Maracay - Richleaf, settembre 2505
Mihai, dove mi stai portando? - la voce
era un sospiro. L'aveva trascinata fuori dal suo letto a notte fonda,
costretta ad infilarsi un paio di pantaloni sopra quelli del pigiama
e gli stivali. Avvolta in un cappotto troppo largo, ancora mezza
assonnata, stava camminando da troppo tempo per rendersi conto di
dove stesse davvero. Lui aveva la sigaretta tra le labbra, le dita
forti attorcigliate contro il bavero del suo cappotto, la strattonava
tra i vicoli mentre lei si lamentava, senza nemmeno darle un indizio.
Solo quando raggiunsero un vicolo cieco, si fermò. La spinse verso
il fondo di quella strada chiusa, indicandole con un cenno la parete
di fondo. La luce era intermittente, i neon stradali dovevano avere
un qualche difetto, lampeggiavano in maniera inquietante. Strisciando
gli stivali arrivò a metà strada ma fu costretta a fermarsi,
bruscamente. C'era qualcuno. - Chi è là? - chiese, esitando. La
voce rimbalzò agghiacciante nello spazio chiuso, tornandole indietro
senza ottenere risposta. A parte il ronzio dei neon lampeggianti non
c'era un sospiro se non suoni troppo distanti per minacciarli. Mihai
si mise spalle al vicolo, controllando: faceva da palo. Lo aveva
visto diverse volte. Avanzò di qualche passo: aveva le gambe stese,
il busto era addossato alla parete umida e sporca di graffiti. Gli
occhi erano sbarrati, immobili e nell'aria c'era un forte odore di
ruggine. La luce dipinse i tratti di una giovane ragazza, le labbra
sbavate di rossetto scuro, troppo trucco e i segni coperti di un
vecchio livido. Gioielli da pochi soldi, appariscenti e un
abbigliamento che difficilmente si poteva discostare troppo dalla
professione che doveva compiere. - Cristo... - soffiò lei, e in quel
momento la mano del fratello le si posò sulla spalla, facendola
saltare di paura. Non urlò solo perchè glielo impedì lui,
tappandole la bocca e stringendola di ferocia. Si sporse, per
sussurrarle all'orecchio – Non urlare, o arriveranno altri. Cercavi l'ispirazione, no? Adesso cell'hai. - Appese le dita a
quelle ruvide del fratello, costringendolo a liberarla, aveva i segni
della pressione sulla pelle chiara delle guance. - Sei stato tu? -
chiese, cercando di ruotargli tra le braccia, per cercarne il viso.
Le cadde la cenere sulla spalla – Ha importanza? Ti ho trovato
quello che volevi, ma fa presto.
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Jutòu - Xinhion, ottobre 2505
Mentre ritoccava le foto con l'holodeck, nel suo studio privato a Jutòu, si perdeva nei dettagli che quella notte, a Maracay, non era stata in grado di cogliere, a causa dell'adrenalina e di quella sensazione asfissiante di paura, mitigata dall'assoluta gelida indifferenza del fratello. Le tracce di sangue sul muro, la direzione degli schizzi, le orme. Non potè fare a meno di ricordare come raccolse il mozzicone di sigaretta lasciato incautamente da Mihai, per evitare di lasciar tracce. C'era qualcosa di terribilmente bello nel riflesso cremisi sotto la luce dei neon malandati, così come nel bagliore asettico della luce bianca nelle pupille dilatate. Il vitreo era privo di vitalità, era animato solo di un buio vorace che sembrava bramare di cibarsi delle loro anime. Aveva avuto la cura di non fotografare dettagli eccessivamente facili da ricollegare, o avrebbe dovuto spiegare troppo a troppe persone, e non poteva permetterselo. La soddisfazione più grande sarebbe stata sicuramente mostrarle alla famiglia: non avevano mai apprezzato completamente l'idea di comprarle quella macchina fotografica, ma le era servita per la tesi, attirando l'attenzione di molti almeno nell'ambiente universitario, al punto da convincere uno dei suoi professori ad allestire una mostra nella sede centrale della sua università. -
Sei pronta, jiě jie? - Darren apparve sulla porta mentre lei era incantata ad osservare. Si voltò per sorridergli, dolcemente, sollevandosi a cercare una carezza ed un bacio tenero sulla guancia del fratellino, il suo più dolce cucciolo –
Sono pronta.
Devo dire che il suo è un talento naturale, Miss Cohen. - Il suo accento aveva la ricchezza del miele, i suoi modi l'eleganza del sangue buono. Era di Corona, ed era lì su invito della famiglia, ovviamente. Il padre le aveva comprato un nuovo vestito, rosso, con un dragone ricamato che saliva lungo la gamba, avvolgendosi attorno alla vita fino a svanire sotto le volute di capelli castani, lasciati sciolti su richiesta della madre. Il trucco non aveva bisogno di essere pesante, il vestito appariva da solo come un faro nella notte, ma fu costretta a privarsi del bracciale che le avevano regalato su Phoenix. Sublimava il nervosismo attraverso le camminate. Sfilava avanti e indietro tra le sue foto, proiettate contro teli bianchi disposti in un labirinto intricato che costringeva le persone ad affrontare il seme pulsante della violenza umana. Era un ottimo allestimento e non se ne sarebbe mai lamentata, in altre circostanze, ma privata di quel suo ninnolo si sentiva addosso un'ansia crescente. La voce di Davon, per quanto mansueta, le sembrò più un'aggressione che una coccola, tanto da farla quasi scivolare per un insidioso gradino. Fu lui ad afferrarla saldamente per il polso. Si voltò, le foto incombevano, le luci erano state sudiate in modo da accentuare i contrasti, calcare la mano sui colori e l'assenza degli stessi. Si piantò a fissare l'occhio della ragazza di cui non sapeva nulla. -
Si sente bene? - Il perfetto rampollo di buona famiglia era già entrato nel copione. Bene non era un termine che avrebbe utilizzato in quel contesto, ma lo cercò con lo sguardo. Piacente quanto bastava, perfettamente ricco, non ebbe esitazioni nel lasciar scivolare la mano, catturando le sue dita. -
Usciamo di qui.
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Capital City - Horyzon, dicembre 2505
Erano almeno due ore che aspettava seduta in quel ristorante. Era da Davon essere in ritardo, ma non fino a quel punto. Il cortex pad vibrò quando stava per ordinare l'ennesimo bicchiere di vino. La frequenza le era sconosciuta eppure non sentiva preoccupazione, piuttosto bruciava un certo senso di fastidio a causa dell'imbarazzo di dover attendere un uomo. Era vestita in maniera squisitamente elegante, un abito blu notte, ravvivato di riflessi viola e argentei, che era stato lui a regalarle, assieme all'anello che spiccava al dito. - Sì? - rispose con nota di biasimo nella voce, pronta ad incolpare chiunque fosse della pessima figura che stava facendo, ma la linea cadde. Ci mise poco a riprendere il numero chiamante e ad avviare di nuovo la conversazione. Appena ci fu risposta non le venne dato nemmeno il tempo di replicare - Lui non verrà. Adesso alzati, prendi il cappotto, paga e scendi, ti verrà a prendere una macchina nera, Nadya. - schiuse le labbra nel tentativo di dire qualcosa ma la comunicazione si interruppe. Provò di nuovo a richiamare, ma il dispositivo dall'altro capo non sembrava più attivo. Le ci volle una buona manciata di minuti per rendersi conto di stare ascoltando il suono atono di una linea che non c'era. Quel nome significava tutto. Pagò, passando il polso con fare svogliato. Le movenze erano automatiche, infilò il cappotto, prese l'ascensore per abbandonare l'attico dove si trovava il ristorante e scendere a livello della strada. Non poteva fare a meno di giocare con il bracciale al polso, la medaglietta tintinnava contro il filo argentato di altri ninnoli che aveva addosso, per camuffare in qualche maniera l'ossessiva presenza di quel gioiello. La macchina era lì, i vetri scuri, la linea affilata come una lama di coltello. Si guardò attorno, cercando facce tra la folla, persone conosciute ma sembrava che fosse circondata da manichini. Allungò le dita, lo sportello si aprì, l'abitacolo era illuminato da una luce rossa, proprio come una camera oscura. Una mano, tatuata, si allungò, porgendole il palmo. Riconosceva quei tatuaggi, le erano familiari come, in fondo, lo era anche la voce al cortex. Non aveva visto quella mano nè aveva sentito quella voce da diversi anni, ormai - Jal. - La sorpresa riuscì a scacciare via ogni dubbio. Si accorse di non essere minimamente preoccupata della sorte di Devon, piuttosto lo era della propria. - Nadya, possibile che dobbiamo venire fino nel 'Core per salvarti da certi damerini? - l'ironia di quella frase non veniva affatto dalla voce del primo, c'erano altri in quella macchina, almeno altri due. I suoi fratelli: Mihai alla guida, Lash seduto al suo fianco, voltato ad abbracciare lo schienale del sedile passeggero. Tirò un sospiro di sollievo, sciogliendo i capelli, affossandosi nel proprio posto, scalciando le scarpe col tacco alto. - Dov'è? - La macchina correva, gli edifici scorrevano come le fronde di alberi in fiamme. Era nauseata, ma allo stesso tempo rassicurata. - A quanto pare il tuo perfetto fidanzato era un vero pezzo di merda. Sapevamo che non era fatto per te, domani, leggendo il giornale, lo capiranno anche i tuoi proprietari. - Odiava quando usavano quel termine per definire la sua famiglia adottiva, ma non aveva la forza di controbattere. - Suppongo di dovervi ringraziare. - le era apparso un piccolo, involontario, sorriso sulle labbra. - Perchè mai? Noi non abbiamo fatto proprio nulla, siamo venuti a saperlo per caso, in fondo conosciamo bene la feccia di certi posti, e il suo nome risuona come un sasso in un pozzo profondo. Siamo venuti solo per avvisarti, da bravi fratelli. - le venne da ridere e non si trattenne dal farlo, contagiando anche loro. Nel viaggio si rese conto che non voleva davvero sposarsi con Davon, così come non la voleva dall'uomo che i suoi avevano pagato per dimenticarsi di lei. Aveva tutto quello che le serviva, e se qualcosa le mancava, semplicemente si allungava e lo prendeva. - Accompagnatemi a casa, ho pagato con il chip, sapranno quando ho lasciato il ristorante. - ci fu un lungo ed enigmatico silenzio, talmente denso che nemmeno lei riusciva a capire cosa stava succedendo. - Dove andiamo? - chiese, in un secondo momento, aggrottando la fronte. - Vedi sorellina, tu, sconvolta dal ritardo di diverse ore del tuo adorato fidanzato sei andata nel suo ufficio perchè non rispondeva alle tue chiamate... - mentre parlava, Jal le maneggiava il pad, in modo da far partire la chiamata al contatto di Davon. Si passavano la palla, a vicenda, scivolando dal più giovane al medio - e troverai un vero casino lì, ma non lui. E' come se qualcuno in fretta e furia avesse raccolto ogni cosa importante, lasciando un programma a ripulire il sistema. Programma che si può fermare solo conoscendo una password specifica... - avevano studiato ogni cosa e invece di inorridirsi, si sentiva dannatamente fiera. - Che conosci anche tu, perchè gliel'hai letta nel taccuino, quello da cui non si separava mai. Purtroppo alcuni dati, come ad esempio le riprese delle telecamere interne saranno ormai persi, ma quello che ci troverai pensiamo che basterà a mandare a monte ogni cosa, specie la sua credibilità e di conseguenza, con tuo sommo rammarico, anche il tuo matrimonio. - Non c'era pietà nella voce di nessuno dei tre. Raccontavano come se stessero leggendo una pagina di giornale. - E come la mettiamo con la macchina? Mi hanno vista salire su questa macchina. - Mihai si voltò, con calma, inquadrandola mentre si addentrava nel parcheggio sotterraneo della struttura che accoglieva gli uffici del suo ex-fidanzato. - Non l'hai riconosciuta? E' l'auto dell'azienda che hai chiamato e che guidava il nuovo autista, fortunatamente nei paraggi e arrivato qualche minuto dopo, sotto il ristorante - Lash agitò la mano, evidentemente era lui l'autista designato, al polso aveva il c-pad e capì che la frequenza che aveva chiamato era quella. In quel momento si chiese da quanto tempo stessero escogitando tutta quella storia, e soprattutto, quanto ne avevano guadagnato. Non si sarebbero mossi tutti e tre, per lei. - La mia parte? - domandò, spicciola, strappando una risata al più giovane dei tre. - Tremila. E' una cosa buona che gli investitori del tuo fidanzatino siano persone a cui non piacciono i conti elettronici, sai? E poi mi sembra un buon prezzo per alcune delle tue foto artistiche.
Lo studio era un vero caos. La cassaforte era aperta e dentro non c'era nulla, l'holodeck era acceso, il programma macinava informazioni su informazioni e lei posò la borsetta sulla scrivania, inserendo la password. I dati che comparvero a schermo la fecero arretrare, si parlava di contatti con la malavita di Maracay, addirittura dell'assassino di una certa Lupita Suarez una prostituta, per conto di Davon. La foto del vicolo le fece ruotare lentamente il viso, fino a mettere a fuoco quella stessa ragazza, in quella stessa strada. Tutto si collegava, per quanto lei quel uomo lo avesse conosciuto solo qualche mese dopo, tutto era stato programmato, in maniera quasi maniacale dal sangue del suo sangue. Recitò la sua parte, non che fosse difficile in fondo, aveva il dubbio che quel uomo perfetto fosse davvero invischiato in quella storia, aveva il tarlo, nella testa, piantato con amore da quella marmaglia di canaglie con cui condivideva il corredo genetico. Di certo non ci sarebbe stato nessun matrimonio, nè quel giorno, nè in altri a venire. Di uomini da incolpare ce n'erano tanti, così facili da raggirare quando gli agganci c'erano, e se non ci pensavano i fratelli a liberarla, c'erano i Cohen che con i soldi si compravano un buon nome, un buon compagno, prima che cadesse in rovina o semplicemente sparisse.