeto l'avversario era quello che - imparò in seguito - nel gergo pugilistico definiscono un uppercut. Il tipo non si rialzò. Il setto nasale fratturato spinto fin dentro al cranio, qualche scheggia d'osso a bucare la massa grigia e far grondare la coscienza e il sangue, assorbendo l'anima nella sabbia di quella piccola arena. Lei era in una bolla di sapone. Appoggiava le spalle magre al petto del suo guardiano tanto ampio da gettare un'ombra in grado di avvolgerla e nasconderla, ma non agli occhi del suo gemello. Mihai Bregovic e Nadya Bregovic erano nati ad un paio di respiri di distanza. Lui era stato il primo, e quando le contrazioni non terminarono la famiglia si rese conto dell'arrivo dell'altra. Lui era la forza che a lei mancava, lui si era fatto largo, anche a suo discapito, ma non gli era bastato per evitare di finire nella scatola assieme agli altri. Avevano sedici anni. Lui ne mostrava molti di più, le dissero che era la vita da strada, ma le sue braccia parlavano tanto quanto i suoi occhi. Si agganciarono a vicenda. Non avevano bisogno di parlare. Dicono che i gemelli hanno un legame profondo; l'avevano convinta che lui si era dimenticato di lei, che probabilmente era finito in un fosso o a fare il lanciatori di coltelli in qualche spettacolo. Era finito a fare il garzone di bottega, su Phoenix, ma non era una vita tagliata per lui. Era scappato e non lo avevano inseguito, si era trascinato fino a Richleaf e lì aveva girovagato, senza mai piantare radici. Era un cane randagio che ringhiava a chiunque, anche a lei. Lana non sapeva trattare i cani rabbiosi, ma farlo con lui risultò davvero semplice.  
LASH
Le avevano appena regalato un nuovo completo. Era grigio, estremamente formale, un regalo per i suoi diciassette anni. Lei decise di indossarlo proprio per quell'occasione. Mentre si osservavano attraverso il vetro spesso che li separava, nella sala visite della prigione federale di Greenfield, lo scetticismo sul suo viso aveva qualcosa di divertente, e non poteva davvero fare a meno di sorridere. Quando raccolse il telefono e lui fece lo stesso lei finì con lo scoppiare a ridere. Non doveva essere sembrata particolarmente sana, è vero, ma riuscì a recuperare con un respiro. Le parole 'sei libero' riempirono la bocca di una nota soddisfatta, fin troppo fiera. Lui non ci credeva. Le chiese cosa volesse da lui, e lei gli spiegò, con garbo, che rappresentava semplicemente gli interessi della sua famiglia, confondendolo ancora di più. Lash era un tipo goliardico, forse un po' troppo. Non gliene avevano parlato molto bene: per nulla affidabile, un attaccabrighe senza cervello, buono solo a concimare la terra, a giocare con i coltelli e sbronzarsi malamente. Era stato arrestato per lesioni personali, offese ed ingiurie, e detenzione di sostanze illegali. La corte gli aveva fissato un pagamento, commutabile in giorni di galera aggiuntivi, ma lui povero in canna era finito per pagare il suo debito alla società consumando due pasti al giorno e giocando a carte nella cella della prigione. Lei - i soldi di papino - pagò l'ammenda così da abbreviare i giorni di detenzione. Lui aveva sedici anni. Era completamente diverso dai gemelli, tuttavia era possibile leggere nei suoi tratti sfumature familiari, che affondavano le radici nel tessuto vivo di quella famiglia fin troppo ampia. Lo condusse fuori, camminando composta fino alla jeep che li aspettava entrambi. Non era affatto paziente, non le concesse nemmeno il tempo di aprire bocca che cercò di aggredirla. Di tutta risposta si ritrovò steso nella polvere a sputare sangue: nello slancio non si era accorto del prossimo impatto contro il pugno possessivo-protettivo di Mihai. Sul trasporto verso Polaris lei si prese cura del suo viso, nei limiti delle sue scarsissime conoscenze. Non era poi così inutile: sapeva guidare e giocare con i coltelli. Aveva un bel sorriso, sfacciato ma grazioso e chiacchierava tanto, troppo, per uno appena uscito di galera. Non era un cattivo ragazzo, era la vita ad essere stata cattiva con lui. Lo avevano preso per infilarlo nelle crepe in miniera, fargli scavare minerali nelle fessure più strette dove gli adulti non potevano stare - o non volevano andare. Gli avevano piegato la schiena sotto pesi troppo grandi, e nonostante questo, non aveva mai perso la scintilla di vitalità e la voglia di combattere. Lo avevano trascinato da casa a Seven Hills e da lì era fuggito, saltando da un pianeta all'altro. Amava la velocità, l'aria aperta: temeva il buio ed il chiuso più di qualsiasi altra cosa al mondo.
 JAL
Aveva ormai abbandonato ogni speranza. La lista l'aveva percorsa tutta, delle ragazze non ne era sopravvissuta nessuna, o se era sopravvissuta evidentemente chiunque la tenesse con sè non aveva il desiderio di condividerla. L'ultimo nome che aveva cancellato era quello della sorella maggiore Tzigana, morta di parto su Victory e sepolta assieme al suo bambino. Il vecchio capofamiglia le aveva dato dodici nomi da cercare e di tutti ne aveva trovati solo due. La sua linea di sangue sembrava essere destinata ad una vita cruda, ad espiare colpe che di generazione in generazione, assieme al cognome, si tramandavano. Aveva girato ogni angolo del dannato 'Verse, seguendo le briciole di informazioni che si potevano rintracciare nel Rim, così confuse e sparpagliate che era praticamente impossibile collegarle con un minimo senso logico. Jal era per lei polvere gettata al vento. Su di lui non aveva trovato che un nome, ma non sapeva dove questo portasse nè cosa significasse. Non aveva voluto trascinare i fratelli in quella ricerca, ma si sentiva galvanizzata dall'aver ritrovato Lash qualche mese prima. L'ultimo indizio portava a Reno, uno degli Skyplex. Fare domande risultò essere più difficile che mai, lì, ma allo stesso tempo fu facile oliare qualche ingranaggio spendendo più di quanto fosse concepibile. Uno dei croupier del casinò le disse che un ragazzo di nome Jal Bregovic lavorava lì, prima di seguire un equipaggio di schiavisti per il 'Verse. L'idea che uno dei suoi fratelli si fosse schiavizzato pur di pagare i propri debiti le serpeggiava sotto pelle come un incubo ad occhi aperti. Non le avrebbero mai permesso di pagare uno schiavo e aveva già dilapidato quella che era la sua scorta di denaro in viaggi, indagini, mazzette. La vigilia di Natale era a Baton Rouge: passò la giornata ad osservare le aste di schiavi, cercando tra i visi quello del proprio fratello. Il tizio dello Skyplex non aveva saputo darle alcuna foto, e la descrizione era talmente sommaria da risultare inutile. I tatuaggi non erano poi così distintivi, o almeno così credeva lei. Ormai a serata inoltrata, dopo la quinta asta alla quale assisteva, era quasi sul limite del gettare la spugna. Un giovane le si affiancò, chiedendole come mai non avesse fatto nemmeno un'offerta in cinque aste. Lei gli spiegò che era lì solo per osservare, e lui le disse che anche per guardare bisognava pagare, le allungò la mano tatuata pretendendo un obolo per lo spettacolo. Fu in quel momento che venne trafitta. Gli afferrò il polso, torcendolo in modo da guardare il dorso, mentre gli infilava una banconota nel palmo, carezzevole. Un teschio, con una pallottola tra i denti, avvolto nei petali di una dalia. 'Gotcha'. Lo aveva trovato. Proprio quando stava per gettare all'aria ogni sforzo. Evidentemente doveva essere un segno, perchè le cose non accadono mai per caso. Ci mise quasi un giorno intero a convincerlo e dovette spendere gli ultimi spicci che le erano rimasti. Jal era taciturno proprio come Mihai. Non aveva ancora compiuto quindici anni e si atteggiava già a uomo fatto e finito. Lui era il più piccolo della cucciolata, messo nella cesta che non aveva nemmeno imparato a parlare. Sullo Skyplex lo avevano addestrato a vegliare, in silenzio. Era sottile, agile più che forte, nervoso più che muscoloso. Aveva occhi attenti, dita estremamente leste e una mira da cecchino. Se avesse avuto un po' più di fortuna, sicuramente sarebbe stato un ottimo violinista, ma l'unico strumento che sapeva davvero far cantare era il suo revolver. Gli schiavisti lo avevano assoldato per vegliare sugli schiavi, e gambizzare chiunque provasse a scappare o ad intromettersi. Per lui uccidere non aveva nessun sapore nè colore, ma non era crudele. Lui era il suo fratellino, per quanto tarato e spaventoso potesse sembrarle.



DANNY