Appoggia la fronte contro lo scafo, nella cabina che si è
comprata su quel trasporto diretto a Richleaf, partendo da Hall Point. Chiude
gli occhi, stendendo le gambe ancora intorpidite. Non ha veramente rischiato di
perderlo, quel passaggio, ma, fissando il soffitto del piccolo cubicolo, si
rende conto che mentire era l’unico modo per imporsi di staccarsi da quel
ragazzo. Ha ragione Tilda nel definirlo: Peyote. Non avrebbe trovato modo più
cristallino di definire Keelan, la sua scarica di energia, la pienezza con cui
affronta la vita, giorno dopo giorno, rubando tutto quello che può rubare. Lo
ha pecepito pienamente, dietro quel sorriso, sotto le strette ruvide e
possessive. Giocherella con le punte dei ricci, sprofondando lentamente in un
sonno agitato. La testa è leggera, nonostante il corpo sia ancora annodato
nella tensione che ha dovuto interrompere, percepisce ancora su di sè il calore
del corpo di Keelan, il suo odore, visto che non è riuscita a farsi nemmeno una
doccia, e dovrà trascinarselo addosso per un po’, visti i turni in doccia già
stabiliti. Stringe le labbra, nel rumore dei motori che graffiano
sinistramente. Il wyoming sfreccia nelle stelle portandola sempre più vicina ad
un punto fermo.
Scendendo la rampa di carico della nave si osserva attorno senza però riuscire a distinguere, tra la folla, qualcosa di familiare. Con un
sospiro spezzato in gola da una nota di frustrazione, ringrazia il capitano,
saldando il conto del passaggio e trascinandosi via un mucchio di sigarette
guadagnate giocando a carte con l’equipaggio, un vizio di cui non si priverebbe per nulla al mondo. Si inietta direttamente nelle vene pulsanti di persone, i vicoli
stretti, mischiandosi con quel tessuto vivace e contorto che è la vita di Maracay.
Grosso modo conosce la strada, si lascia condurre dal flusso, continuando ad
osservarsi attorno. Addosso ha abiti variopinti ma di poco conto, perfettamente
in linea con la moda del pianeta, i capelli raccolti in una bandana verde, così
come le era stato chiesto di fare. Non ha addosso altro se non la sacca a
tracolla per il viaggio, di tessuto sintetico ormai logoro dall'utilizzo e il
bracciale, con cui gioca nervosamente. Ha anche un coltello, infilato sotto la
gonna, per ogni evenienza, ma non basta la lama fredda contro la coscia calda a
darle la giusta dose di sicurezza. Avevano promesso che sarebbero stati lì, ad
accoglierla, e invece viene sballottata lungo quelle stradine e nei vicoli
sconclusionati e senza senso di quel immenso alveare di città, con le sue
cellette fatte di quartieri e rioni. Addosso un'insana quanto fastidiosa sensazione di pericolo, che però non riesce a farla apparire fuori posto, nemmeno lì, nemmeno ora che è sola. Almeno fino a che non sente un braccio
scivolarle sulle spalle, e stringerla in maniera amichevole – Hola, Mamasita,
cosa vai cercando? – la voce non risulta del tutto straniera, c’era una nota, in
quello spagnolo arrangiato, che solletica vecchi ricordi. - I think you know exactly what I'm looking for - la sua risposta non tarda ad arrivare, con quel risentimento sprezzante che non può lesinargli: avevano detto che sarebbero venuti a prenderla. Di risposta, il ragazzo al suo fianco allunga una mano, sfilando la bandana da sopra la sua testa per legarsela al polso, cingerla dalla vita e trascinarla attraverso un portico - Muoviti. - L'invito non ha nulla di piacevole, anche se viene mosso con un sorriso affilato e stretto attorno una sigaretta sgangherata. Attraverso una cortina aperta, scavalcano una finestra sfondata e si ritrovano in una via laterale, che iniziano a percorrere rapidamente, fino ad una moto, parcheggiata e col motore già acceso, guardata a vista da una piccola banda di mocciosi dal coltello facile e gli occhi persi in chissà quale schifezza chimica. - Mi spieghi che diavolo significa? - Non ci sta, la fiducia arriva fino a tanto, e la sua si è esaurita rapidamente con tutto quel mistero. - Ti stavano seguendo, sei talmente rammollita che nemmeno te ne sei resa conto. Monta, su.
Nel tragitto fino alla tana non riesce a pensare ad altro. Nasconde il viso contro la spalla di Danny e si lascia guidare fino a risalire le strade movimentate, spesso invase da ragazzini, donne e bestie. Pensa a chi mai possa avere interesse a seguirla e l'unica cosa che le sovviene è un nome e una faccia. Una volta raggiunto il punto, che non fatica a riconoscere per quanto di tempo ne è passato molto, balza giù dalla moto e si affretta ad entrare nella casa diroccata, ritrovandosi addosso un bel po' di metallo puntato. Se ne frega, l'unica cosa, l'unico motivo che l'ha spinta a tornare in quel posto è disteso su di un materasso cencioso, spettro di sè stesso. Non sono le canne scure puntate addosso a bloccarla sul posto, ma lo stato in cui verte suo fratello, vomitato da quel buco che è Fargate come un bolo di bile e ossa consumate. Danny la raggiunge poco dopo, ma già le armi sono state rinfoderate. Mihai si alza, per andarle incontro ma tutto quello che si guadagna da lei è uno sguardo astioso e risentito, la minaccia di un ceffone e poi uno scatto, laterale, agile abbastanza per sfuggirgli e fiondarsi al fianco di Lash. Le ossa gli sporgono dal corpo come se la pelle tatuata non fosse che un foglio di carta velina. Ha gli occhi scavati da un dolore e una nausea che non si può descrivere a parole, bisogna osservare per poter percepire il brivido freddo della morte. Le dita non stanno ferme, si era spezzato ogni unghia nel tentativo disperato di scavarsi una via di fuga da quel inferno. Lo avevano pestato, rotto e poi lasciato lì, a godere del suo dolore, a costringerlo ai lavori forzati. Se mai avesse avuto un'anima, Lash Bregovic, l'aveva persa per sempre a causa della brutalità dei suoi aguzzini, sotto il pugno duro della legge. Gli avevano rasato i capelli, gli avevano scorticato una parte del braccio per marchiargli il numero da prigioniero che molti si portano nella tomba. Nella sua testa Lana non riesce a scacciare l'idea che sembri una di quelle maschere che si indossano ne "El Dìa de los Muertos", solo che anche pressando con le dita sugli zigomi pronunciati, il pallore non se ne va, non passa come una ditata di cerone. Si sente sollevare, di peso e non c'è resistenza da parte del fratello che mostra tutta la paura, riversata come uno schiaffo d'acqua gelida, un tuffo in un lago ghiacciato da cui è impossibile risalire. Mihai se la carica di peso, mentre lei cerca di ribellarsi, la sbatte a sedere in una stanza separata e cominciano a parlare. Parlare. Non è un termine che si addice alla loro famiglia. Loro non parlano, si insultano, si minacciano, si osservano e si capiscono, ma non parlano. Tranne in un momento. - Fallo venire con me. - C'era qualcosa di ansioso, nella voce della donna. - Non se ne parla. Lui resta qui, con noi. - Quel ringhio basso che scappa dalle labbra del gemello lo conosce, ha deciso, e non riuscirà a fargli cambiare idea. Ci sono alcune cose su cui lei non ha ancora potere. Non ha ancora trovato il punto su cui far presa, per cambiare le carte in tavola a proprio piacimento: ma non si arrende. - Ha bisogno di cure. Non vedi com'è ridotto? - La risata di Mihai riempie la stanza, costringe anche Danny ad affacciarsi, per assicurarsi che tutto vada bene. Jal non si è nemmeno degnato di comparire, lo ha visto, con la coda dell'occhio, strisciare in una delle stanze adiacenti e da lì non è più emerso.- So perfettamente in che stato sta, Nadya, non serve che me lo puntualizzi con tanta saccenza. Facci avere i soldi, noi penseremo a farlo curare qui, Maracay ha infinite possibilità in questo senso. E' l'unico modo che hai per renderti utile, se davvero ti interessa. - Quella chiusura ironica le scavava una sorta solco in fondo allo stomaco, una sensazione di nervi che si tendono e viscere che si smuovono. - Non sarà che sei geloso, visto che per lui sono corsa e per te no? - Percepisce lo spostamento d'aria in maniera nitida e tagliente, ma non c'è bruciore ad infiammarle la faccia, o qualche altra parte del corpo. Sbirciando non può fare a meno di notare la presa, provvidenziale, di Danny sul polso del proprio gemello. Lo fissa, dal basso, senza comprendere il motivo che ha spinto il moro ad intromettersi - Mihai, non credo sia il caso adesso, ancor più che tua sorella sembra essere in qualche guaio. - La faccia del Bregovic mutava raramente, la sua espressione era sempre efferata e brutale, ma con le parole di Danny riusciva ad intendere un minimo fremito delle palpebre, il respiro contratto e una sorta di scarica di fatica a spezzargli la postura. E' costretta a stare immobile, perchè sa che una cosa simile non dura che un secondo - Parla.
Parlare. Ancora? Non ha idea di che dire. Si stringe nelle spalle, mentre Danny allenta gradualmente la presa sul polso di Mihai, fino a che non riguadagna una calma apparente che gli concede il privilegio di allentare a propria volta la tensione. Gli occhi di entrambi sono su di loro - Non ne ho idea. Danny dice che mi stavano seguendo. - Lui sbuffa, una risata sarcastica quando gli addossa la colpa e lei, di risposta, ruota lo sguardo con una vena di colpevole consapevolezza - E va bene, mi stavano seguendo ma sul serio, non ho motivo per credere che dipenda da me, forse volevano solo i miei organi. - Una possibilità non così remota, in effetti. I due si osservano a lungo, e lei viene invitata a tornare di là per badare a Lash. Non le piace venire indirizzata, non da loro, non in quel contesto, ma l'espressione di entrambi ha qualcosa che le suggerisce di defilarsi, per il momento.
La notte cala. La notte di Maracay non ha pace. Il silenzio è qualcosa che i figli di questa terra hanno dimenticato, o che serbano solo per i morti. I morti. Si alza dalla brandina accanto al gemello, lo scavalca in silenzio, e così fa anche con Jal, annodato tra le lenzuola madide di sudore. Non le ha ancora rivolto la parola, nemmeno quando hanno cenato. Scivola fuori da quei letti che hanno un sentore di alcol e acido da vomito e si trascina fino alla stanza in cui viene lasciato solo Lash. Non ha esitazioni, si insinua nel suo spazio vitale e lo cerca. Al tatto la pelle sembra tessuto sintetico di scarsa qualità, di quelli che si trovano nei bugigattoli di empori nel Rim. Non ha niente di umano, quel corpo, se non la struttura fisica. Le ossa le può contare con i polpastrelli, ed è quello che fa per farsi cullare nel sonno. Lui è sveglio. I suoi occhi sono buchi neri che divorano il buio, lo assorbono e danno la sensazione di poter precipitare nell'abisso composto dai suoi incubi. Lei gli sorride. Sa che quello è il momento da cui non si può tornare indietro. Sa che da ora in poi lui le sarà devoto e fedele o non la potrà più guardare. Ne cerca il volto, il tatuaggio sullo zigomo. Lo sfiora con le labbra e lui le si aggrappa addosso con l'urgenza di un bambino. Non c'è amore, ma il calore sì. Il corpo di Lash è freddo, da la sensazione di giacere con la morte stessa, e anche questo è qualcosa che le spedisce un brivido di piacere lungo la schiena. E' un'affezione morbosa, la sua, qualcosa di oscuro e orribile, che si potrebbe confondere con l'amore. All'alba lui le si è rannicchiato addosso, bisognoso come un cucciolo. Lei resta immobile, fissando le lame di luce polverosa che si muovono e che scandiscono il tempo che passa. Nessuno osa intromettersi, nemmeno Mihai dall'alto del suo fastidioso digrignare di denti. Il sentirlo rodersi l'anima le da una soddisfazione che aveva dimenticato di provare, in presenza dei fratelli. Si alza solo quando è lui a sentirne il bisogno ed è solo allora che fa capolino Jal, richiamandola con un filo di voce e l'espressione da cane bastonato. Si mette contro la parete, sorseggiando da una bottiglia di cerveza. C'è qualcosa di mortificante nel modo in cui quel ragazzo striscia. Non le è mai andato a genio che quel genere di atteggiamento risultasse troppo smaccato, le sta bene che le striscino ai piedi, ma non che lo facciano in maniera così plateale e di pessimo gusto. Storce le labbra, lo fissa, senza risparmiargli alcuna espressione, senza apporre filtri allo sguardo in modo da pesare come un macigno di giudizio insindacabile - Mi volevo scusare con te, per quella storia de... - solleva una mano, di scatto, tagliando l'aria con un gesto brusco, ma che trasuda un'eleganza ferina. - Non parliamone più. Hai fatto quello che ti ho chiesto? - Indaga, scavando lungo le braccia e negli occhi altrui, a caccia di segni che possano tradire una bugia. - L'ho fatto e sto una merda. - Si stringe nelle spalle. E' paranoico, lo nota da come si controlla le spalle, da come sfrega tra loro le dita, il tremito nella voce, nella gola e quegli occhi che non trovano pace, sono divorati dalla scintilla della paura - Ti passerà. L'importante è che mantieni la tua parola, o te la vedrai con Mihai. - Come minaccia poteva bastare a rimetterlo in riga - Abbi almeno la decenza di fare uno sforzo per sembrare normale, ti farò avere qualcosa che ti aiuterà per l'astinenza, così sarà meno complicato e non infastidirai nessuno dei tuoi fratelli. Ora che Lash è tornato anche su di te cade la responsabilità di tenerlo il salute, per me. Lo farai? - Si alza, morbida e così, morbida è diventata anche la voce. Dalla tagliente freddezza con cui ha iniziato la discussione è scivolata piano piano in una dimensione più letale, per certi versi. Conosce i loro punti deboli, sa come far fare, specie ai due più piccoli, quello che vuole. Gli rifila una carezza, arpionandolo dal collo per tirarselo addosso e stringerlo. Il contatto, quello pieno, lo ottiene dopo un attimo di esitazione, in cui una rigidità quasi mortale gli ha rubato il fiato, ma poi si arrende. In fin dei conti, non è male stringerla: ha un buon profumo e per dei ragazzi cresciuti senza il calore di un contatto, diventa una droga, il riflesso di un'infanzia che possono riguadagnare, nelle loro speranzose testoline. Gli bacia la guancia, gli sorride come se nulla fosse mai successo, come se non le fosse costato un bel po' di soldi e un bello spavento, con quella pistola puntata alla testa. Lui le sorride di rimando, rassicurato in un batter d'occhio, felice di scrollarsi di dosso l'impressione che lei sia in collera con lui. Lana non spreca nemmeno un briciolo della sua energia a restare in collera con Jal, va bene così, in fin dei conti.
Si arrampica sulla rampa della nave, diretta via da quel pianeta e che le permetterà di prenderne un'altra verso il 'Core e ancora una verso Horyzon, così da fare qualche passaggio in più su Xinhion. I suoi passi riecheggiano stranamente doppiati, e quando nota Danny caricare la moto nella stiva e rifilare al capitano, in un gesto discreto per tutti tranne che per lei, una busta con dei soldi, si stupisce. Scrolla le spalle e si avvia verso la cabina che l'ospiterà per il viaggio. Nell'incedere viene bloccata da una presa solida, familiare come lo sono le sue stesse mani - Danny viene con te. - Ruota il viso oltre la spalla, osserva il gemello da sotto e le viene da ridere - Mi stai appioppando un cane da guardia? Non puoi venire tu? - lui scrolla la testa, tornando a sbirciare il corridoio - Non mi posso ancora allontanare da qui, lui è pulito. - Lei ride, bassa - Non hai paura che si infili nel mio letto? - Mihai solleva le sopracciglia e ruota lo sguardo, scrollando la testa - A lui piacciono gli uccelli, non le passere. Vedi di non farmi incazzare e cerca di capire chi cazzo ce l'ha con te. - La volgarità con cui si esprime il suo gemello ha la capacità di farla ridere, fin troppo, ma non è il momento, in fin dei conti deve liberarsi di lui quanto prima, e deve partire. - Sì, lo farò. - Lui non aggiunge altro. L'afferra, la bacia e si allontana, lasciando spazio a Danny con la borsa a tracolla. Divideranno la cabina per il viaggio, e lei avrà modo di constatare che i gusti del moro non sono poi quelli che pensa il suo adorato fratellino.
Nel tragitto fino alla tana non riesce a pensare ad altro. Nasconde il viso contro la spalla di Danny e si lascia guidare fino a risalire le strade movimentate, spesso invase da ragazzini, donne e bestie. Pensa a chi mai possa avere interesse a seguirla e l'unica cosa che le sovviene è un nome e una faccia. Una volta raggiunto il punto, che non fatica a riconoscere per quanto di tempo ne è passato molto, balza giù dalla moto e si affretta ad entrare nella casa diroccata, ritrovandosi addosso un bel po' di metallo puntato. Se ne frega, l'unica cosa, l'unico motivo che l'ha spinta a tornare in quel posto è disteso su di un materasso cencioso, spettro di sè stesso. Non sono le canne scure puntate addosso a bloccarla sul posto, ma lo stato in cui verte suo fratello, vomitato da quel buco che è Fargate come un bolo di bile e ossa consumate. Danny la raggiunge poco dopo, ma già le armi sono state rinfoderate. Mihai si alza, per andarle incontro ma tutto quello che si guadagna da lei è uno sguardo astioso e risentito, la minaccia di un ceffone e poi uno scatto, laterale, agile abbastanza per sfuggirgli e fiondarsi al fianco di Lash. Le ossa gli sporgono dal corpo come se la pelle tatuata non fosse che un foglio di carta velina. Ha gli occhi scavati da un dolore e una nausea che non si può descrivere a parole, bisogna osservare per poter percepire il brivido freddo della morte. Le dita non stanno ferme, si era spezzato ogni unghia nel tentativo disperato di scavarsi una via di fuga da quel inferno. Lo avevano pestato, rotto e poi lasciato lì, a godere del suo dolore, a costringerlo ai lavori forzati. Se mai avesse avuto un'anima, Lash Bregovic, l'aveva persa per sempre a causa della brutalità dei suoi aguzzini, sotto il pugno duro della legge. Gli avevano rasato i capelli, gli avevano scorticato una parte del braccio per marchiargli il numero da prigioniero che molti si portano nella tomba. Nella sua testa Lana non riesce a scacciare l'idea che sembri una di quelle maschere che si indossano ne "El Dìa de los Muertos", solo che anche pressando con le dita sugli zigomi pronunciati, il pallore non se ne va, non passa come una ditata di cerone. Si sente sollevare, di peso e non c'è resistenza da parte del fratello che mostra tutta la paura, riversata come uno schiaffo d'acqua gelida, un tuffo in un lago ghiacciato da cui è impossibile risalire. Mihai se la carica di peso, mentre lei cerca di ribellarsi, la sbatte a sedere in una stanza separata e cominciano a parlare. Parlare. Non è un termine che si addice alla loro famiglia. Loro non parlano, si insultano, si minacciano, si osservano e si capiscono, ma non parlano. Tranne in un momento. - Fallo venire con me. - C'era qualcosa di ansioso, nella voce della donna. - Non se ne parla. Lui resta qui, con noi. - Quel ringhio basso che scappa dalle labbra del gemello lo conosce, ha deciso, e non riuscirà a fargli cambiare idea. Ci sono alcune cose su cui lei non ha ancora potere. Non ha ancora trovato il punto su cui far presa, per cambiare le carte in tavola a proprio piacimento: ma non si arrende. - Ha bisogno di cure. Non vedi com'è ridotto? - La risata di Mihai riempie la stanza, costringe anche Danny ad affacciarsi, per assicurarsi che tutto vada bene. Jal non si è nemmeno degnato di comparire, lo ha visto, con la coda dell'occhio, strisciare in una delle stanze adiacenti e da lì non è più emerso.- So perfettamente in che stato sta, Nadya, non serve che me lo puntualizzi con tanta saccenza. Facci avere i soldi, noi penseremo a farlo curare qui, Maracay ha infinite possibilità in questo senso. E' l'unico modo che hai per renderti utile, se davvero ti interessa. - Quella chiusura ironica le scavava una sorta solco in fondo allo stomaco, una sensazione di nervi che si tendono e viscere che si smuovono. - Non sarà che sei geloso, visto che per lui sono corsa e per te no? - Percepisce lo spostamento d'aria in maniera nitida e tagliente, ma non c'è bruciore ad infiammarle la faccia, o qualche altra parte del corpo. Sbirciando non può fare a meno di notare la presa, provvidenziale, di Danny sul polso del proprio gemello. Lo fissa, dal basso, senza comprendere il motivo che ha spinto il moro ad intromettersi - Mihai, non credo sia il caso adesso, ancor più che tua sorella sembra essere in qualche guaio. - La faccia del Bregovic mutava raramente, la sua espressione era sempre efferata e brutale, ma con le parole di Danny riusciva ad intendere un minimo fremito delle palpebre, il respiro contratto e una sorta di scarica di fatica a spezzargli la postura. E' costretta a stare immobile, perchè sa che una cosa simile non dura che un secondo - Parla.
Parlare. Ancora? Non ha idea di che dire. Si stringe nelle spalle, mentre Danny allenta gradualmente la presa sul polso di Mihai, fino a che non riguadagna una calma apparente che gli concede il privilegio di allentare a propria volta la tensione. Gli occhi di entrambi sono su di loro - Non ne ho idea. Danny dice che mi stavano seguendo. - Lui sbuffa, una risata sarcastica quando gli addossa la colpa e lei, di risposta, ruota lo sguardo con una vena di colpevole consapevolezza - E va bene, mi stavano seguendo ma sul serio, non ho motivo per credere che dipenda da me, forse volevano solo i miei organi. - Una possibilità non così remota, in effetti. I due si osservano a lungo, e lei viene invitata a tornare di là per badare a Lash. Non le piace venire indirizzata, non da loro, non in quel contesto, ma l'espressione di entrambi ha qualcosa che le suggerisce di defilarsi, per il momento.
La notte cala. La notte di Maracay non ha pace. Il silenzio è qualcosa che i figli di questa terra hanno dimenticato, o che serbano solo per i morti. I morti. Si alza dalla brandina accanto al gemello, lo scavalca in silenzio, e così fa anche con Jal, annodato tra le lenzuola madide di sudore. Non le ha ancora rivolto la parola, nemmeno quando hanno cenato. Scivola fuori da quei letti che hanno un sentore di alcol e acido da vomito e si trascina fino alla stanza in cui viene lasciato solo Lash. Non ha esitazioni, si insinua nel suo spazio vitale e lo cerca. Al tatto la pelle sembra tessuto sintetico di scarsa qualità, di quelli che si trovano nei bugigattoli di empori nel Rim. Non ha niente di umano, quel corpo, se non la struttura fisica. Le ossa le può contare con i polpastrelli, ed è quello che fa per farsi cullare nel sonno. Lui è sveglio. I suoi occhi sono buchi neri che divorano il buio, lo assorbono e danno la sensazione di poter precipitare nell'abisso composto dai suoi incubi. Lei gli sorride. Sa che quello è il momento da cui non si può tornare indietro. Sa che da ora in poi lui le sarà devoto e fedele o non la potrà più guardare. Ne cerca il volto, il tatuaggio sullo zigomo. Lo sfiora con le labbra e lui le si aggrappa addosso con l'urgenza di un bambino. Non c'è amore, ma il calore sì. Il corpo di Lash è freddo, da la sensazione di giacere con la morte stessa, e anche questo è qualcosa che le spedisce un brivido di piacere lungo la schiena. E' un'affezione morbosa, la sua, qualcosa di oscuro e orribile, che si potrebbe confondere con l'amore. All'alba lui le si è rannicchiato addosso, bisognoso come un cucciolo. Lei resta immobile, fissando le lame di luce polverosa che si muovono e che scandiscono il tempo che passa. Nessuno osa intromettersi, nemmeno Mihai dall'alto del suo fastidioso digrignare di denti. Il sentirlo rodersi l'anima le da una soddisfazione che aveva dimenticato di provare, in presenza dei fratelli. Si alza solo quando è lui a sentirne il bisogno ed è solo allora che fa capolino Jal, richiamandola con un filo di voce e l'espressione da cane bastonato. Si mette contro la parete, sorseggiando da una bottiglia di cerveza. C'è qualcosa di mortificante nel modo in cui quel ragazzo striscia. Non le è mai andato a genio che quel genere di atteggiamento risultasse troppo smaccato, le sta bene che le striscino ai piedi, ma non che lo facciano in maniera così plateale e di pessimo gusto. Storce le labbra, lo fissa, senza risparmiargli alcuna espressione, senza apporre filtri allo sguardo in modo da pesare come un macigno di giudizio insindacabile - Mi volevo scusare con te, per quella storia de... - solleva una mano, di scatto, tagliando l'aria con un gesto brusco, ma che trasuda un'eleganza ferina. - Non parliamone più. Hai fatto quello che ti ho chiesto? - Indaga, scavando lungo le braccia e negli occhi altrui, a caccia di segni che possano tradire una bugia. - L'ho fatto e sto una merda. - Si stringe nelle spalle. E' paranoico, lo nota da come si controlla le spalle, da come sfrega tra loro le dita, il tremito nella voce, nella gola e quegli occhi che non trovano pace, sono divorati dalla scintilla della paura - Ti passerà. L'importante è che mantieni la tua parola, o te la vedrai con Mihai. - Come minaccia poteva bastare a rimetterlo in riga - Abbi almeno la decenza di fare uno sforzo per sembrare normale, ti farò avere qualcosa che ti aiuterà per l'astinenza, così sarà meno complicato e non infastidirai nessuno dei tuoi fratelli. Ora che Lash è tornato anche su di te cade la responsabilità di tenerlo il salute, per me. Lo farai? - Si alza, morbida e così, morbida è diventata anche la voce. Dalla tagliente freddezza con cui ha iniziato la discussione è scivolata piano piano in una dimensione più letale, per certi versi. Conosce i loro punti deboli, sa come far fare, specie ai due più piccoli, quello che vuole. Gli rifila una carezza, arpionandolo dal collo per tirarselo addosso e stringerlo. Il contatto, quello pieno, lo ottiene dopo un attimo di esitazione, in cui una rigidità quasi mortale gli ha rubato il fiato, ma poi si arrende. In fin dei conti, non è male stringerla: ha un buon profumo e per dei ragazzi cresciuti senza il calore di un contatto, diventa una droga, il riflesso di un'infanzia che possono riguadagnare, nelle loro speranzose testoline. Gli bacia la guancia, gli sorride come se nulla fosse mai successo, come se non le fosse costato un bel po' di soldi e un bello spavento, con quella pistola puntata alla testa. Lui le sorride di rimando, rassicurato in un batter d'occhio, felice di scrollarsi di dosso l'impressione che lei sia in collera con lui. Lana non spreca nemmeno un briciolo della sua energia a restare in collera con Jal, va bene così, in fin dei conti.
Si arrampica sulla rampa della nave, diretta via da quel pianeta e che le permetterà di prenderne un'altra verso il 'Core e ancora una verso Horyzon, così da fare qualche passaggio in più su Xinhion. I suoi passi riecheggiano stranamente doppiati, e quando nota Danny caricare la moto nella stiva e rifilare al capitano, in un gesto discreto per tutti tranne che per lei, una busta con dei soldi, si stupisce. Scrolla le spalle e si avvia verso la cabina che l'ospiterà per il viaggio. Nell'incedere viene bloccata da una presa solida, familiare come lo sono le sue stesse mani - Danny viene con te. - Ruota il viso oltre la spalla, osserva il gemello da sotto e le viene da ridere - Mi stai appioppando un cane da guardia? Non puoi venire tu? - lui scrolla la testa, tornando a sbirciare il corridoio - Non mi posso ancora allontanare da qui, lui è pulito. - Lei ride, bassa - Non hai paura che si infili nel mio letto? - Mihai solleva le sopracciglia e ruota lo sguardo, scrollando la testa - A lui piacciono gli uccelli, non le passere. Vedi di non farmi incazzare e cerca di capire chi cazzo ce l'ha con te. - La volgarità con cui si esprime il suo gemello ha la capacità di farla ridere, fin troppo, ma non è il momento, in fin dei conti deve liberarsi di lui quanto prima, e deve partire. - Sì, lo farò. - Lui non aggiunge altro. L'afferra, la bacia e si allontana, lasciando spazio a Danny con la borsa a tracolla. Divideranno la cabina per il viaggio, e lei avrà modo di constatare che i gusti del moro non sono poi quelli che pensa il suo adorato fratellino.
Daniel Quinn, 2489-12-11, Meili
Maracay - Richleaf, aprile 2713

