27/12/14

Devsoara - Poenix, novembre 2516

Si stava truccando. Lo sguardo sbirciava i tratti aquilini del fratello attraverso la parte arrugginita del vecchio specchio. Mihai era appena uscito di galera, aveva i segni sotto gli occhi di chi del sonno aveva ormai fatto a meno da tempo. Qualche cicatrice in più, una gli virgolettava sulla guancia, slabbrata abbastanza da far intuire ancora i segni rossi dei punti grossolani. Erano quattro anni che non si vedevano. Lash era ancora a Fargate, ma preferivano non pensarci affatto. - Il quarantunesimo cielo? Ci saranno solo poveri disperati, ricercatori e poco altro, i pezzi grossi non si muoveranno fino a che non saranno sicuri di aver consolidato le loro fortune. - La voce del fratello era un grattare stanco pieno di biasimo. - Invece di pensare a girare dovresti cominciare a cercarti un uomo degno di questo nome, non potrai continuare a lungo su questa strada, io non ci sarò per sempre e la bellezza svanisce in fretta, Nadya. 
Mi stai dando della vecchia? - il tono di lei era irriverente e divertito. La prigione lo aveva drasticamente cambiato. Ruotò sullo sgabello, alzandosi. Aveva una gonna ampia, tipicamente rimmer nel taglio, la camicia abbottonata fino alla scollatura, il bracciale ancora saldamente ancorato al polso sinistro. Lo raggiunse. Da quando era tornato odiava farsi toccare, così dovette sedere ai piedi del letto, mentre lui richiamava le gambe per farle spazio, rintanandosi nel suo angolo. - Non preoccuparti per me. Tu piuttosto, dovresti considerare di venire a stare a casa mia, per un po'. - L'espressione di Mihai si fece disgustata – Nel 'Core? Te ne puoi scordare, non sarò il bastardello abbandonato che puoi sfoggiare con le tue amiche altolocate, e poi i tuoi padroni non approverebbero di certo. - Fu il turno di Lana di storcere le labbra, scrollando la testa. Prese la spazzola di crine della madre, per ravvivare i boccoli bruni – Come preferisci, resta qui nella polvere e nella cenere, o torna in galera, come ti pare. Io ho un trasporto da prendere.

-----
Takoma Springs - Roanoke, dicembre 2516

Un mare di possibilità, ecco cosa vedeva in quel pianeta. Nuovo, grezzo, come una tela su cui poter disegnare quello che più piace. Non aveva mai creduto nel destino, ma nemmeno nel caso. Passeggiando per un agglomerato di quattro casupole quadrate e prive di magia, si ritrovò faccia a faccia con l'ennesimo bivio di scelte e possibilità, di azioni e reazioni. Gli occhi scuri carezzarono il profilo adombrato di Gray Holmes. La fortuna ce la si crea: così le avevano insegnato i Cohen. E questo aveva pensato di quel incontro. Aveva avuto la possibilità di entrare in collisione con la realtà di quel uomo già in passato, ma i tempi, evidentemente, non erano maturi. Quando Elian Chernenko le aveva dato il contatto cortex del reporter aveva pensato di contattarlo subito, ma non sempre le cose vanno come le si programmano. Era una verità che aveva dovuto imparare sulla propria pelle fin troppo presto, per i suoi gusti. Non importava quanto si sforzasse, non importava fino a che punto si spingesse, alcune cose proprio non poteva cambiarle. Eppure di fronte a quella che sembrava una seconda possibilità non ebbe la benchè minima intenzione di tirarsi indietro. Quel uomo aveva qualcosa di magnetico. A parte il bell'aspetto, sotto la scorza affabile ed ironica, dietro i modi sagaci ed intriganti, aveva una nota malinconica che le stuzzicava la gola, come un profumo speziato. Quel genere di uomo che sa il fatto suo, che ha sulle spalle pesi immensi che nessuno può conoscere, il genere di uomo che ha esperienze profondissime delle quali preferisce non parlare, ma che si leggono in ogni ruga o in ogni riflesso dello sguardo azzurro. Gray è il genere di persona dalla quale una come lei avrebbe dovuto stare lontana anni luce. Il suo intuito di reporter, quella naturale tendenza a ficcanasare che si suppone la sua professione gli abbia conferito potevano costarle caro, tuttavia sentiva, nello scambiare sguardi, nel giocare tra un sorso di alcool e l'altro, che non aveva nulla di che preoccuparsi. Era un azzardo, e il sapore di quel rischio le riempiva la bocca meglio di un buon bicchiere di bourbon, corposo e vellutato. Per lei fu davvero semplice incontrarlo di nuovo, ancor più fu semplice cedere al suo sguardo, alle sue battute. Sapeva perfettamente di cosa aveva bisogno Gray Holmes, e la cosa terribilmente affascinante era che lei aveva bisogno della stessa cosa. Era uno scambio perfettamente equo, per una volta soltanto. Privo di pretese, privo di vincoli di progettazioni o macchinazioni. Non c'era copione, non c'erano secondi fini. Solo le pulsioni naturali alle quali fanno incontro spiriti compressi dalle costrizioni della vita. Questione di una notte, forse qualche ora in più fino all'alba, perchè quando i fantasmi ti inseguono il sonno dei giusti non arriva.
Maracay - Richleaf, settembre 2505

Mihai, dove mi stai portando? - la voce era un sospiro. L'aveva trascinata fuori dal suo letto a notte fonda, costretta ad infilarsi un paio di pantaloni sopra quelli del pigiama e gli stivali. Avvolta in un cappotto troppo largo, ancora mezza assonnata, stava camminando da troppo tempo per rendersi conto di dove stesse davvero. Lui aveva la sigaretta tra le labbra, le dita forti attorcigliate contro il bavero del suo cappotto, la strattonava tra i vicoli mentre lei si lamentava, senza nemmeno darle un indizio. Solo quando raggiunsero un vicolo cieco, si fermò. La spinse verso il fondo di quella strada chiusa, indicandole con un cenno la parete di fondo. La luce era intermittente, i neon stradali dovevano avere un qualche difetto, lampeggiavano in maniera inquietante. Strisciando gli stivali arrivò a metà strada ma fu costretta a fermarsi, bruscamente. C'era qualcuno. - Chi è là? - chiese, esitando. La voce rimbalzò agghiacciante nello spazio chiuso, tornandole indietro senza ottenere risposta. A parte il ronzio dei neon lampeggianti non c'era un sospiro se non suoni troppo distanti per minacciarli. Mihai si mise spalle al vicolo, controllando: faceva da palo. Lo aveva visto diverse volte. Avanzò di qualche passo: aveva le gambe stese, il busto era addossato alla parete umida e sporca di graffiti. Gli occhi erano sbarrati, immobili e nell'aria c'era un forte odore di ruggine. La luce dipinse i tratti di una giovane ragazza, le labbra sbavate di rossetto scuro, troppo trucco e i segni coperti di un vecchio livido. Gioielli da pochi soldi, appariscenti e un abbigliamento che difficilmente si poteva discostare troppo dalla professione che doveva compiere. - Cristo... - soffiò lei, e in quel momento la mano del fratello le si posò sulla spalla, facendola saltare di paura. Non urlò solo perchè glielo impedì lui, tappandole la bocca e stringendola di ferocia. Si sporse, per sussurrarle all'orecchio – Non urlare, o arriveranno altri. Cercavi l'ispirazione, no? Adesso cell'hai. - Appese le dita a quelle ruvide del fratello, costringendolo a liberarla, aveva i segni della pressione sulla pelle chiara delle guance. - Sei stato tu? - chiese, cercando di ruotargli tra le braccia, per cercarne il viso. Le cadde la cenere sulla spalla – Ha importanza? Ti ho trovato quello che volevi, ma fa presto.

-----
Jutòu - Xinhion, ottobre 2505

Mentre ritoccava le foto con l'holodeck, nel suo studio privato a Jutòu, si perdeva nei dettagli che quella notte, a Maracay, non era stata in grado di cogliere, a causa dell'adrenalina e di quella sensazione asfissiante di paura, mitigata dall'assoluta gelida indifferenza del fratello. Le tracce di sangue sul muro, la direzione degli schizzi, le orme. Non potè fare a meno di ricordare come raccolse il mozzicone di sigaretta lasciato incautamente da Mihai, per evitare di lasciar tracce. C'era qualcosa di terribilmente bello nel riflesso cremisi sotto la luce dei neon malandati, così come nel bagliore asettico della luce bianca nelle pupille dilatate. Il vitreo era privo di vitalità, era animato solo di un buio vorace che sembrava bramare di cibarsi delle loro anime. Aveva avuto la cura di non fotografare dettagli eccessivamente facili da ricollegare, o avrebbe dovuto spiegare troppo a troppe persone, e non poteva permetterselo. La soddisfazione più grande sarebbe stata sicuramente mostrarle alla famiglia: non avevano mai apprezzato completamente l'idea di comprarle quella macchina fotografica, ma le era servita per la tesi, attirando l'attenzione di molti almeno nell'ambiente universitario, al punto da convincere uno dei suoi professori ad allestire una mostra nella sede centrale della sua università. - Sei pronta, jiě jie? - Darren apparve sulla porta mentre lei era incantata ad osservare. Si voltò per sorridergli, dolcemente, sollevandosi a cercare una carezza ed un bacio tenero sulla guancia del fratellino, il suo più dolce cucciolo – Sono pronta.

Devo dire che il suo è un talento naturale, Miss Cohen. - Il suo accento aveva la ricchezza del miele, i suoi modi l'eleganza del sangue buono. Era di Corona, ed era lì su invito della famiglia, ovviamente. Il padre le aveva comprato un nuovo vestito, rosso, con un dragone ricamato che saliva lungo la gamba, avvolgendosi attorno alla vita fino a svanire sotto le volute di capelli castani, lasciati sciolti su richiesta della madre. Il trucco non aveva bisogno di essere pesante, il vestito appariva da solo come un faro nella notte, ma fu costretta a privarsi del bracciale che le avevano regalato su Phoenix. Sublimava il nervosismo attraverso le camminate. Sfilava avanti e indietro tra le sue foto, proiettate contro teli bianchi disposti in un labirinto intricato che costringeva le persone ad affrontare il seme pulsante della violenza umana. Era un ottimo allestimento e non se ne sarebbe mai lamentata, in altre circostanze, ma privata di quel suo ninnolo si sentiva addosso un'ansia crescente. La voce di Davon, per quanto mansueta, le sembrò più un'aggressione che una coccola, tanto da farla quasi scivolare per un insidioso gradino. Fu lui ad afferrarla saldamente per il polso. Si voltò, le foto incombevano, le luci erano state sudiate in modo da accentuare i contrasti, calcare la mano sui colori e l'assenza degli stessi. Si piantò a fissare l'occhio della ragazza di cui non sapeva nulla. - Si sente bene? - Il perfetto rampollo di buona famiglia era già entrato nel copione. Bene non era un termine che avrebbe utilizzato in quel contesto, ma lo cercò con lo sguardo. Piacente quanto bastava, perfettamente ricco, non ebbe esitazioni nel lasciar scivolare la mano, catturando le sue dita. - Usciamo di qui. 

-----
Capital City - Horyzon, dicembre 2505

Erano almeno due ore che aspettava seduta in quel ristorante. Era da Davon essere in ritardo, ma non fino a quel punto. Il cortex pad vibrò quando stava per ordinare l'ennesimo bicchiere di vino. La frequenza le era sconosciuta eppure non sentiva preoccupazione, piuttosto bruciava un certo senso di fastidio a causa dell'imbarazzo di dover attendere un uomo. Era vestita in maniera squisitamente elegante, un abito blu notte, ravvivato di riflessi viola e argentei, che era stato lui a regalarle, assieme all'anello che spiccava al dito. - Sì? - rispose con nota di biasimo nella voce, pronta ad incolpare chiunque fosse della pessima figura che stava facendo, ma la linea cadde. Ci mise poco a riprendere il numero chiamante e ad avviare di nuovo la conversazione. Appena ci fu risposta non le venne dato nemmeno il tempo di replicare - Lui non verrà. Adesso alzati, prendi il cappotto, paga e scendi, ti verrà a prendere una macchina nera, Nadya. - schiuse le labbra nel tentativo di dire qualcosa ma la comunicazione si interruppe. Provò di nuovo a richiamare, ma il dispositivo dall'altro capo non sembrava più attivo. Le ci volle una buona manciata di minuti per rendersi conto di stare ascoltando il suono atono di una linea che non c'era. Quel nome significava tutto. Pagò, passando il polso con fare svogliato. Le movenze erano automatiche, infilò il cappotto, prese l'ascensore per abbandonare l'attico dove si trovava il ristorante e scendere a livello della strada. Non poteva fare a meno di giocare con il bracciale al polso, la medaglietta tintinnava contro il filo argentato di altri ninnoli che aveva addosso, per camuffare in qualche maniera l'ossessiva presenza di quel gioiello. La macchina era lì, i vetri scuri, la linea affilata come una lama di coltello. Si guardò attorno, cercando facce tra la folla, persone conosciute ma sembrava che fosse circondata da manichini. Allungò le dita, lo sportello si aprì, l'abitacolo era illuminato da una luce rossa, proprio come una camera oscura. Una mano, tatuata, si allungò, porgendole il palmo. Riconosceva quei tatuaggi, le erano familiari come, in fondo, lo era anche la voce al cortex. Non aveva visto quella mano nè aveva sentito quella voce da diversi anni, ormai - Jal. - La sorpresa riuscì a scacciare via ogni dubbio. Si accorse di non essere minimamente preoccupata della sorte di Devon, piuttosto lo era della propria. - Nadya, possibile che dobbiamo venire fino nel 'Core per salvarti da certi damerini? - l'ironia di quella frase non veniva affatto dalla voce del primo, c'erano altri in quella macchina, almeno altri due. I suoi fratelli: Mihai alla guida, Lash seduto al suo fianco, voltato ad abbracciare lo schienale del sedile passeggero. Tirò un sospiro di sollievo, sciogliendo i capelli, affossandosi nel proprio posto, scalciando le scarpe col tacco alto. - Dov'è? - La macchina correva, gli edifici scorrevano come le fronde di alberi in fiamme. Era nauseata, ma allo stesso tempo rassicurata. - A quanto pare il tuo perfetto fidanzato era un vero pezzo di merda. Sapevamo che non era fatto per te, domani, leggendo il giornale, lo capiranno anche i tuoi proprietari. - Odiava quando usavano quel termine per definire la sua famiglia adottiva, ma non aveva la forza di controbattere. - Suppongo di dovervi ringraziare. - le era apparso un piccolo, involontario, sorriso sulle labbra. - Perchè mai? Noi non abbiamo fatto proprio nulla, siamo venuti a saperlo per caso, in fondo conosciamo bene la feccia di certi posti, e il suo nome risuona come un sasso in un pozzo profondo. Siamo venuti solo per avvisarti, da bravi fratelli. - le venne da ridere e non si trattenne dal farlo, contagiando anche loro. Nel viaggio si rese conto che non voleva davvero sposarsi con Davon, così come non la voleva dall'uomo che i suoi avevano pagato per dimenticarsi di lei. Aveva tutto quello che le serviva, e se qualcosa le mancava, semplicemente si allungava e lo prendeva. - Accompagnatemi a casa, ho pagato con il chip, sapranno quando ho lasciato il ristorante. - ci fu un lungo ed enigmatico silenzio, talmente denso che nemmeno lei riusciva a capire cosa stava succedendo. - Dove andiamo? - chiese, in un secondo momento, aggrottando la fronte. - Vedi sorellina, tu, sconvolta dal ritardo di diverse ore del tuo adorato fidanzato sei andata nel suo ufficio perchè non rispondeva alle tue chiamate... - mentre parlava, Jal le maneggiava il pad, in modo da far partire la chiamata al contatto di Davon. Si passavano la palla, a vicenda, scivolando dal più giovane al medio -  e troverai un vero casino lì, ma non lui. E' come se qualcuno in fretta e furia avesse raccolto ogni cosa importante, lasciando un programma a ripulire il sistema. Programma che si può fermare solo conoscendo una password specifica... - avevano studiato ogni cosa e invece di inorridirsi, si sentiva dannatamente fiera. - Che conosci anche tu, perchè gliel'hai letta nel taccuino, quello da cui non si separava mai. Purtroppo alcuni dati, come ad esempio le riprese delle telecamere interne saranno ormai persi, ma quello che ci troverai pensiamo che basterà a mandare a monte ogni cosa, specie la sua credibilità e di conseguenza, con tuo sommo rammarico, anche il tuo matrimonio. - Non c'era pietà nella voce di nessuno dei tre. Raccontavano come se stessero leggendo una pagina di giornale. - E come la mettiamo con la macchina? Mi hanno vista salire su questa macchina. - Mihai si voltò, con calma, inquadrandola mentre si addentrava nel parcheggio sotterraneo della struttura che accoglieva gli uffici del suo ex-fidanzato. - Non l'hai riconosciuta? E' l'auto dell'azienda che hai chiamato e che guidava il nuovo autista, fortunatamente nei paraggi e arrivato qualche minuto dopo, sotto il ristorante - Lash agitò la mano, evidentemente era lui l'autista designato, al polso aveva il c-pad e capì che la frequenza che aveva chiamato era quella. In quel momento si chiese da quanto tempo stessero escogitando tutta quella storia, e soprattutto, quanto ne avevano guadagnato. Non si sarebbero mossi tutti e tre, per lei. - La mia parte? - domandò, spicciola, strappando una risata al più giovane dei tre. - Tremila. E' una cosa buona che gli investitori del tuo fidanzatino siano persone a cui non piacciono i conti elettronici, sai? E poi mi sembra un buon prezzo per alcune delle tue foto artistiche.

Lo studio era un vero caos. La cassaforte era aperta e dentro non c'era nulla, l'holodeck era acceso, il programma macinava informazioni su informazioni e lei posò la borsetta sulla scrivania, inserendo la password. I dati che comparvero a schermo la fecero arretrare, si parlava di contatti con la malavita di Maracay, addirittura dell'assassino di una certa Lupita Suarez una prostituta, per conto di Davon. La foto del vicolo le fece ruotare lentamente il viso, fino a mettere a fuoco quella stessa ragazza, in quella stessa strada. Tutto si collegava, per quanto lei quel uomo lo avesse conosciuto solo qualche mese dopo, tutto era stato programmato, in maniera quasi maniacale dal sangue del suo sangue. Recitò la sua parte, non che fosse difficile in fondo, aveva il dubbio che quel uomo perfetto fosse davvero invischiato in quella storia, aveva il tarlo, nella testa, piantato con amore da quella marmaglia di canaglie con cui condivideva il corredo genetico. Di certo non ci sarebbe stato nessun matrimonio, nè quel giorno, nè in altri a venire. Di uomini da incolpare ce n'erano tanti, così facili da raggirare quando gli agganci c'erano, e se non ci pensavano i fratelli a liberarla, c'erano i Cohen che con i soldi si compravano un buon nome, un buon compagno, prima che cadesse in rovina o semplicemente sparisse. 


26/12/14

Lòng City - Xinhion, giugno 2505

Era seduta nell'ufficio del Rettore, osservando il mobilio con il cipiglio crucciato di chi sembra fare paragoni. Aveva lo stesso odore di quello di suo padre, nella tenuta di famiglia, eppure risultava molto più piccolo. I soffitti erano troppo bassi, le finestre troppo sottili e non si godeva della stessa luminosità che poteva ricevere a casa. La scrivania di suo padre era molto più grande, tuttavia, in quei momenti di attesa, senza avere nemmeno un indizio del motivo per cui era stata convocata in quel posto, riusciva solo a ricordare le parole del padre di qualche settimana addietro.

I tuoi voti sono calati, Lana, e questo non è accettabile. L'ultima sessione d'esami di questo semestre sarà il tuo banco di prova. Da quando hai cominciato a frequentare i tuoi – le labbra si piegarono in una smorfia disgustata – balocchi, il tuo rendimento non è assolutamente all'altezza degli standard di questa casa. 
Fratelli, padre. Sono i miei fratelli. - la precisazione aveva il sapore della sfida. Non ci stava pensando, quando lo corresse, ma la scintilla tiepida di soddisfazione in petto le strappò un sorriso sghembo. - Darren è tuo fratello, quelli sono solo scarti della società. Ti permetto di vederli solo per farti felice, ma se non ci sarà un miglioramento... - il tono grave, la voce graffiata da una nota collerica non richiese ulteriori aggiunte. In rare situazioni il padre l'aveva messa davanti a delle scelte, si era sempre comportata in modo da poter ottenere ogni capriccio, assecondando, raggirando, ma questa era una cosa sulla quale aveva poca presa, e non era facilitata nemmeno dalla madre, che calma, alle spalle di Adam, la fissava. - Tesoro, sappiamo che per te è molto importante tenere vivo il legame con la tua vera famiglia, è stato un trauma, ne siamo consapevoli, ma è per il tuo futuro che siamo preoccupati, non per il tuo passato. - Quella donna aveva la quiete placida delle acque immobili, e allo stesso tempo era insidiosa come il ghiaccio sottile di un lago. L'aveva studiata a lungo, aveva osservato i suoi modi, il comportamento fino a trarne ispirazione. Quello dei suoi genitori non era un matrimonio d'amore, ma di semplice convenienza, uno scambio reciproco. - Capisco le vostre ragioni e mi dispiace sinceramente di avervi fatti preoccupare, farò in modo di risollevare la mia media.

La porta dell'ufficio e le voci all'esterno la richiamarono dai pensieri. Stava in piedi, davanti alla finestra, osservando i movimenti all'esterno. La finestra del rettore dava sul campo da pyramid dell'Università, dove si allenava la squadra. 

Mi perdoni per l'attesa Miss Cohen – Lei si voltò. Addosso aveva un tailleur elegante, grigio scuro, che la faceva apparire più grande, più seriosa di quanto in realtà non fosse: un trucco estremamente delicato, gioielli poco appariscenti e un bracciale, accuratamente nascosto sotto il polsino della camicetta. Sorrise verso l'uomo che entrò nell'ufficio. Si trattava di un signore distinto, sulla sessantina, i capelli brizzolati, un accenno di barba molto curata, l'aspetto elegante e composto di un uomo con molto potere tra le mani e i futuri di molte famiglie da crescere e addestrare. - Si figuri professore, sono venuta appena ho ricevuto il suo messaggio. - Si scostò dalla finestra, avvicinandosi alla scrivania che lui le aveva indicato con un cenno composto del capo mentre richiamava a video alcuni documenti. - Come sempre impeccabile, Miss. - Il complimento che il Rettore le aveva rivolto aveva un sapore quasi obbligatorio. - Prego, si accomodi. - Lei ringraziò con un cenno del capo, occupando la poltrona comoda davanti all'ampia scrivania. In silenzio attendendo una spiegazione riguardo al perchè fosse stata richiamata lì. Aveva una sensazione sottopelle, un solletico leggero che sapeva di pericolo, quella sorta di avvertimento intimo che le pulsava nelle vene dei polsi. Il viso però era una maschera composta, il fratello l'aveva messa in guardia dal mostrare qualsivoglia preoccupazione e lei era abbastanza sicura di aver fatto tutto in maniera corretta. Nessuno sarebbe potuto risalire a lei, ne era cerca, senza ombra di dubbio. Riguarda il suo ultimo esame. - L'inizio aveva il sentore malevolo di un'accusa, ma l'uomo non sollevò mai lo sguardo a cercarla. Ruotò lo schermo, proiettando a favore degli occhi scuri di Lana i risultati che conosceva perfettamente. Eppure, con l'arte di chi certe scene le aveva ormai rese parte integrante della propria vita, si mostrò estremamente stupita. - Ed... è male? - Domandò lei, innocentemente. Risultati così sfavillanti non li aveva mai ottenuti, mai, nonostante l'impegno che ci aveva messo. Il tono di voce, la reazione volutamente meravigliata, furono abbastanza convincenti. secondo il suo modestissimo parere - Affatto, sono degli ottimi risultati che mi stupiscono in maniera decisamente piacevole. Nutrivo dei dubbi sulla sua possibilità di ripresa, ma come al solito mi ha smentito. Sono i migliori risultati degli ultimi tre anni, i miei complimenti. - la stretta di mano era calda e appiccicosa. C'era qualcosa nello sguardo febbrile di quel uomo, nel fondo dei suoi occhi azzurri c'era il sospetto che non lo lasciava e anzi, cercava una colpa nei suoi. Lei però non ammise nulla. Non aveva alcuna colpa, se mai aveva dei meriti e se li prese tutti. Il merito di aver convinto uno dei migliori informatici dell'università ad entrare nel sistema, manipolare gli esami direttamente alla fonte, cambiare non solo i suoi risultati ma quelli di tutti coloro che affrontarono quella sessione. Una piccolissima parte nella programmazione l'ebbe anche lei, trovando insolitamente divertente applicarsi su qualcosa che non fosse nel suo corso di laurea. Il sorriso soddisfatto che sfoggiava era tutto per i voti: bastavano a migliorare la media al punto da non dover più affrontare certi discorsi con la propria famiglia. - E' certo che non ci sia dell'altro? Trovo davvero bizzarro che mi abbia chiamata qui solo per complimentarsi. - Lui sorrise, inclinando la testa di lato, guardandola oltre il bordo degli occhiali a mezzaluna. - In verità sì, il suo sesto senso non la tradisce. Ci sarebbe questo corso che credo le potrebbe interessare. L'aiuterebbe con i crediti per appagare le pretese che gravano sulle sue spalle. - Allungò le dita, raccogliendo il plico informativo che il Rettore le porse. Lo sfogliò a lungo, sorridendo sottile, interessata. L'interessava, sì. Aveva sempre avuto una strana passione per la fotografia e quello che le proponevano le dava la possibilità di applicare una passione ai propri studi, ottenendo anche qualche punticino in più, ore fuori casa senza la guardia del padre o dei suoi tirapiedi. 

24/12/14

Devsoara - Poenix, aprile 2504

Erano stesi in silenzio da ore. Mihai era riuscito a finire anche l’ultima sigaretta stropicciata nel pacchetto consunto di Engine. Il vento bisbigliava tra l’erba alta, si sentiva l’odore di legna che bruciava, probabilmente qualcuno aveva acceso un falò, non lontano. C’era anche della musica e l’imbrunire aveva reso l’aria terribilmente fresca, al punto da costringerla a cercare il contatto pieno con il corpo del fratello maggiore. A cosa pensi? – rotolò nell’erba, schiacciando mozziconi sparsi qui e lì col peso del corpo. Gli occhi scuri a far capolino tra i riccioli castani che gli solleticavano il viso e che lui scansava, con le dita sporche di terriccio e chiazzate dal fumo. A niente, Nadya. – La chiamava sempre a quel modo, il nome che le aveva dato l’uomo che l’aveva portata via non gli era mai piaciuto. Preferiva usare quello che le era stato dato alla nascita, dalla sua gente. Lei non era convinta. La smorfia sul viso sembrava pretendere molto di più – Non si può non pensare a nulla! - Lui sospirò. Non era davvero incline ad assecondare i capricci della ragazza, tanto che l’afferrò di peso, trascinandola a terra per inchiodarsi su di lei e appoggiare la fronte duramente contro la sua. Gli bastava fissarla, a lungo e con quella freddezza che riconosceva in sè stessa, per placarsi e respirare a fondo. – Mi fai male. – Gli fece notare, provando ad ammansire il tono, allungando le dita a sfiorare la cicatrice che gli segnava il sopracciglio destro, lui però glielo impedì e non fece nulla per liberarla o alleviare il fastidio di quella costrizione, almeno fino a che non fu soddisfatto da quello che lesse nei suoi occhi. Solo quando riuscì a mostrare una sottomissione concreta, lei trovò di nuovo la libertà. Si massaggiò le dita, vibrando dell’ennesimo brivido. – Sei un vero stronzo, Miha.
Lui rise, di cuore, a fondo, prima di allungarsi a recuperare la sacca che conteneva le armi con le quali avevano sparato tutta la giornata. – Lo so, ed è per questo che torni sempre da me. Siamo fatti alla stessa maniera, ma io non ho interesse a soddisfare gli altri e non ho paura. 
Le scappò la mano. Allungò uno schiaffo diretto al viso del fratello, un sonoro scontro che fece scappare gli uccellini dai cespugli lì vicino. – Io non ho paura di nulla. – Nel dirlo però cercò di mettersi in piedi, immediatamente, arretrando nel tentativo di sfuggire eventuali ripercussioni, ma non ne ebbe il tempo. Il gelo di una canna di revolver puntata contro la pelle crucciata della fronte era abbastanza per ghiacciarle il sangue nelle vene. Mihai inclinò il capo, verso la spalla sinistra, così da cercare gli occhi della sorella sotto il braccio armato, teso a minacciarla. – Sicura? – Il tono era quello della provocazione. Il cane era armato. E’ stato lui il primo a metterle una pistola in mano, il primo a costringerla a sparare, il primo ad insegnarle come riconoscere un pericolo da un bluff. Il primo ad insegnarle a barare. – Non lo faresti. – Si morse il labbro inferiore. La mano bruciava per lo schiaffo assestato così sonoramente. – Non costringermi. Potrei farti sparire con estrema facilità, e lo sai. – Sì. Lei lo sapeva. Era questo il motivo che l’aveva sempre spinta a tornare, a cercarlo: lui era adrenalina e pericolo, era follia, violenza, malessere. Lui era quell’anima nera che aveva sempre sentito di possedere, ma che le avevano insegnato a celare, a soffocare. Lui era libertà, assoluta, di essere sè stessi, brutali e crudeli. – Sono tua sorella. – Gli fece notare inumidendosi le labbra. La gola era secca, la bocca come carta vetrata. - Ti ho salvato il culo. – Ricordò, senza battere ciglio, sciogliendo la postura. La rigidità non le si addiceva, lei era sempre stata fluida, morbida. Allungò le dita, carezzò il braccio teso, fino a scostarsi senza che lui facesse un cenno per seguirla con la canna usurata di quel revolver. Gli si insinuò addosso, giocando le uniche carte che sapeva non l’avrebbero mai tradita. – Dio non mi perdonerà mai. Sei un peccato troppo grande. – Obbiettò Mihai, ma senza sentimento, giocando con il bracciale che lui stesso le aveva regalato e che lei non toglieva mai; le ornava il polso sottile come una corona di spine. Lei non potè fare a meno di sorridere, con le labbra premute contro la sua pelle. Aveva un sapore pungente, acre, come lo era la verità in cui navigavano entrambi. – Io ti perdono, lo farà anche lui. Andremo in chiesa, tornando a casa. 
Tanto bastò a placare il senso di colpa di Mihai Bregovic, ancora e ancora.

23/12/14

Afghana  - Berishan, giugno 2503

Si stava asciugando i capelli quando finì per incastrare lo sguardo verde sul profilo distante della donna. Aveva i capelli raccolti da un fermaglio di legno, una specie di spillone che aveva comprato la mattina ad uno dei mercatini della periferia di Afghana. Con la spugna umida rimase a fissarla fino a che i suoi occhi, cauti, lo trovarono nuovamente e non potè fare a meno di sospirare.
Cos'hai? - Gli chiese lei. Il tono era morbido, assecondava quell'espressione crucciata che lui nemmeno si era reso conto di aver assunto, e nell'istante in cui lei si alzò dalla sedia nella penombra, si rese conto che era perfettamente truccata e vestita.
Vai da qualche parte? - Rispose ad una domanda con una domanda, senza suscitare in lei alcun fastidio apparente, o alcuna reazione, se è per questo. 
Ho un colloquio, te l'ho detto ieri. - Si portò la sigaretta alle labbra. Non aveva bisogno nemmeno di guardare dove allungava le dita, aveva tutto perfettamente sotto controllo. Sapeva dove si trovava ogni cosa, aveva preso le misure e valutato gli spazi di quella stanza d'albergo già da qualche ora. 
Hai ragione, me ne ero dimenticato. - Non poteva fare a meno di sentirsi colpevole. Il tono di lei non aveva nulla di particolare, ma era in grado di fargli crescere un nodo in gola. Non ricordava assolutamente che lei gli avesse dato una simile informazione, tuttavia non riusciva a controbattere diversamente. Si morse il labbro inferiore. - E' il caso che mi vesta allora, così ti accompagno. 
Lei sorrise, in una maniera così affilata che si sentì stranamente a disagio. Chinò il viso, facendo scivolare lo sguardo attraverso una delle ferite che lasciava filtrare la luce, tra le imposte ornate da arabeschi intricati. Lui non riuscì a fare a meno di sentirsi infinitamente scomodo: un brivido scivolò lungo la schiena, assieme ad una goccia d'acqua, sfuggita alle ciocche di capelli brune, ancora madide d'acqua. - C'è... - esitò per un attimo, interrotto dal rumore della pietra focaia che innescava il proprio zippo, tra le dita sottili di lei - c'è qualcosa che non va?
Certo che no. - Rassicurante, gli scivolò accanto. Le dita corsero lungo la linea della spalla, il deltoide disegnato dal duro allenamento, dalla fatica e dall'addestramento militare. Era sempre stato un uomo prestante, e lei doveva alzarsi sulle punte dei piedi, per riuscire a cingergli il collo. Le dita si iniettarono tra le ciocche umide dietro la nuca, stringendo alla radice, brevemente, quasi possessive. I suoi occhi erano fissi, impenetrabili, privi di riflessi per quanto bui e cupi. Lo baciò a lungo sulle labbra, trasferendo il sapore di tabacco sintetico e vaniglia della sua sigaretta, assieme ad un segno vivido di rossetto, leggermente sbavato. Senza aggiungere altro, indossò il soprabito, gli orecchini di perla che lui le aveva regalato e si avviò alla porta, lasciandolo immobile e stordito.
... Piccola? - lei si soffermò sulla soglia, le dita che scorrevano lungo lo stipite, fino a bloccarsi. - Sai cosa mi disturba di te? 
Non si voltò, ma rimase, immobile nel suo abito di seta, i bottoni del colletto alla coreana stretti. Era rosso, con ricami blu. Rosso, come il rossetto che si ripuliva lui dalle labbra con il dorso della mano, strisciandolo sulla pelle ruvida di barba incolta. Aspettava. Non aveva bisogno di parlare per ottenere la risposta ad una domanda retorica. Attese, semplicemente. - Il fatto che non ti importa di niente e di nessuno, sei solo annoiata da tutto. 
Lei sorrise. Non la vedeva ma sapeva, sentiva sotto pelle quel sorriso, pesargli addosso come i postumi di una pessima sbronza. - Sbagliato. A me importa, di me stessa. E l'unica cosa che mi è venuta a noia, fino ad ora... - ruotò il collo. Le bastò semplicemente inquadrare l'ombra di quel uomo che l'aveva protetta per anni - Sei tu. 
La stessa delicatezza di una granata. Sfarfallò le dita con l'eleganza ormai resa abitudine dai continui insegnamenti. Un saluto, prima di chiudere la porta della stanza per la quale aveva pagato, una volta tanto, usando il chip, così che il padre potesse rintracciare la transazione e quello che aveva fatto. Nemmeno un addio, ma in fondo non le importava. Due giorni dopo si era già dimenticata di quel uomo, del suo nome, dei suoi occhi verdi. 

22/12/14

Lòng City - Xinhion, marzo 2490

Osservava in silenzio con la solidità immobile di una montagna - Cos'è?
Aprilo. - Era l'impazienza fatta uomo. Fremeva nell'attesa di venire soddisfatto.
Preferirei di no. - Glaciale e cheta, sollevò gli occhi scuri, ruotandoli verso la finestra per interessarsi al tempo che scorreva al di là del vetro opaco.
Non sei curiosa di sapere cos'è? - Sapeva che non sarebbe stato facile, non lo è mai stato, eppure, un cuor suo, sperava ardentemente di aver fatto la scelta giusta.
Sì, per questo ho chiesto. - Con infinita pazienza, spiegò nuovamente un punto di vista che pensava essere ormai stato chiarito.
In quel momento comprese che non sarebbe mai riuscito a strapparle un sorriso che non fosse stato attentamente soppesato, valutato e giudicato. - Se lo apri lo scoprirai.
Allora non sono più curiosa. - Il punto doveva essere messo, e pur consapevole che la discussione non era ancora finita, non si potè esimere dal tentare di condurre a ragione l'uomo che aveva davanti.
Non ti piace la scatola? - Ci provò ancora, con ritrovata energia, cercando di sondare l'umore della ragazzina.
Non è questo... - L'insistenza era sempre indice di aspettativa, qualcosa covava dietro quel sorriso pulito e allineato. Le dita non stavano mai ferme e questo, nella sua breve esperienza, indicava una certa dose di nervosismo. Con un sospiro, cominciò ad accarezzare l'idea di ammansire la situazione.
E dunque? 
Era un gioco studiato. Condurre la partita sul proprio campo è un vantaggio enorme - Preferirei sapere cosa contiene, perchè se la mia reazione non dovesse essere quella che ti aspetti, ne rimarresti deluso.
Non vuoi deludermi? - La voce sfiorò una nota particolare, fin troppo acuta, quasi implorante.
Eccolo, il tono di voce, quello dell'uomo raddolcito, addomesticato. Manca solo una cosa, una sola cosa - No.
Allora aprilo. - Non le avrebbe concesso l'ennesima vittoria, nemmeno sotto tortura.
...
Lana? - Non era in grado di sostenere il peso di quel silenzio indotto. Cedette, ancora una volta e lei
affondò il coltello - Papà, non mi piacciono le sorprese.