Capital City - Horyzon, gennaio 2017
Appoggiata di
spalle allo specchio che riveste l’interno dell’ascensore, copre con le dita
uno sbadiglio. Addosso lo stesso abito blu navy che l’aveva vista uscire da
quella casa, sfavillante e tutta in tiro. Le scarpe le regge tra le dita,
assieme alla borsetta a busta da cui cava la propria chiave elettronica. E’
mattina presto, il trucco è sfatto, sbavato attorno agli occhi. Il portiere le
ha gettato addosso un’occhiata divertita, alla quale lei ha risposto con un sorriso
colpevole e stanco. Il suono acustico annuncia il piano, scivola fuori dall’ascensore
e attraversa il corridoio, svoltando a destra per imboccare il proprio
pianerottolo. Si appoggia di fianco la porta con un respiro affaticato, facendo
strusciare la chiave che trasforma il led rosso in verde, permettendole di
accedere al proprio appartamento. Butta le scarpe di lato, la borsetta e la
chiave lasciata sul piano della cucina. Armeggia con la cerniera del vestito,
liberandosi della costrizione di quel abito, splendido, ma che ha preferito
levarsi prontamente la sera prima e che le è pesato indossare di nuovo il
mattino, per lasciare l’appartamento del reporter. Si trascina scalza dal
salotto verso il bagno, gettando l’abito nella cesta dei panni sporchi. Si
affaccia allo specchio, buttando un po’ d’acqua sugli occhi cerchiati di trucco
e non solo. Prende i dischetti di cotone, rimanendo fissa nel proprio sguardo
per lunghi attimi, nel tentativo di mettere a fuoco qualcosa. Il sorriso, sulle
labbra, ha una nota plastica, indurita da qualcosa di crudo, che spicca dietro
la maschera mansueta che si incrina a causa del poco sonno e delle scarse
energie. Si sfila di dosso il BS-lifecare e resta ad osservare la medaglietta
che penzola dal bracciale al polso. Con un sospiro si scrolla di dosso l’indolenza
della mattina, proseguendo a struccarsi. Il richiamo della camera da letto ha
qualcosa di irresistibile, nonostante la voglia di dormire non sia poi così
marcata. Scivola, scalza, le gambe nude scandiscono passi in punta di piede, sul
pavimento gelato dell’appartamento. Fa scorrere l’anta mobile a specchio, che
nasconde l’accesso alla sua camera da letto e si blocca. La luce filtra appena
tra le fenditure nelle tapparelle. Deve sbattere le palpebre un paio di volte,
per mettere a fuoco la sagoma di un uomo, addormentato tra le sue coperte. Si
trascina fino al fondo del letto, come un animale diffidente, si siede, sul
tappeto peloso, in cui affonda le dita, stringendo per scaricare quell’insofferenza
che le sale rapida a stringere la gola. Sbircia, oltre il bordo del letto,
piantando occhi scuri e feroci sul viso adombrato, scavando i lineamenti
confusi fino a trovare la familiarità di quei connotati, così simili ai propri.
Si arrampica, strisciando come un serpente sulle lenzuola fresche, infestate di
una presenza maschile che di solito non conoscono, macchiate dal tanfo di
sudore, piuttosto che dal profumo di pulito a cui è abituata. Striscia, fino ad
affacciarsi su di lui. Striscia, fino a che non incappa nei suoi occhi, aperti
a guardarla. Non gli lascia nemmeno il tempo di parlare, che già lo sta
prendendo a schiaffi. Senza pietà, senza energie, sfoga la rabbia con le unghie
e con i denti fino a che le sue esigue forze non hanno la peggio, e la ferocia
altrui non la schiaccia, sconfitta, schiena al materasso.
Dove sei stata? – quella domanda le fa sorgere un ringhio
in gola, tanto da rischiare di caricare uno sputo, che però le va di traverso
quando Mihai le schiaccia il palmo contro le labbra, prevedendo le intenzioni
della gemella. Ci prova, a ribellarsi, ma non ha le forze, non ha la rabbia
necessaria a scalfire il muro di violenta indignazione che è il sangue del suo
sangue. E’ costretta ad ammansire le spalle, affossarsi maggiormente nel
cuscino, mugugnando contro il palmo della mano altrui. Mihai la lascia, ma non
le permette di muoversi, nè di liberare le gambe, incastrate tra le sue, nè di
muovere le braccia, i polsi incastrati sotto la morsa delle sue dita, sollevati
e nascosti dal cuscino. – Dove sei stata? – Ripete, cercandone
gli occhi. Lei non risponde, ottusa, testarda. Lui si avvicina, le annusa la
pelle nuda, le respira addosso il sudore di una notte non ancora lavato via. – Puzzi
di sesso. Hai trovato un pollo da spennare? – La sua domanda è cruda e
violenta, le scava nel petto in maniera fastidiosa. – No – La sua indignazione
si anima, in una risposta secca, quasi urlata in faccia al fratello. – Con chi
sei stata, allora?
Quell’insistenza
da parte del fratello le fa bruciare di rabbia gli occhi. Sente salire un senso
di fastidio misto a qualcosa che non è davvero in grado di decifrare. Lui le
incombe addosso, con la solita arroganza di sempre, i modi duri, inflessibili,
privi di calore umano, di affetto, ma solo carichi di possessività e dominanza.
– Che
ti importa? Tu dove diavolo sei stato? – ribatte senza rispondere, e
sente le dita stringersi maggiormente fino a scaricare fitte di dolore dai
polsi lungo le braccia, facendo fremere i muscoli già provati per la notte
intensa trascorsa senza poter chiudere occhio. – Mi stai facendo male, Mihai,
levati dalle palle! – Lo minaccia, provando ancora una volta, con le
poche energie residue, a ribellarsi alle imposizioni crudeli del proprio
gemello. Scalcia, riuscendo in qualche modo a sbilanciarlo, ma lui è solido e
le si sdraia addosso in tutto il suo peso: è ancora forte e asciutto come un
tempo, nervoso e pesante, non ha smesso di fare a pugni da che era un
ragazzino.
Stai ancora vedendo quel
reporter? – La domanda
le fa perdere un battito, sgranando gli occhi sul suo viso, i suoi occhi
carichi di giudizio e biasimo – Tu c-come... mi stai seguendo? – il sorriso
del fratello gli taglia il viso come un’orrida cicatrice. Non è un bel sorriso,
è qualcosa di famelico, di dannato, come il ghigno di un diavolo. – Io veglio
su di te, lo dovresti sapere. – ride, basso, la deride in quella
maniera che lei non ha mai sopportato. Le fa salire la voglia di prenderlo a
pugni e lui glielo concede, liberandole di colpo i polsi. Boccheggia quando
finalmente viene liberata, non solo le braccia, ma anche il corpo, dato che lui
rotola di schiena sul letto, fino a mettersi seduto, dandole le spalle. Si
struscia i polpastrelli contro i segni rossi che le circondano i polsi,
massaggiando nel tentativo di far sparire le tracce di quella prepotenza. – Stai sbagliando
tutto con lui. – La sentenza arriva con una certa puntualità,
spezzandole il fiato in petto – Prima o poi gli verrà lo scrupolo di
scoprire chi sei e a quel punto sarai in svantaggio. Non è un coglione. Non
come i tuoi soliti amanti. – Si tira a sedere tra le lenzuola che, pur
essendo sue, non sente affatto come proprie. – Non sai niente, Mihai. –
Lui le ride in faccia, mentre lei gli si fionda addosso, provando a colpirlo in
maniera scomposta. Riesce, uno, due pugni alle costole fluttuanti, uno
schiaffo, un morso alla spalla, ma lui non batte ciglio, così come si fa con un
cucciolo che rosicchia le dita, almeno fino a che non si stanca. L’afferra per
i capelli e la trascina in grembo, lasciandosi avvolgere dalle gambe sottili, ma
stringendola senza dolcezza. – Io so sempre tutto, Nadya, ricordatelo. So
che stai giocando con il fuoco, so che ti piace l’idea di scopartelo perchè sai
che è pericoloso, per te soprattutto, ma anche per noi. – Le stringe i
capelli all'altezza della nuca, costringendola a schiacciare la fronte contro
la propria. Lui non ci casca a quegli occhi suadenti, non si scioglie ai tocchi
sensuali, alla vista delle sue labbra, non si fa incantare dai suoi modi. Lui è
presente, inflessibile, crudele. – Da quando ti importa di noi? Hai lasciato
nostro fratello a farsi divorare dalla merda che si butta in vena. Gli hai
permesso di finire incasinato con quelli dello Skyplex, e vieni a farmi la
predica se passo la notte con un giornalista tra le cosce? Fammi il favore,
Mihai. Non c’è nessun noi. Non da quando hai fatto finire nostro fratello a
Fargate. – Sputa veleno e risentimento, soffiando come un gatto minacciato.
La stretta delle ampie mani le serra i fianchi, strizzandola fino a farle
rilasciare un lamento. Sa come pungerlo. Non è invincibile, e lo capisce nel
momento in cui la sua fronte le si abbatte contro la spalla e la presa da
collerica si scioglie in qualcosa di più bisognoso, che le accende il petto di
un palpito al quale non sa resistere. E’ il richiamo del sangue, che le fa
sciogliere i muscoli. Affonda le dita tra i capelli scuri del gemello,
massaggiandogli la nuca, ritrovando il piacere di un contatto consumato dalla
rabbia e dal senso di abbandono. Lui scivola di fianco, trascinandola con sè
sotto le lenzuola, semplicemente per chiudere gli occhi. Il senso di colpa non
gli è estraneo. Da quando Lash è stato sbattuto in un buco a Fargate Mihai si è chiuso in sè stesso,
diventando più rabbioso e furioso che mai. – Dobbiamo fare qualcosa per Jal.
Ho provato ad andare sullo Skyplex ma io non sono nessuno. Ho fatto in modo che
arrivassero i soldi per pagare i suoi debiti ma non è abbastanza, non è mai
abbastanza. Ho bisogno che ci pensi tu. – Lei gli carezza il viso, gli
parla a voce bassissima, conciliandolo mentre lui se la stringe. Non è mai
gentile, nemmeno in questi momenti, ma è reale, è un bisogno concreto che lei
non può negargli. Lo asseconda, lo protegge per quanto le riesce, nonostante
tutto. Lui annuisce, cercando di rubarle un bacio dalle labbra, innocente,
quasi esitante.
Lo lascia
dormire, mentre spende qualche minuto in più sotto l’acqua, a lavarsi di dosso
l’odore ventiquattro ore troppo complicate da descrivere. Una volta asciugata
si veste ed esce, lasciando il gemello a dormire beato e più sicuro di sè, tra
le lenzuola scure. Lo sbircia, sorride e si allontana, in cerca di caffè, di un
posto dove distrarsi, qualcosa, qualcuno, in grado di darle un attimo di
respiro dai propri pensieri.
