Rich Deep Velvet Darkness
“I knew what she was, and it made no difference at all. She was hard, as ruthless as she was beautiful, as brittle as bone china.”
01/04/15
Appoggia la fronte contro lo scafo, nella cabina che si è
comprata su quel trasporto diretto a Richleaf, partendo da Hall Point. Chiude
gli occhi, stendendo le gambe ancora intorpidite. Non ha veramente rischiato di
perderlo, quel passaggio, ma, fissando il soffitto del piccolo cubicolo, si
rende conto che mentire era l’unico modo per imporsi di staccarsi da quel
ragazzo. Ha ragione Tilda nel definirlo: Peyote. Non avrebbe trovato modo più
cristallino di definire Keelan, la sua scarica di energia, la pienezza con cui
affronta la vita, giorno dopo giorno, rubando tutto quello che può rubare. Lo
ha pecepito pienamente, dietro quel sorriso, sotto le strette ruvide e
possessive. Giocherella con le punte dei ricci, sprofondando lentamente in un
sonno agitato. La testa è leggera, nonostante il corpo sia ancora annodato
nella tensione che ha dovuto interrompere, percepisce ancora su di sè il calore
del corpo di Keelan, il suo odore, visto che non è riuscita a farsi nemmeno una
doccia, e dovrà trascinarselo addosso per un po’, visti i turni in doccia già
stabiliti. Stringe le labbra, nel rumore dei motori che graffiano
sinistramente. Il wyoming sfreccia nelle stelle portandola sempre più vicina ad
un punto fermo.
Scendendo la rampa di carico della nave si osserva attorno senza però riuscire a distinguere, tra la folla, qualcosa di familiare. Con un
sospiro spezzato in gola da una nota di frustrazione, ringrazia il capitano,
saldando il conto del passaggio e trascinandosi via un mucchio di sigarette
guadagnate giocando a carte con l’equipaggio, un vizio di cui non si priverebbe per nulla al mondo. Si inietta direttamente nelle vene pulsanti di persone, i vicoli
stretti, mischiandosi con quel tessuto vivace e contorto che è la vita di Maracay.
Grosso modo conosce la strada, si lascia condurre dal flusso, continuando ad
osservarsi attorno. Addosso ha abiti variopinti ma di poco conto, perfettamente
in linea con la moda del pianeta, i capelli raccolti in una bandana verde, così
come le era stato chiesto di fare. Non ha addosso altro se non la sacca a
tracolla per il viaggio, di tessuto sintetico ormai logoro dall'utilizzo e il
bracciale, con cui gioca nervosamente. Ha anche un coltello, infilato sotto la
gonna, per ogni evenienza, ma non basta la lama fredda contro la coscia calda a
darle la giusta dose di sicurezza. Avevano promesso che sarebbero stati lì, ad
accoglierla, e invece viene sballottata lungo quelle stradine e nei vicoli
sconclusionati e senza senso di quel immenso alveare di città, con le sue
cellette fatte di quartieri e rioni. Addosso un'insana quanto fastidiosa sensazione di pericolo, che però non riesce a farla apparire fuori posto, nemmeno lì, nemmeno ora che è sola. Almeno fino a che non sente un braccio
scivolarle sulle spalle, e stringerla in maniera amichevole – Hola, Mamasita,
cosa vai cercando? – la voce non risulta del tutto straniera, c’era una nota, in
quello spagnolo arrangiato, che solletica vecchi ricordi. - I think you know exactly what I'm looking for - la sua risposta non tarda ad arrivare, con quel risentimento sprezzante che non può lesinargli: avevano detto che sarebbero venuti a prenderla. Di risposta, il ragazzo al suo fianco allunga una mano, sfilando la bandana da sopra la sua testa per legarsela al polso, cingerla dalla vita e trascinarla attraverso un portico - Muoviti. - L'invito non ha nulla di piacevole, anche se viene mosso con un sorriso affilato e stretto attorno una sigaretta sgangherata. Attraverso una cortina aperta, scavalcano una finestra sfondata e si ritrovano in una via laterale, che iniziano a percorrere rapidamente, fino ad una moto, parcheggiata e col motore già acceso, guardata a vista da una piccola banda di mocciosi dal coltello facile e gli occhi persi in chissà quale schifezza chimica. - Mi spieghi che diavolo significa? - Non ci sta, la fiducia arriva fino a tanto, e la sua si è esaurita rapidamente con tutto quel mistero. - Ti stavano seguendo, sei talmente rammollita che nemmeno te ne sei resa conto. Monta, su.
Nel tragitto fino alla tana non riesce a pensare ad altro. Nasconde il viso contro la spalla di Danny e si lascia guidare fino a risalire le strade movimentate, spesso invase da ragazzini, donne e bestie. Pensa a chi mai possa avere interesse a seguirla e l'unica cosa che le sovviene è un nome e una faccia. Una volta raggiunto il punto, che non fatica a riconoscere per quanto di tempo ne è passato molto, balza giù dalla moto e si affretta ad entrare nella casa diroccata, ritrovandosi addosso un bel po' di metallo puntato. Se ne frega, l'unica cosa, l'unico motivo che l'ha spinta a tornare in quel posto è disteso su di un materasso cencioso, spettro di sè stesso. Non sono le canne scure puntate addosso a bloccarla sul posto, ma lo stato in cui verte suo fratello, vomitato da quel buco che è Fargate come un bolo di bile e ossa consumate. Danny la raggiunge poco dopo, ma già le armi sono state rinfoderate. Mihai si alza, per andarle incontro ma tutto quello che si guadagna da lei è uno sguardo astioso e risentito, la minaccia di un ceffone e poi uno scatto, laterale, agile abbastanza per sfuggirgli e fiondarsi al fianco di Lash. Le ossa gli sporgono dal corpo come se la pelle tatuata non fosse che un foglio di carta velina. Ha gli occhi scavati da un dolore e una nausea che non si può descrivere a parole, bisogna osservare per poter percepire il brivido freddo della morte. Le dita non stanno ferme, si era spezzato ogni unghia nel tentativo disperato di scavarsi una via di fuga da quel inferno. Lo avevano pestato, rotto e poi lasciato lì, a godere del suo dolore, a costringerlo ai lavori forzati. Se mai avesse avuto un'anima, Lash Bregovic, l'aveva persa per sempre a causa della brutalità dei suoi aguzzini, sotto il pugno duro della legge. Gli avevano rasato i capelli, gli avevano scorticato una parte del braccio per marchiargli il numero da prigioniero che molti si portano nella tomba. Nella sua testa Lana non riesce a scacciare l'idea che sembri una di quelle maschere che si indossano ne "El Dìa de los Muertos", solo che anche pressando con le dita sugli zigomi pronunciati, il pallore non se ne va, non passa come una ditata di cerone. Si sente sollevare, di peso e non c'è resistenza da parte del fratello che mostra tutta la paura, riversata come uno schiaffo d'acqua gelida, un tuffo in un lago ghiacciato da cui è impossibile risalire. Mihai se la carica di peso, mentre lei cerca di ribellarsi, la sbatte a sedere in una stanza separata e cominciano a parlare. Parlare. Non è un termine che si addice alla loro famiglia. Loro non parlano, si insultano, si minacciano, si osservano e si capiscono, ma non parlano. Tranne in un momento. - Fallo venire con me. - C'era qualcosa di ansioso, nella voce della donna. - Non se ne parla. Lui resta qui, con noi. - Quel ringhio basso che scappa dalle labbra del gemello lo conosce, ha deciso, e non riuscirà a fargli cambiare idea. Ci sono alcune cose su cui lei non ha ancora potere. Non ha ancora trovato il punto su cui far presa, per cambiare le carte in tavola a proprio piacimento: ma non si arrende. - Ha bisogno di cure. Non vedi com'è ridotto? - La risata di Mihai riempie la stanza, costringe anche Danny ad affacciarsi, per assicurarsi che tutto vada bene. Jal non si è nemmeno degnato di comparire, lo ha visto, con la coda dell'occhio, strisciare in una delle stanze adiacenti e da lì non è più emerso.- So perfettamente in che stato sta, Nadya, non serve che me lo puntualizzi con tanta saccenza. Facci avere i soldi, noi penseremo a farlo curare qui, Maracay ha infinite possibilità in questo senso. E' l'unico modo che hai per renderti utile, se davvero ti interessa. - Quella chiusura ironica le scavava una sorta solco in fondo allo stomaco, una sensazione di nervi che si tendono e viscere che si smuovono. - Non sarà che sei geloso, visto che per lui sono corsa e per te no? - Percepisce lo spostamento d'aria in maniera nitida e tagliente, ma non c'è bruciore ad infiammarle la faccia, o qualche altra parte del corpo. Sbirciando non può fare a meno di notare la presa, provvidenziale, di Danny sul polso del proprio gemello. Lo fissa, dal basso, senza comprendere il motivo che ha spinto il moro ad intromettersi - Mihai, non credo sia il caso adesso, ancor più che tua sorella sembra essere in qualche guaio. - La faccia del Bregovic mutava raramente, la sua espressione era sempre efferata e brutale, ma con le parole di Danny riusciva ad intendere un minimo fremito delle palpebre, il respiro contratto e una sorta di scarica di fatica a spezzargli la postura. E' costretta a stare immobile, perchè sa che una cosa simile non dura che un secondo - Parla.
Parlare. Ancora? Non ha idea di che dire. Si stringe nelle spalle, mentre Danny allenta gradualmente la presa sul polso di Mihai, fino a che non riguadagna una calma apparente che gli concede il privilegio di allentare a propria volta la tensione. Gli occhi di entrambi sono su di loro - Non ne ho idea. Danny dice che mi stavano seguendo. - Lui sbuffa, una risata sarcastica quando gli addossa la colpa e lei, di risposta, ruota lo sguardo con una vena di colpevole consapevolezza - E va bene, mi stavano seguendo ma sul serio, non ho motivo per credere che dipenda da me, forse volevano solo i miei organi. - Una possibilità non così remota, in effetti. I due si osservano a lungo, e lei viene invitata a tornare di là per badare a Lash. Non le piace venire indirizzata, non da loro, non in quel contesto, ma l'espressione di entrambi ha qualcosa che le suggerisce di defilarsi, per il momento.
La notte cala. La notte di Maracay non ha pace. Il silenzio è qualcosa che i figli di questa terra hanno dimenticato, o che serbano solo per i morti. I morti. Si alza dalla brandina accanto al gemello, lo scavalca in silenzio, e così fa anche con Jal, annodato tra le lenzuola madide di sudore. Non le ha ancora rivolto la parola, nemmeno quando hanno cenato. Scivola fuori da quei letti che hanno un sentore di alcol e acido da vomito e si trascina fino alla stanza in cui viene lasciato solo Lash. Non ha esitazioni, si insinua nel suo spazio vitale e lo cerca. Al tatto la pelle sembra tessuto sintetico di scarsa qualità, di quelli che si trovano nei bugigattoli di empori nel Rim. Non ha niente di umano, quel corpo, se non la struttura fisica. Le ossa le può contare con i polpastrelli, ed è quello che fa per farsi cullare nel sonno. Lui è sveglio. I suoi occhi sono buchi neri che divorano il buio, lo assorbono e danno la sensazione di poter precipitare nell'abisso composto dai suoi incubi. Lei gli sorride. Sa che quello è il momento da cui non si può tornare indietro. Sa che da ora in poi lui le sarà devoto e fedele o non la potrà più guardare. Ne cerca il volto, il tatuaggio sullo zigomo. Lo sfiora con le labbra e lui le si aggrappa addosso con l'urgenza di un bambino. Non c'è amore, ma il calore sì. Il corpo di Lash è freddo, da la sensazione di giacere con la morte stessa, e anche questo è qualcosa che le spedisce un brivido di piacere lungo la schiena. E' un'affezione morbosa, la sua, qualcosa di oscuro e orribile, che si potrebbe confondere con l'amore. All'alba lui le si è rannicchiato addosso, bisognoso come un cucciolo. Lei resta immobile, fissando le lame di luce polverosa che si muovono e che scandiscono il tempo che passa. Nessuno osa intromettersi, nemmeno Mihai dall'alto del suo fastidioso digrignare di denti. Il sentirlo rodersi l'anima le da una soddisfazione che aveva dimenticato di provare, in presenza dei fratelli. Si alza solo quando è lui a sentirne il bisogno ed è solo allora che fa capolino Jal, richiamandola con un filo di voce e l'espressione da cane bastonato. Si mette contro la parete, sorseggiando da una bottiglia di cerveza. C'è qualcosa di mortificante nel modo in cui quel ragazzo striscia. Non le è mai andato a genio che quel genere di atteggiamento risultasse troppo smaccato, le sta bene che le striscino ai piedi, ma non che lo facciano in maniera così plateale e di pessimo gusto. Storce le labbra, lo fissa, senza risparmiargli alcuna espressione, senza apporre filtri allo sguardo in modo da pesare come un macigno di giudizio insindacabile - Mi volevo scusare con te, per quella storia de... - solleva una mano, di scatto, tagliando l'aria con un gesto brusco, ma che trasuda un'eleganza ferina. - Non parliamone più. Hai fatto quello che ti ho chiesto? - Indaga, scavando lungo le braccia e negli occhi altrui, a caccia di segni che possano tradire una bugia. - L'ho fatto e sto una merda. - Si stringe nelle spalle. E' paranoico, lo nota da come si controlla le spalle, da come sfrega tra loro le dita, il tremito nella voce, nella gola e quegli occhi che non trovano pace, sono divorati dalla scintilla della paura - Ti passerà. L'importante è che mantieni la tua parola, o te la vedrai con Mihai. - Come minaccia poteva bastare a rimetterlo in riga - Abbi almeno la decenza di fare uno sforzo per sembrare normale, ti farò avere qualcosa che ti aiuterà per l'astinenza, così sarà meno complicato e non infastidirai nessuno dei tuoi fratelli. Ora che Lash è tornato anche su di te cade la responsabilità di tenerlo il salute, per me. Lo farai? - Si alza, morbida e così, morbida è diventata anche la voce. Dalla tagliente freddezza con cui ha iniziato la discussione è scivolata piano piano in una dimensione più letale, per certi versi. Conosce i loro punti deboli, sa come far fare, specie ai due più piccoli, quello che vuole. Gli rifila una carezza, arpionandolo dal collo per tirarselo addosso e stringerlo. Il contatto, quello pieno, lo ottiene dopo un attimo di esitazione, in cui una rigidità quasi mortale gli ha rubato il fiato, ma poi si arrende. In fin dei conti, non è male stringerla: ha un buon profumo e per dei ragazzi cresciuti senza il calore di un contatto, diventa una droga, il riflesso di un'infanzia che possono riguadagnare, nelle loro speranzose testoline. Gli bacia la guancia, gli sorride come se nulla fosse mai successo, come se non le fosse costato un bel po' di soldi e un bello spavento, con quella pistola puntata alla testa. Lui le sorride di rimando, rassicurato in un batter d'occhio, felice di scrollarsi di dosso l'impressione che lei sia in collera con lui. Lana non spreca nemmeno un briciolo della sua energia a restare in collera con Jal, va bene così, in fin dei conti.
Si arrampica sulla rampa della nave, diretta via da quel pianeta e che le permetterà di prenderne un'altra verso il 'Core e ancora una verso Horyzon, così da fare qualche passaggio in più su Xinhion. I suoi passi riecheggiano stranamente doppiati, e quando nota Danny caricare la moto nella stiva e rifilare al capitano, in un gesto discreto per tutti tranne che per lei, una busta con dei soldi, si stupisce. Scrolla le spalle e si avvia verso la cabina che l'ospiterà per il viaggio. Nell'incedere viene bloccata da una presa solida, familiare come lo sono le sue stesse mani - Danny viene con te. - Ruota il viso oltre la spalla, osserva il gemello da sotto e le viene da ridere - Mi stai appioppando un cane da guardia? Non puoi venire tu? - lui scrolla la testa, tornando a sbirciare il corridoio - Non mi posso ancora allontanare da qui, lui è pulito. - Lei ride, bassa - Non hai paura che si infili nel mio letto? - Mihai solleva le sopracciglia e ruota lo sguardo, scrollando la testa - A lui piacciono gli uccelli, non le passere. Vedi di non farmi incazzare e cerca di capire chi cazzo ce l'ha con te. - La volgarità con cui si esprime il suo gemello ha la capacità di farla ridere, fin troppo, ma non è il momento, in fin dei conti deve liberarsi di lui quanto prima, e deve partire. - Sì, lo farò. - Lui non aggiunge altro. L'afferra, la bacia e si allontana, lasciando spazio a Danny con la borsa a tracolla. Divideranno la cabina per il viaggio, e lei avrà modo di constatare che i gusti del moro non sono poi quelli che pensa il suo adorato fratellino.
Nel tragitto fino alla tana non riesce a pensare ad altro. Nasconde il viso contro la spalla di Danny e si lascia guidare fino a risalire le strade movimentate, spesso invase da ragazzini, donne e bestie. Pensa a chi mai possa avere interesse a seguirla e l'unica cosa che le sovviene è un nome e una faccia. Una volta raggiunto il punto, che non fatica a riconoscere per quanto di tempo ne è passato molto, balza giù dalla moto e si affretta ad entrare nella casa diroccata, ritrovandosi addosso un bel po' di metallo puntato. Se ne frega, l'unica cosa, l'unico motivo che l'ha spinta a tornare in quel posto è disteso su di un materasso cencioso, spettro di sè stesso. Non sono le canne scure puntate addosso a bloccarla sul posto, ma lo stato in cui verte suo fratello, vomitato da quel buco che è Fargate come un bolo di bile e ossa consumate. Danny la raggiunge poco dopo, ma già le armi sono state rinfoderate. Mihai si alza, per andarle incontro ma tutto quello che si guadagna da lei è uno sguardo astioso e risentito, la minaccia di un ceffone e poi uno scatto, laterale, agile abbastanza per sfuggirgli e fiondarsi al fianco di Lash. Le ossa gli sporgono dal corpo come se la pelle tatuata non fosse che un foglio di carta velina. Ha gli occhi scavati da un dolore e una nausea che non si può descrivere a parole, bisogna osservare per poter percepire il brivido freddo della morte. Le dita non stanno ferme, si era spezzato ogni unghia nel tentativo disperato di scavarsi una via di fuga da quel inferno. Lo avevano pestato, rotto e poi lasciato lì, a godere del suo dolore, a costringerlo ai lavori forzati. Se mai avesse avuto un'anima, Lash Bregovic, l'aveva persa per sempre a causa della brutalità dei suoi aguzzini, sotto il pugno duro della legge. Gli avevano rasato i capelli, gli avevano scorticato una parte del braccio per marchiargli il numero da prigioniero che molti si portano nella tomba. Nella sua testa Lana non riesce a scacciare l'idea che sembri una di quelle maschere che si indossano ne "El Dìa de los Muertos", solo che anche pressando con le dita sugli zigomi pronunciati, il pallore non se ne va, non passa come una ditata di cerone. Si sente sollevare, di peso e non c'è resistenza da parte del fratello che mostra tutta la paura, riversata come uno schiaffo d'acqua gelida, un tuffo in un lago ghiacciato da cui è impossibile risalire. Mihai se la carica di peso, mentre lei cerca di ribellarsi, la sbatte a sedere in una stanza separata e cominciano a parlare. Parlare. Non è un termine che si addice alla loro famiglia. Loro non parlano, si insultano, si minacciano, si osservano e si capiscono, ma non parlano. Tranne in un momento. - Fallo venire con me. - C'era qualcosa di ansioso, nella voce della donna. - Non se ne parla. Lui resta qui, con noi. - Quel ringhio basso che scappa dalle labbra del gemello lo conosce, ha deciso, e non riuscirà a fargli cambiare idea. Ci sono alcune cose su cui lei non ha ancora potere. Non ha ancora trovato il punto su cui far presa, per cambiare le carte in tavola a proprio piacimento: ma non si arrende. - Ha bisogno di cure. Non vedi com'è ridotto? - La risata di Mihai riempie la stanza, costringe anche Danny ad affacciarsi, per assicurarsi che tutto vada bene. Jal non si è nemmeno degnato di comparire, lo ha visto, con la coda dell'occhio, strisciare in una delle stanze adiacenti e da lì non è più emerso.- So perfettamente in che stato sta, Nadya, non serve che me lo puntualizzi con tanta saccenza. Facci avere i soldi, noi penseremo a farlo curare qui, Maracay ha infinite possibilità in questo senso. E' l'unico modo che hai per renderti utile, se davvero ti interessa. - Quella chiusura ironica le scavava una sorta solco in fondo allo stomaco, una sensazione di nervi che si tendono e viscere che si smuovono. - Non sarà che sei geloso, visto che per lui sono corsa e per te no? - Percepisce lo spostamento d'aria in maniera nitida e tagliente, ma non c'è bruciore ad infiammarle la faccia, o qualche altra parte del corpo. Sbirciando non può fare a meno di notare la presa, provvidenziale, di Danny sul polso del proprio gemello. Lo fissa, dal basso, senza comprendere il motivo che ha spinto il moro ad intromettersi - Mihai, non credo sia il caso adesso, ancor più che tua sorella sembra essere in qualche guaio. - La faccia del Bregovic mutava raramente, la sua espressione era sempre efferata e brutale, ma con le parole di Danny riusciva ad intendere un minimo fremito delle palpebre, il respiro contratto e una sorta di scarica di fatica a spezzargli la postura. E' costretta a stare immobile, perchè sa che una cosa simile non dura che un secondo - Parla.
Parlare. Ancora? Non ha idea di che dire. Si stringe nelle spalle, mentre Danny allenta gradualmente la presa sul polso di Mihai, fino a che non riguadagna una calma apparente che gli concede il privilegio di allentare a propria volta la tensione. Gli occhi di entrambi sono su di loro - Non ne ho idea. Danny dice che mi stavano seguendo. - Lui sbuffa, una risata sarcastica quando gli addossa la colpa e lei, di risposta, ruota lo sguardo con una vena di colpevole consapevolezza - E va bene, mi stavano seguendo ma sul serio, non ho motivo per credere che dipenda da me, forse volevano solo i miei organi. - Una possibilità non così remota, in effetti. I due si osservano a lungo, e lei viene invitata a tornare di là per badare a Lash. Non le piace venire indirizzata, non da loro, non in quel contesto, ma l'espressione di entrambi ha qualcosa che le suggerisce di defilarsi, per il momento.
La notte cala. La notte di Maracay non ha pace. Il silenzio è qualcosa che i figli di questa terra hanno dimenticato, o che serbano solo per i morti. I morti. Si alza dalla brandina accanto al gemello, lo scavalca in silenzio, e così fa anche con Jal, annodato tra le lenzuola madide di sudore. Non le ha ancora rivolto la parola, nemmeno quando hanno cenato. Scivola fuori da quei letti che hanno un sentore di alcol e acido da vomito e si trascina fino alla stanza in cui viene lasciato solo Lash. Non ha esitazioni, si insinua nel suo spazio vitale e lo cerca. Al tatto la pelle sembra tessuto sintetico di scarsa qualità, di quelli che si trovano nei bugigattoli di empori nel Rim. Non ha niente di umano, quel corpo, se non la struttura fisica. Le ossa le può contare con i polpastrelli, ed è quello che fa per farsi cullare nel sonno. Lui è sveglio. I suoi occhi sono buchi neri che divorano il buio, lo assorbono e danno la sensazione di poter precipitare nell'abisso composto dai suoi incubi. Lei gli sorride. Sa che quello è il momento da cui non si può tornare indietro. Sa che da ora in poi lui le sarà devoto e fedele o non la potrà più guardare. Ne cerca il volto, il tatuaggio sullo zigomo. Lo sfiora con le labbra e lui le si aggrappa addosso con l'urgenza di un bambino. Non c'è amore, ma il calore sì. Il corpo di Lash è freddo, da la sensazione di giacere con la morte stessa, e anche questo è qualcosa che le spedisce un brivido di piacere lungo la schiena. E' un'affezione morbosa, la sua, qualcosa di oscuro e orribile, che si potrebbe confondere con l'amore. All'alba lui le si è rannicchiato addosso, bisognoso come un cucciolo. Lei resta immobile, fissando le lame di luce polverosa che si muovono e che scandiscono il tempo che passa. Nessuno osa intromettersi, nemmeno Mihai dall'alto del suo fastidioso digrignare di denti. Il sentirlo rodersi l'anima le da una soddisfazione che aveva dimenticato di provare, in presenza dei fratelli. Si alza solo quando è lui a sentirne il bisogno ed è solo allora che fa capolino Jal, richiamandola con un filo di voce e l'espressione da cane bastonato. Si mette contro la parete, sorseggiando da una bottiglia di cerveza. C'è qualcosa di mortificante nel modo in cui quel ragazzo striscia. Non le è mai andato a genio che quel genere di atteggiamento risultasse troppo smaccato, le sta bene che le striscino ai piedi, ma non che lo facciano in maniera così plateale e di pessimo gusto. Storce le labbra, lo fissa, senza risparmiargli alcuna espressione, senza apporre filtri allo sguardo in modo da pesare come un macigno di giudizio insindacabile - Mi volevo scusare con te, per quella storia de... - solleva una mano, di scatto, tagliando l'aria con un gesto brusco, ma che trasuda un'eleganza ferina. - Non parliamone più. Hai fatto quello che ti ho chiesto? - Indaga, scavando lungo le braccia e negli occhi altrui, a caccia di segni che possano tradire una bugia. - L'ho fatto e sto una merda. - Si stringe nelle spalle. E' paranoico, lo nota da come si controlla le spalle, da come sfrega tra loro le dita, il tremito nella voce, nella gola e quegli occhi che non trovano pace, sono divorati dalla scintilla della paura - Ti passerà. L'importante è che mantieni la tua parola, o te la vedrai con Mihai. - Come minaccia poteva bastare a rimetterlo in riga - Abbi almeno la decenza di fare uno sforzo per sembrare normale, ti farò avere qualcosa che ti aiuterà per l'astinenza, così sarà meno complicato e non infastidirai nessuno dei tuoi fratelli. Ora che Lash è tornato anche su di te cade la responsabilità di tenerlo il salute, per me. Lo farai? - Si alza, morbida e così, morbida è diventata anche la voce. Dalla tagliente freddezza con cui ha iniziato la discussione è scivolata piano piano in una dimensione più letale, per certi versi. Conosce i loro punti deboli, sa come far fare, specie ai due più piccoli, quello che vuole. Gli rifila una carezza, arpionandolo dal collo per tirarselo addosso e stringerlo. Il contatto, quello pieno, lo ottiene dopo un attimo di esitazione, in cui una rigidità quasi mortale gli ha rubato il fiato, ma poi si arrende. In fin dei conti, non è male stringerla: ha un buon profumo e per dei ragazzi cresciuti senza il calore di un contatto, diventa una droga, il riflesso di un'infanzia che possono riguadagnare, nelle loro speranzose testoline. Gli bacia la guancia, gli sorride come se nulla fosse mai successo, come se non le fosse costato un bel po' di soldi e un bello spavento, con quella pistola puntata alla testa. Lui le sorride di rimando, rassicurato in un batter d'occhio, felice di scrollarsi di dosso l'impressione che lei sia in collera con lui. Lana non spreca nemmeno un briciolo della sua energia a restare in collera con Jal, va bene così, in fin dei conti.
Si arrampica sulla rampa della nave, diretta via da quel pianeta e che le permetterà di prenderne un'altra verso il 'Core e ancora una verso Horyzon, così da fare qualche passaggio in più su Xinhion. I suoi passi riecheggiano stranamente doppiati, e quando nota Danny caricare la moto nella stiva e rifilare al capitano, in un gesto discreto per tutti tranne che per lei, una busta con dei soldi, si stupisce. Scrolla le spalle e si avvia verso la cabina che l'ospiterà per il viaggio. Nell'incedere viene bloccata da una presa solida, familiare come lo sono le sue stesse mani - Danny viene con te. - Ruota il viso oltre la spalla, osserva il gemello da sotto e le viene da ridere - Mi stai appioppando un cane da guardia? Non puoi venire tu? - lui scrolla la testa, tornando a sbirciare il corridoio - Non mi posso ancora allontanare da qui, lui è pulito. - Lei ride, bassa - Non hai paura che si infili nel mio letto? - Mihai solleva le sopracciglia e ruota lo sguardo, scrollando la testa - A lui piacciono gli uccelli, non le passere. Vedi di non farmi incazzare e cerca di capire chi cazzo ce l'ha con te. - La volgarità con cui si esprime il suo gemello ha la capacità di farla ridere, fin troppo, ma non è il momento, in fin dei conti deve liberarsi di lui quanto prima, e deve partire. - Sì, lo farò. - Lui non aggiunge altro. L'afferra, la bacia e si allontana, lasciando spazio a Danny con la borsa a tracolla. Divideranno la cabina per il viaggio, e lei avrà modo di constatare che i gusti del moro non sono poi quelli che pensa il suo adorato fratellino.
Daniel Quinn, 2489-12-11, Meili
Maracay - Richleaf, aprile 2713
18/03/15
Capital City - Horyzon, marzo 2715
Riflessa nello specchietto portatile ripassava il rossetto
sulle labbra, mentre la macchina si faceva strada nel traffico per
accompagnarla all'ufficio. I muscoli erano ancora provati dalla piacevole
tensione della nottata trascorsa con State. Gli occhi scuri erano vivi di una
luce compiaciuta che li accendeva dal profondo. Era soddisfatta, immensamente:
strappare un prezzo di favore come aveva fatto valeva ogni singolo tentativo.
Sapeva di aver fatto un ottimo affare, così com'era consapevole di aver trovato
un punto debole nella struttura solida del Porter, una crepa, in cui insinuarsi
senza alcuna pietà. Si sarebbe fatta accompagnare da lui, sentiva di potersi fidare di un simile compagno di viaggio, almeno per quel frangente. In fin dei conti doveva solo raccogliere qualche informazione senza condividere nulla con nessuno che non fosse Zoey, e avrebbe anche ottenuto la possibilità di dedicarsi ad altro nelle lunghe notti di viaggio, tra una sosta e l'altra. Il c-pad le trillò, osservando la chiamata in entrata non
riuscì a stupirsi. Infilato l’auricolare si abbandonò contro il sedile,
affacciandosi alla giornata piovosa.
Buongiorno dolcezza, come stai? – La propria voce aveva un
suono grave, pesante, ancora impastato da una piacevolissima stanchezza. Quella
di Darren invece riempì l’abitacolo dopo una manciata di secondi in assoluto
silenzio. - Buongiorno sorellina, tutto bene. Senti, ti va una cena, stasera?
C’erano due cose che puzzavano in quella frase, la prima era
che non le aveva chiesto di rimando come stesse, non aveva nemmeno accennato ad
un pensiero nei suoi confronti. Sapeva di fretta, sapeva di urgenza e,
soprattutto, sapeva di trappola. Si sentiva improvvisamente scomoda su quella
seduta. Gli occhi finirono per puntare l’esterno, troppo spesso, perdendosi nel
profilo della città che scorreva attorno a loro. – Lana, ci sei? – Impastò la
voce, la lingua scivolava tra le labbra cercando la giusta umidità per lasciar
andare un sospiro. – Sei in città, quindi. – Non era una domanda ma un’affermazione
chiara. – Sì, scusa se non ti ho avvisata prima. So che odi le sorprese e se
non vorrai venire a cena, ti capirò, solo vorrei che ci fossi. - Sospirò. Odiava la situazione in cui il fratello l'aveva costretta. Poteva tranquillamente dire di no, cercare qualcosa di meglio da fare, qualche altro modo di passare la serata e non doveva nemmeno sforzarsi per trovare uno o due intrattenimenti decisamente migliori di una cena con il proprio fratellastro, eppure... - Va bene, cercherò di spostare un paio di appuntamenti, ma dovrai scegliere un locale all'altezza per farti perdonare.
Lo sguardo delle colleghe una volta in ufficio aveva qualcosa di fastidioso. Sorridevano sornione, come se avessero in pugno la chiave di chissà quale mistero, ma tutto divenne chiaro quando mise piede nella stanza. Sulla scrivania c'era un pacchetto, un biglietto scritto in maniera composta, la grafia infinitamente ordinata. Un libro, cartaceo e su memoria esterna qualcos'altro. Lesse il bigliettino con un sorriso ammaliato. Un pensiero per lei, inaspettato, una sorpresa che stranamente non la lasciava con il fastidio addosso, perchè in fondo non c'era pretesa in quel gesto, non c'era l'obbligo di un ricambiare. Sebastian era riuscito dove nessun'altro fino ad allora era stato capace di fare, farle piacere una sorpresa, per quanto questa significasse la definitiva scomparsa dell'uomo dalla sua vita. In parte provò un immenso sollievo, perchè in fin dei conti era diventato rapidamente da semplice Deputy a Sheriff e probabilmente avrebbe continuato a cercare e cercare e lei avrebbe continuato a rischiare e rischiare per il solo piacere di farlo. In parte le dispiacque anche, perchè in Sebastian aveva trovato quella connessione disinteressata ma senza la freddezza e la pretesa, era divertente, era passionale. Averlo tra le proprie lenzuola - o stare tra le sue - era semplice voglia, soddisfatta pienamente e con una complicità che non era facile ritrovare altrove, senza parlare della punta di rischio che entrambi adoravano.
Messaggio ricevuto da Sebastian il giorno 10 Marzo 2015 alle 23:26
[On]
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Viene lasciato a Lana, presso il suo ufficio in BS, un pacchettino. Di forma rettangolare e peso tutto sommato leggero, contiene un libro cartaceo, avvolto in più strati di carta da pacco.
Ad accompagnarlo, è un biglietto scritto a mano da grafia pulita e regolare, priva di arzigogoli.
"Sono passato a salutarti ma non ti ho trovata, e purtroppo non ho molto tempo a disposizione. Non sono certo di riuscire a vederti prima di partire.It was nice, and good, spending time with you. Take care and good luck.G"
Un'edizione piuttosto rara di un libro solitamente trovato in supporto digitale, dal titolo
La schiuma dei giorni
Trama:Colin è un ricco giovanotto il cui valletto, Nicolas, è un uomo pieno di risorse; possiede inoltre un'invenzione olfatto-musicale: il pianocktail.Come in un valzer vorticoso, Colin incontra Chloé e la sposa in una pomposa cerimonia. In un atto di generosità, Colin dona un quarto del proprio patrimonio agli amici Chick e Alise cosicché anch'essi possano sposarsi. La felicità dovrebbe regnare tra entrambe le coppie, tuttavia Chloé si ammala durante la luna di miele: ha una ninfea in un polmone, condizione rara e dolorosa che può essere curata solo circondandola di fiori. Le spese per la cura sono proibitive e ben presto Colin finisce sul lastrico.Nel frattempo, Chick diventa ossessionato dal filosofo Jean-Sol Partre e spreca soldi e energia nel collezionarne tutte le opere. Alise tenta di salvarlo dal disastro finanziario e di essere nuovamente al centro della sua attenzione; cerca quindi di persuadere Partre a non pubblicare altri libri e lo uccide a un suo rifiuto, vendicandosi anche con i librai.Colin tenta disperatamente di trovare, invano, altri fiori per Chloé; il dolore per la sua morte è così forte che il suo topo domestico si suicida per evitare l'enorme tristezza.Insieme al libro una unità di memoria con l'holofilm ad esso ispirato, dal titolo Moon Indigo.
Uscita presto dal proprio ufficio non esitò a tornare a casa. Il libro ricevuto in regalo lo lasciò lì, in una posizione privilegiata, sulla sua scrivania con tanto di piedistallo su cui reggerlo, per contemplarlo come il più prezioso dei cimeli, mentre nella tasca conservava l'unità di memoria con il film. Una volta nel proprio appartamento, ripulito come si conviene dagli strascichi della nottata precedente, si lasciò cadere sul divano mentre il sistema di proiezione inghiottiva la schedina con un suono sibilante. Cominciò a guardare il film, in silenzio, in attesa. Non aveva alcuna voglia di uscire, sarebbe stata molto più che volentieri a gustarsi quel film dopo tanto tempo che non ne guardava uno da sola. Il sorriso che aveva assunto spezzava le solite maschere imposte, era incrinato da una nota quasi passiva, che però lavò via con la prima doccia. Mentre i dialoghi venivano scambiati, riempiendo le stanze dell'appartamento freddo e solitario nemmeno lo stessero girando proprio lì dentro, lei cominciò a prepararsi per la serata. Non aveva alcuna idea di dove sarebbero andati, ma soprattutto non sapeva chi ci sarebbe stato. Optò per un abito elegante ma sobrio, qualcosa di composto, che costituisse una facciata più severa e matura di quelle che solitamente indossava per uscire da sola. Mentre calzava le scarpe una vibrazione sul tavolo di vetro davanti al divano la richiamò, aveva zittito il trillo del pad per evitare di venire disturbata mentre guardava il film, ma era ormai arrivato il momento che tanto aveva sperato non giungesse. Prese l'auricolare, infilandolo e attivandolo si trascinò in bagno.
Lana? - la voce di Darren dall'altro capo le fece storcere immediatamente le labbra. Cominciò a truccarsi - Tra quanto sarai qui, brò? - lo conosceva abbastanza da sapere che non si trovava ancora sotto casa sua, non avrebbe mai chiamato a quella maniera, era solito concederle almeno quindici minuti di preavviso, in modo da poter completare quantomeno i preparativi e farsi attendere quella manciata di attimi in più, così come si conviene. - Quindici minuti, ma... - appunto - non verrò io, mi spiace, sono stato trattenuto per cui vi raggiungerò direttamente al ristorante.
Quel plurale le fece accapponare la pelle. Il sentore di trappola era ormai diventato realtà. Percepì aggrovigliarsi nelle viscere un'improvvisa voglia di far intervenire qualcuno, dall'esterno, per distruggere tutti i piani del fratello minore, ma quando si riscoprì ad ascoltare i dialoghi di quel film che continuava a farle da sottofondo ad una pessima serata, rilassò le spalle ed espirò a fondo. Si versò un bicchiere di vino, cercando di fare mente locale su come agire, su cosa fare e come riflesso del tutto incondizionato, continuò a truccarsi come se fosse nulla fosse, come se ad aspettarla ci fosse il mittente di quel film e non un preoccupante incontro al buio.
Quando il portiere del palazzo l'avvisò dell'arrivo della macchina lei scese, senza fretta, facendosi attendere quella manciata di minuti necessaria a non risultare eccessivamente puntuale e quindi troppo entusiasta o presa; allo stesso tempo, il ritardo calcolato sarebbe stato ammesso, per educazione. L'auto scura aspettava all'esterno, e con sua somma sorpresa nessuno fu così sconsiderato da uscire ad aprirle la portiera, ad eccezione del guidatore, tuttavia, una volta aperta la portiera non potè fare a meno di notare un uomo seduto sul sedile posteriore, che le allungò la mano per aiutarla ad accomodarsi. Lo aveva già incontrato, in passato, ma avevano scambiato solo pochi convenevoli privi di importanza e trovarselo così, una sorpresa senza capo nè cosa, le fece stringere le labbra in una presa severa, prima di vestire la migliore delle sue maschere. - Nicholas... - lo osservò per qualche istante, a lungo, inumidendosi le labbra per cercare di incastrare meglio le parole - Ti chiedo di perdonare il mio ritardo.
Nicholas Goldberg aveva trentasei anni, un avvocato di buona presenza, figlio di una famiglia fortemente vincolata a quella dei Cohen. La sua presenza in quella macchina non aveva nulla di strano, a ben pensarci. Avrebbe dovuto aspettarsi una mossa simile dai suoi genitori, considerato anche che la sorella di Nicholas sarebbe presto diventata la moglie del proprio, di fratello. Lui sorrise, aveva un sorriso asimmetrico, affascinante, senza dubbio, ma c'era sempre qualcosa di sinistro, in quelle sue espressioni. Lo aveva notato, la prima volta, ad una festa di cui aveva già dimenticato il significato, e così a molte altre, senza però mai entrare in reale contatto. Si teneva in disparte ma non risultava fare da tappezzeria, era più un desiderio di distacco che riusciva ad emanare e che imponeva agli altri, senza farsi particolari problemi a riguardo. Non le rivolse che un cenno e uno sguardo, quella sera, eppure, nell'attimo stesso in cui le loro mani vennero a contatto, lui le aveva incastrato lo sguardo castano addosso e non la lasciava. - No harm done. Immagino sia costume di una signora arrivare perfettamente in ritardo. - L'aiutò ad accomodarsi contro il sedile in pelle sintetica, guadagnando la comodità di una macchina dai vetri scuri che tenevano lontano ogni sguardo indiscreto. Non era particolarmente curiosa di sapere dove stessero andando, ma si voltò comunque in suo favore, senza strappargli le dita dalle mani. - Mi spiace ti abbiano costretto a passare a prendermi, immagino non fosse proprio programmato. - Educatamente prese le distanze da quella che sembrava una decisione imposta. Lui rise, basso e in qualche modo abbastanza aggressivo - Credi davvero che qualcuno possa obbligarmi a fare qualsiasi cosa? - Era confusa, decisamente, e lui lo percepì, tirandole la mano la costrinse più vicina - Ho chiesto io a Darren di chiamarti e invitarti fuori. Siamo io e te... e basta.
Lana? - la voce di Darren dall'altro capo le fece storcere immediatamente le labbra. Cominciò a truccarsi - Tra quanto sarai qui, brò? - lo conosceva abbastanza da sapere che non si trovava ancora sotto casa sua, non avrebbe mai chiamato a quella maniera, era solito concederle almeno quindici minuti di preavviso, in modo da poter completare quantomeno i preparativi e farsi attendere quella manciata di attimi in più, così come si conviene. - Quindici minuti, ma... - appunto - non verrò io, mi spiace, sono stato trattenuto per cui vi raggiungerò direttamente al ristorante.
Quel plurale le fece accapponare la pelle. Il sentore di trappola era ormai diventato realtà. Percepì aggrovigliarsi nelle viscere un'improvvisa voglia di far intervenire qualcuno, dall'esterno, per distruggere tutti i piani del fratello minore, ma quando si riscoprì ad ascoltare i dialoghi di quel film che continuava a farle da sottofondo ad una pessima serata, rilassò le spalle ed espirò a fondo. Si versò un bicchiere di vino, cercando di fare mente locale su come agire, su cosa fare e come riflesso del tutto incondizionato, continuò a truccarsi come se fosse nulla fosse, come se ad aspettarla ci fosse il mittente di quel film e non un preoccupante incontro al buio.
Quando il portiere del palazzo l'avvisò dell'arrivo della macchina lei scese, senza fretta, facendosi attendere quella manciata di minuti necessaria a non risultare eccessivamente puntuale e quindi troppo entusiasta o presa; allo stesso tempo, il ritardo calcolato sarebbe stato ammesso, per educazione. L'auto scura aspettava all'esterno, e con sua somma sorpresa nessuno fu così sconsiderato da uscire ad aprirle la portiera, ad eccezione del guidatore, tuttavia, una volta aperta la portiera non potè fare a meno di notare un uomo seduto sul sedile posteriore, che le allungò la mano per aiutarla ad accomodarsi. Lo aveva già incontrato, in passato, ma avevano scambiato solo pochi convenevoli privi di importanza e trovarselo così, una sorpresa senza capo nè cosa, le fece stringere le labbra in una presa severa, prima di vestire la migliore delle sue maschere. - Nicholas... - lo osservò per qualche istante, a lungo, inumidendosi le labbra per cercare di incastrare meglio le parole - Ti chiedo di perdonare il mio ritardo.
Nicholas Goldberg aveva trentasei anni, un avvocato di buona presenza, figlio di una famiglia fortemente vincolata a quella dei Cohen. La sua presenza in quella macchina non aveva nulla di strano, a ben pensarci. Avrebbe dovuto aspettarsi una mossa simile dai suoi genitori, considerato anche che la sorella di Nicholas sarebbe presto diventata la moglie del proprio, di fratello. Lui sorrise, aveva un sorriso asimmetrico, affascinante, senza dubbio, ma c'era sempre qualcosa di sinistro, in quelle sue espressioni. Lo aveva notato, la prima volta, ad una festa di cui aveva già dimenticato il significato, e così a molte altre, senza però mai entrare in reale contatto. Si teneva in disparte ma non risultava fare da tappezzeria, era più un desiderio di distacco che riusciva ad emanare e che imponeva agli altri, senza farsi particolari problemi a riguardo. Non le rivolse che un cenno e uno sguardo, quella sera, eppure, nell'attimo stesso in cui le loro mani vennero a contatto, lui le aveva incastrato lo sguardo castano addosso e non la lasciava. - No harm done. Immagino sia costume di una signora arrivare perfettamente in ritardo. - L'aiutò ad accomodarsi contro il sedile in pelle sintetica, guadagnando la comodità di una macchina dai vetri scuri che tenevano lontano ogni sguardo indiscreto. Non era particolarmente curiosa di sapere dove stessero andando, ma si voltò comunque in suo favore, senza strappargli le dita dalle mani. - Mi spiace ti abbiano costretto a passare a prendermi, immagino non fosse proprio programmato. - Educatamente prese le distanze da quella che sembrava una decisione imposta. Lui rise, basso e in qualche modo abbastanza aggressivo - Credi davvero che qualcuno possa obbligarmi a fare qualsiasi cosa? - Era confusa, decisamente, e lui lo percepì, tirandole la mano la costrinse più vicina - Ho chiesto io a Darren di chiamarti e invitarti fuori. Siamo io e te... e basta.
Una sorpresa, l'ennesima, che le serpeggiò sotto pelle incrementando quel già pesante senso di inadeguatezza. Aveva dei limiti, per quanto la pazienza fosse una dote che non le mancava, esisteva un massimo di azioni che poteva sopportare senza scivolare nel fastidio affilato e diventare una pessima compagnia. Assottigliò lo sguardo sul viso dell'avvocato di Lòng City, lo studiò a lungo, in attesa di una reazione che fosse qualcosa di più di una semplice espressione tronfia e fastidiosa. Lui se ne stette a lungo in silenzio, affossato nel suo posto mentre la macchina andava chissà dove. L'osservò di rimando, senza spiccicare ulteriori spiegazioni. Non aveva intenzione di parlare per prima, e lui, forte della sua posizione predominante, sapeva perfettamente di tenerla tra le dita, e non solo letteralmente. La cosa la punse talmente tanto a fondo che rimpianse amaramente di non aver seguito il proprio istinto, declinando quel invito e restando a casa a guardare il film che le aveva lasciato Sebastian come ultimo saluto. Si morse il labbro inferiore, mentre lui giocherellava con le sue dita come se non le appartenessero minimamente e potesse disporne liberamente - Immagino che la cosa ti stia divertendo immensamente. - Non riuscì a trattenersi oltre. Non erano arrivati ancora da nessuna parte, continuavano a girare senza un reale itinerario. Finalmente lui le lasciò le dita, semplicemente per armeggiare con un pacchetto di sigarette, offrendogliene una - Devo dire di sì. Darren mi aveva avvisato che odiavi le sorprese, ma vederti rodere dentro in silenzio ammetto che mi da una certa qual soddisfazione. - Le accese la sigaretta, mentre il finestrino veniva fatto calare leggermente così da permettere all'aria di circolare senza appestarli di fumo - Ti diverti con poco. - giocherellò nervosamente con il bracciale che aveva al polso, cercando di ottenere quel filo di calma, un briciolo che le serviva per tirare fino a fine serata - Veramente non direi. Non è così facile urtarti i nervi. Ti ho osservata. - Strinse leggermente le labbra, una linea rigida, che la mise a disagio, nuovamente. E lui rise, sbuffando fumo fuori dall'abitacolo. L'auto proseguiva nella notte piovosa, fuori da Capital City. - Tutto questo è... inquietante. - ammise, accavallando le gambe mentre depositava la cenere nel posacenere. Il fumo aleggiava attorno l'abitacolo prima di venire aspirato all'esterno. - La cosa ti dispiace? - lui la incalzò, adocchiandola divertito, con un sorriso mellifluo e arcigno al contempo, disegnato in volto - Decisamente. Che cosa vuoi, Nicholas? - doveva esserci qualcosa sotto, non se ne capacitava. - Un accordo. Molto semplice a dire il vero. Io ho bisogno di un alibi, e anche tu. Possiamo considerarlo una specie di contratto di salvaguardia. Ti propongo tutto il pacchetto: uscite organizzate, cene in famiglia, il servizio completo. Niente regali, niente sorprese. - Era spiazzata. Qualcosa le fece trattenere il respiro. - Affascinante. Perchè dovrei accettare? Non ho bisogno di un... contratto di salvaguardia, come lo hai chiamato tu. - Lui rise, di nuovo, spegnendo la sigaretta e rubadogliela dalle mani, anche la sua sciamò fuori dal finestrino in scintille vivaci e ardenti. Se la tirò vicina, abbastanza da affondare le dita tra i riccioli scuri, trascinandosela contro, in modo da poterle assaggiare il respiro direttamente dalla bocca. Il bacio durò decisamente a lungo. Le fece salire fame, quasi come se lui fosse nella sua testa, la conoscesse abbastanza da sapere esattamente come prenderla e come convincerla. La macchina si fermò e lui le ridiede fiato - Ne avrai bisogno. Ora andiamo, la nave ci attende.
Quella notte non tornò a casa, ma l'indomani fu nuovamente nel suo ufficio, a lavoro alla Blue Sun, come se nulla fosse, con addosso un completo nuovo, atterrata direttamente nel Porto Federale dopo una passeggiata tra le stelle.
08/02/15
Takoma Springs - Roanoke, febbraio 2517
La lingua scorre due rapide passate
sulla cartina, sigillando il mix di tabacco e bloom, poco prima che
le venga sottratto di mano. Sbuffa, allungandosi a reclamare quello
che con tanta cura e parsimonia si era chiusa in un angolo a creare.
La prima boccata non è nemmeno per lei, ma il secondo tiro le
riempie le narici dell'aroma dell'erba, distendendo un sorriso
intricato sulle labbra. Erano anni che non si prendeva un lusso
simile, più precisamente da quando Adam le aveva fatto sottoscrivere
un accordo al quale era costretta a sottostare per poter mantenere il
suo tenore di vita e i viaggi nel 'Verse: le avevano imposto di
indossare il lifecare della Blue Sun con controlli trimestrali
all'ospedale di Lòng City. Doveva risultare pulita, ogni santissima
volta, ed era un grosso peso, decisamente.
Seguire Nina sotto quella montagna si è
rivelata una delle scelte migliori che avrebbe potuto mai fare, in un
periodo così ingarbugliato della sua esistenza. L'incontro, di per
sé, con il medico le aveva lasciato un sapore strano sulla lingua.
Quegli artisti di strada, il capannello di persone, i tatuaggi e il
fisico emaciato da ex galeotto avevano aperto una voragine nei
pensieri e nel cuore. Non poteva fare a meno di vedere, in quelle
linee di inchiostro nero sulla pelle chiara, i disegni distintivi e
le storie non dette, molto simili a quelle dei suoi stessi fratelli:
il sangue del suo sangue.
Adesso, a scommesse terminate e con le
tasche un po' più gonfie, può godersi un attimo di relax. La gente
attorno è del tipo più variegato, eppure, in quel marasma
d'umanità, lei non si sente fuori luogo. Il suo sangue le permette
di adattarsi di trovare l'equilibrio, il punto di stabilità, con cui
protendersi e sfiorare la natura corrotta e viziata di certe
sfumature della vita. Sorride, e lo fa con sincerità, nel momento in
cui scioglie le briglie e lascia che sia solo il sangue a dettar
legge: l'istinto, privato del raziocinio imposto da anni e anni di
educazione rigorosa. Ci prova, a ringraziare Nina con una carezza,
prima di venire trascinata nel bosco, lontano dai fuochi, dalle luci,
dai colori. La perde di vista ma non se ne preoccupa, la testa è
leggera e deve pagare pegno. Una parte della scommessa vinta va
ovviamente al medico, una parte va a lei, l'altra al pilota che è
stato in testa tutta la gara e che poi ha perso all'ultimo,
permettendole di far alzare la quota del vincitore. Qualcuno
l'accuserebbe di aver barato, ma non riesce davvero a trovarci nulla
di male nel convincere qualcuno a guadagnarci più di quanto non
avrebbe fatto vincendo.
Si sente chiamare, una voce da lontano.
Lei prova a rispondere ma si ritrova la bocca impegnata. La cosa non
la stupisce, avrebbe dovuto considerare la possibilità che non era
bastata la parte di denaro guadagnata, e che l'ingordigia avrebbe
bussato alla testa del complice. Succede sempre così quando hai a
che fare con gentaglia di quel genere, uno in grado di vendersi la
dignità per una manciata di quattrini e una dose di switch. Ancora,
la voce di Nina le rimbalza nel cranio. Storce le labbra e sente
l'urgenza. Si morde il labbro inferiore, allungando il collo a
bisbigliare un “facciamo in fretta” che le taglia la voce con la
voracità con cui le mani altrui le mappano i fianchi.
Non ha bisogno di altri richiami.
Quindici minuti dopo torna verso il gruppo, tra i falò accessi e la
musica strimpellata da qualche chitarra. Si aggiusta i jeans,
abbottonandoli mentre cammina, si sistema i capelli, il maglione e
poi avvolge le braccia sottili attorno la vita stretta del medico,
facendo capolino oltre la sua spalla con il rotolo di soldi che viene
sospinto nella tasca altrui in maniera fluida, distratta al contempo.
Sorride, ma è un sorriso diverso da quello di prima. - Andiamo? - la
domanda non mette fretta, è posta semplicemente per chiedere. Ci
sono più soldi di quanti concordati, ma ogni cosa ha un suo prezzo
al mondo. Le striscia un bacio contro la guancia e si ritrae, con la
cautela di un serpente appesantito dalla sua ennesima vittima. Una
bella serata, che le scava nel petto un senso di mancanza enorme, da
soffocare tra alcol, erba e sesso, di quello buono, intenso che
intorpidisce gli arti e lascia la testa pesante, affannata contro il
cuscino. Un po' come accade ogni volta che incastra lo sguardo in
quello chiaro di un reporter, o quando si lascia convincere da
un'asina. Di certo non si accontenta di una sveltina, tristemente
consumata contro un tronco nella boscaglia in cambio di un guadagno
più alto sulle scommesse di quanto pattuito.
01/02/15
Long City - Xinhion, gennaio 2517
Seduta sugli
spalti osserva le gare accanto al fratello. Darren è un bel ragazzo, i capelli
castani ereditati da Adam così come l’altezza, gli occhi scuri identici a
quelli di Jiao al pari del sorriso mite. Lei indossa un tailleur grigio,
elegante e sobrio, spezzato da una camicetta rosa pastello, molto tenue e
appena palpabile. Non fa eccessivamente freddo nella palestra, il soprabito lo
ha ripiegato accanto a sè, in modo da evitare che qualcuno possa importunarla:
cerca distanza da tutto e da tutti, quando sta con lui. Giocherella con il
braccialetto, muovendosi piano sul seggiolino di plastica che la ospita mentre
lo sguardo di Darren è incollato sulle ragazze del suo team a lavoro. – Hai fatto
un buon lavoro, vedo molto talento in queste bambine. – considera, dall’alto
della sua esperienza. Lui non può fare a meno di ridere – Se ti sentissero dar
loro delle bambine ti attaccherebbero come dei lupi affamati, e comunque sia si
impegnano molto, ma non hanno il tuo talento. – Lei non può fare a meno di
sorridere, ruotando il collo per inquadrare il profilo altrui. Non c’è un segno
di nervorsismo o tensione, nonostante le ragazze stiano concorrendo per passare
alla fase regionale da quella provinciale e il punteggio sembra non favorirle
per ora. – Quelle della Jordan sono agguerritissime. – Commenta lei, senza
smettere di osservarlo, fino a che non è costretto a cederle e voltarsi. Si
stava sforzando di non cercarne lo sguardo, ma quando vuole, Lana sa essere
maledettamente incisiva senza dover sprecare fiato – Perchè mi hai invitata
qui? – chiede la mora, cercando gli occhi scuri quanto i suoi ma completamente
dissimili; il sangue orientale glieli ha allungati in maniera evidente, così
come gli ha donato quel bel colorito di pelle perfetta che si ritrova senza il
minimo sforzo. Darren scosta il ciuffo da davanti lo sguardo, cercando di
ricomporsi per risponderle – E tu perchè hai accettato? – Lei non è affatto
soddisfatta dello scambio. Piega leggermente le labbra, le fa tremare di un
sospiro infastidito, prima di allungare una mano e cercare la guancia altrui in
una carezza invitante – Perchè me l’ha chiesto il mio fratellino. – Semplice,
pulita, gli sorride, cercando di rasserenarlo anche se è ben evidente che
voglia una risposta, ancora e non mollerà la presa. – Volevo vederti, speravo
di convincerti... – la sospensione non la vede incalzare, ma resta in silenzio,
accompagnando il proseguio con lo sguardo che si dilata appena – a tornare a
vivere con noi. Che ci fai a Capital City, su un pianeta che non è il tuo? – La
domanda la lascia interdetta. Che volesse andare a parare proprio lì non l’ha
stupita affatto, ma quella chiusura proprio non se l’aspettava. – Darren,
cucciolo, se vogliamo essere proprio precisi, nemmeno Xinhion è il mio pianeta –
solleva la mano, impedendogli di interrompere, le basta solo l’indice puntato,
per richiamarlo al proprio posto che si stava già alzando, scaldando – mi piace
Capital City, e poi viaggio molto, sai che amo viaggiare, e conoscere persone
nuove, e visitare posti. Perchè non riuscite proprio a farvi piacere quello che
faccio? – sospira, chiudendo l’affermazione con una domanda retorica. Non le interessa
davvero quello che pensano, ma, di tanto in tanto, è costretta a scendere a
compromessi, come quando era ragazzina, pur di mantenere tutto in bilico. Di
tanto in tanto si sente un po’ giocoliere e un po’ equilibrista, ma quel genere
di sforzi li ha nel sangue, non potrebbe mai cadere, anche perchè lei è un
funambolo che viaggia senza rete di sicurezza, sempre. – Nostra madre vorrebbe
vederti sistemata, con una famiglia tua. Nostro padre ti vorrebbe a casa, con
lui – lei sorride e lo interrompe, di punto in bianco – A fargli da bastone
della vecchiaia? C’è Jiao per questo. E tu a prendere il suo posto nell’azienda;
io non ho un posto, sono stata scalzata quando sei venuto al mondo tu e no, non
te ne faccio una colpa anzi, ti ringrazierò sempre per questo. Ma non avendo un
posto mio, lo sto ancora cercando. Non posso cercare stando ferma. – Le sembra
quasi di ripetere la stessa cosa da una vita. – Potresti allenare al posto mio,
so che ti piacerebbe ricominciare a vincere. – Pizzica un sorriso, Darren, di
quelli dolci che provano ad imitare i suoi, senza alcun successo, non con lei
almeno. – Mi piace vincere, questo è vero, ma devo farlo io, non qualcun’altro
per me. Possiamo lasciar perdere l’argomento? Ti prego, dovrò già affrontarlo a
cena con nostra madre, non penso di riuscire a sopportare l’ennesima
discussione. - Fortunatamente un errore in pedana distrae Darren al punto da costringerlo a scendere in pista, lasciandola lì ad osservare da lontano.
In macchina è lui
a guidare, percorrono il viale alberato che tanto le piaceva in passato, con i
ciliegi completamente spogli adesso, a causa della stagione. Svoltando a destra
si prosegue fino alla pagoda di Jiangsu, che svetta con il suo profilo
multistrato, richiamando l’attenzione in maniera quasi compulsiva. Ma loro
passano oltre: altri quindici minuti e saranno a casa. - Mi dispiace di averti infastidita. – E’ lui a spezzare il ghiaccio per primo,
perchè in fondo gli è stato insegnato che porgere le scuse quando si ha torto è
il modo giusto di comportarsi. Lei questa sua usanza di essere perennemente accomodante non è mai andata a genio, ma ingoia con un sorriso forzato e sventola le dita, cancellando il tutto senza pesantezza. - No bother little brother.
La casa è silenziosa e immobile. Quando parcheggiano c'è giusto la domestica ad aprire la porta, omaggiare i signorini di casa con salamelecchi melensi, complimentandosi per il gusto e l'abbigliamento così com'è comandato di fare. Lei concede il cappotto, si lascia abbracciare dalla donna che l'aveva vista crescere quando la madre ancora non era in scena, in quella casa. Rassicura di stare bene, di non avere alcun problema a nutrirsi come si conviene, nonostante possa apparire eccessivamente magra ad occhi apprensivi e buoni, fondamentalmente. Si fa largo in compagnia del fratello, ma nè in salotto nè nello studio si trova anima viva. Il clima non è così permissivo da concedere di uscire in giardino per fare una passeggiata, per questo vengono informati che i padroni non sono lì. Darren mostra un minimo di sorpresa, lei invece sale le scale, scorrendo i polpastrelli lungo il corrimano, fino a raggiungere la propria stanza intonsa. Non c'è nulla fuori posto, le sue medaglie i suoi trofei, sono esposti con orgoglio sugli scaffali. Ogni pezzo di carta guadagnato studiando ha la sua bella cornice e il suo posto sul muro, dove il riflesso della fioca luce esterna si fa più livido. Sfila le scarpe col tacco, raccogliendosi sul letto mentre il fratellino è impegnato in chissà quale preparazione al piano di sotto. Si sbottona la camicetta, osservando l'esterno, sfila la giacca e si accende una sigaretta, schiudendo la finestra per far circolare l'aria e l'odore di fumo. Osserva il giardino sul retro con un cipiglio d'interesse. La tenuta è ampia abbastanza, ma non così tanto da non vederne i confini, le siepi ben tenute a chiudere il loro territorio e confinarli in una gabbia dorata. Scioglie i capelli, agitandoli alle radici con le dita invischiate tra le ciocche arricciate. Butta la sigaretta dalla finestra, ammezzata, per chinarsi in ginocchio sul pavimento e cercare la trave sconnessa, sotto al letto. Batte con le nocche, riuscendo a riconoscere la posizione dal rintocco mancato. Sorride, pizzicando le labbra in maniera affilata, prima di affondare le unghie in una sottilissima crepa, per fare presa, raccogliere il listone del parquet e scansarlo, svelando uno scomparto segreto. Affonda la mano, ma all'interno risulta vuoto. Sospira, appoggiando la guancia sul pavimento pulito, evidentemente la domestica passa lì a cadenza regolare, e come ogni ambiente della casa è tenuto pulito, su richiesta della matrigna. Lascia la mano lì, giocherellando con il nulla, stendendo le gambe. Distesa sul pavimento chiude gli occhi, ruotando sulla schiena in modo da fissare il soffitto in silenzio. Suoni all'esterno le ridestano i sensi. Quanto tempo abbia speso stando lì, sdraiata accanto al suo letto. Si stira, allungando il collo, lasciando scricchiolare le vertebre. Sospira piano, cercando in sè la forza di alzarsi. Ma quella crepa nel pavimento, quel listone spostato, sembrano trattenerla ancora un po', altri cinque minuti, come una coperta calda in una mattina fredda. Deve usarsi violenza, per riuscire finalmente a staccarsi da lì, ritornando seduta sul letto giusto in tempo, dato che qualche attimo più tardi la porta si apre lasciando intravedere il fisico sottile e il viso barbuto di suo padre. - Lana! - la voce è una morbida consolazione, viva di un affetto che risulta ancora smisurato a distanza di anni. Lei si alza, senza le scarpe cammina comunque in punta di piedi, allungando le braccia per agganciarsi alle spalle appesantite del suo anziano benefattore. L'abbraccio che gli propina non ha nulla di caloroso, non da parte sua quantomeno, ma ci impiega una buona dose di energia, nello strizzarlo vigorosamente, così da dare l'illusione definitiva di un affetto concreto solo in superficie. - Padre, è bello rivederti. - Gli concede, con un sorriso mansueto sulle labbra. - Se non stessi sempre in giro sarebbe più facile - ribatte lui, piccato e offeso. E' sempre stato un uomo con grandi necessità, il suo ego eccessivamente smisurato era un qualcosa contro cui schiantarsi ogni qual volta volesse scavalcarlo, ma ha imparato, con il tempo, a camminargli attorno e scansarlo quando più le era comodo. Sorride, alla sua affermazione, scivolando una carezza lungo la guancia barbuta, prima di baciarlo, ruffiana - Lo so, ti chiedo scusa. - si inumidisce le labbra, cercando gli occhi scuri del padre con i propri. Non può fare a meno di pensare che è stato proprio lui ad insegnarle a mentire guardando direttamente in viso la persona. - Allora, che società stai pensando di smantellare, oggi? - vira la discussione su qualcosa che sa fargli piacere. Adam ha sempre avuto una passione smisurata per il suo lavoro e lei si è sempre dimostrata affascinata dal modo in cui acquisiva società al limite del fallimento, ad un prezzo stracciato prima di rivenderla a pezzi, scomposta e rifarci il capitale investito, con gli interessi. Cohen aveva sempre dimostrato un'abilità indiscutibile con i soldi, e più grande era la somma, più preciso e meticoloso diventava. Lui ride, di gusto e divertimento, cominciando a spiegarle per filo e per segno l'operazione su cui lui e i suoi soci stanno lavorando al momento. Lei nel mentre indossa le scarpe e si ricompone, scendendo per andare a caccia della madre.
Spizzica un acino d'uva, grosso e succoso, assieme ad una fetta di formaggio stagionato. Il bicchiere di vino rosso butta dei riflessi sul marmo chiaro, mentre dondola il piede, muovendo semplicemente la caviglia. Le gambe accavallate in maniera elegante, la gonna leggermente sollevata, così da non rischiare di strapparla. Jiao la osserva, dall'altro capo dell'isola situata al centro della cucina. L'osserva come si fa con un quadro astratto di cui non si capisce appieno il significato, nonostante le indicazioni dell'artista a lato, sulla bella etichetta esposta. - Ti vedo molto bene. E' un peccato che ti faccia viva sempre più di rado. - La voce accomodante della madre le riempie lo sguardo di un'attenzione quasi maniacale - Cercherò di sopperire facendomi viva più spesso, Darren sembra soffrirne particolarmente, e non vuole confidarmi se si è fidanzato o meno. - Chiosa lei, sono chiacchiere leggere con cui riempie l'intimità di una cucina nella penombra. - Tuo fratello frequenta da un anno una ragazza, anche se non c'è un fidanzamento ufficiale per ora: ci aspettiamo l'annuncio a breve; immagino non volesse rovinare a noi e a te la sorpresa. - La notizia le punge dietro la nuca, spingendola ad esalare un sospiro, che sa di un sollievo leggero. La donna sorseggia dal proprio bicchiere, rimanendo con l'attenzione viva sulla figliastra. - Credo abbia atteso fino all'ultimo nella speranza che fossi tu la prima a compiere questo genere di passo, ma la rassegnazione lo ha colto e il bisogno di compagnia ha prevalso - Lana aggrotta la fronte, sollevando lo sguardo con la guancia piena di un acino d'uva, che schiaccia a liberare il succo, fresco e aspro. Deglutisce con calma, sospirando - Mi spiace che abbia tardato così tanto a causa mia, ma di certo non puoi incolparmi di una cosa simile. Sono stata fidanzata cinque volte, prossima a sposarmi tre volte e lasciata poco prima tutte le volte. Credi sinceramente che io sia la causa dei miei mali? - domanda, affilando l'attenzione nei pozzi neri che sono gli occhi di Jiao - Certo che no, sei stata sfortunata, fin troppo, in amore. Ma questo non significa che devi rinunciare: devi solo abbassare il tiro, cercare di accontentarti, per essere felice. Credo di aver provato ad insegnarti questo precetto da quando ho memoria. - Arriccia un sorriso divertito, qualcosa di felino, simile a quello dei gatti - Sì, un precetto che si è infranto ogni volta che mio padre ha ceduto ai miei capricci, per darmi sempre tutto quello che desideravo. - Anche la matrigna ride, bassa, divertita - Vero, tuo padre ti ha rovinata. - Ruba una tartina dal vassoio degli avanzi, spezzandola per condividere il cibo con la donna che la fronteggia, dall'altro lato del rettangolo di marmo. - Non fartene una colpa, ha sempre considerato la mia felicità più importante della mia educazione. Tu hai fatto del tuo meglio, e mi sembra che non sia poi cresciuta così male. - ci prova, ad intavolare una consolazione dovuta, vista la piega presa dal discorso. E Jiao se l'aspettava, lo intuisce da come piega le labbra, è un gesto impercettibile ma reale, che ha imparato a leggerle addosso cercando la sua approvazione quando era bambina. Gonfia il petto, inorgoglita da sè stessa, mentre la donna scivola oltre l'ostacolo che le separa per cercare di abbracciarla. Non si sottrae, non ha mai temuto il contatto fisico, per lei è essenziale, le permette di infilarsi sotto la pelle altrui, macchiarsi di odori e sapori diversi, diventare una cosa sola con l'idea che gli altri si fanno di lei. Sa che quel abbraccio richiede una parola, una sola, per consolare il cuore di madre - Mi dispiace - il sospiro altrui sancisce l'esattezza della scelta. Ha sempre fatto attenzione a come usava quella parola, le scuse. Non ne ha mai abusato, in tutta la sua vita, perchè ha sempre saputo che le sarebbero tornate utili un giorno, quando davvero ne avrebbe avuto bisogno. Centellinandole anche con i suoi cari e le persone più prossime, sapeva che sarebbero suonate ben più sincere, anche nella più totale menzogna. Costruire le emozioni degli altri sulle sue azioni: era quello lo scopo di ogni visita. Sanare le pene dei cuori doloranti per la sua assenza, mitigare il senso di frustrazione e di rabbia per la mancata concretezza nella sua vita, tornando in equilibrio - per quanto precario - e riguadagnando i propri privilegi in quella casa. Niente di più semplice. E' un copione già studiato, e gli attori inconsapevoli lo seguono alla lettera.
25/01/15
Capital City - Horyzon, gennaio 2017
Appoggiata di
spalle allo specchio che riveste l’interno dell’ascensore, copre con le dita
uno sbadiglio. Addosso lo stesso abito blu navy che l’aveva vista uscire da
quella casa, sfavillante e tutta in tiro. Le scarpe le regge tra le dita,
assieme alla borsetta a busta da cui cava la propria chiave elettronica. E’
mattina presto, il trucco è sfatto, sbavato attorno agli occhi. Il portiere le
ha gettato addosso un’occhiata divertita, alla quale lei ha risposto con un sorriso
colpevole e stanco. Il suono acustico annuncia il piano, scivola fuori dall’ascensore
e attraversa il corridoio, svoltando a destra per imboccare il proprio
pianerottolo. Si appoggia di fianco la porta con un respiro affaticato, facendo
strusciare la chiave che trasforma il led rosso in verde, permettendole di
accedere al proprio appartamento. Butta le scarpe di lato, la borsetta e la
chiave lasciata sul piano della cucina. Armeggia con la cerniera del vestito,
liberandosi della costrizione di quel abito, splendido, ma che ha preferito
levarsi prontamente la sera prima e che le è pesato indossare di nuovo il
mattino, per lasciare l’appartamento del reporter. Si trascina scalza dal
salotto verso il bagno, gettando l’abito nella cesta dei panni sporchi. Si
affaccia allo specchio, buttando un po’ d’acqua sugli occhi cerchiati di trucco
e non solo. Prende i dischetti di cotone, rimanendo fissa nel proprio sguardo
per lunghi attimi, nel tentativo di mettere a fuoco qualcosa. Il sorriso, sulle
labbra, ha una nota plastica, indurita da qualcosa di crudo, che spicca dietro
la maschera mansueta che si incrina a causa del poco sonno e delle scarse
energie. Si sfila di dosso il BS-lifecare e resta ad osservare la medaglietta
che penzola dal bracciale al polso. Con un sospiro si scrolla di dosso l’indolenza
della mattina, proseguendo a struccarsi. Il richiamo della camera da letto ha
qualcosa di irresistibile, nonostante la voglia di dormire non sia poi così
marcata. Scivola, scalza, le gambe nude scandiscono passi in punta di piede, sul
pavimento gelato dell’appartamento. Fa scorrere l’anta mobile a specchio, che
nasconde l’accesso alla sua camera da letto e si blocca. La luce filtra appena
tra le fenditure nelle tapparelle. Deve sbattere le palpebre un paio di volte,
per mettere a fuoco la sagoma di un uomo, addormentato tra le sue coperte. Si
trascina fino al fondo del letto, come un animale diffidente, si siede, sul
tappeto peloso, in cui affonda le dita, stringendo per scaricare quell’insofferenza
che le sale rapida a stringere la gola. Sbircia, oltre il bordo del letto,
piantando occhi scuri e feroci sul viso adombrato, scavando i lineamenti
confusi fino a trovare la familiarità di quei connotati, così simili ai propri.
Si arrampica, strisciando come un serpente sulle lenzuola fresche, infestate di
una presenza maschile che di solito non conoscono, macchiate dal tanfo di
sudore, piuttosto che dal profumo di pulito a cui è abituata. Striscia, fino ad
affacciarsi su di lui. Striscia, fino a che non incappa nei suoi occhi, aperti
a guardarla. Non gli lascia nemmeno il tempo di parlare, che già lo sta
prendendo a schiaffi. Senza pietà, senza energie, sfoga la rabbia con le unghie
e con i denti fino a che le sue esigue forze non hanno la peggio, e la ferocia
altrui non la schiaccia, sconfitta, schiena al materasso.
Dove sei stata? – quella domanda le fa sorgere un ringhio
in gola, tanto da rischiare di caricare uno sputo, che però le va di traverso
quando Mihai le schiaccia il palmo contro le labbra, prevedendo le intenzioni
della gemella. Ci prova, a ribellarsi, ma non ha le forze, non ha la rabbia
necessaria a scalfire il muro di violenta indignazione che è il sangue del suo
sangue. E’ costretta ad ammansire le spalle, affossarsi maggiormente nel
cuscino, mugugnando contro il palmo della mano altrui. Mihai la lascia, ma non
le permette di muoversi, nè di liberare le gambe, incastrate tra le sue, nè di
muovere le braccia, i polsi incastrati sotto la morsa delle sue dita, sollevati
e nascosti dal cuscino. – Dove sei stata? – Ripete, cercandone
gli occhi. Lei non risponde, ottusa, testarda. Lui si avvicina, le annusa la
pelle nuda, le respira addosso il sudore di una notte non ancora lavato via. – Puzzi
di sesso. Hai trovato un pollo da spennare? – La sua domanda è cruda e
violenta, le scava nel petto in maniera fastidiosa. – No – La sua indignazione
si anima, in una risposta secca, quasi urlata in faccia al fratello. – Con chi
sei stata, allora?
Quell’insistenza
da parte del fratello le fa bruciare di rabbia gli occhi. Sente salire un senso
di fastidio misto a qualcosa che non è davvero in grado di decifrare. Lui le
incombe addosso, con la solita arroganza di sempre, i modi duri, inflessibili,
privi di calore umano, di affetto, ma solo carichi di possessività e dominanza.
– Che
ti importa? Tu dove diavolo sei stato? – ribatte senza rispondere, e
sente le dita stringersi maggiormente fino a scaricare fitte di dolore dai
polsi lungo le braccia, facendo fremere i muscoli già provati per la notte
intensa trascorsa senza poter chiudere occhio. – Mi stai facendo male, Mihai,
levati dalle palle! – Lo minaccia, provando ancora una volta, con le
poche energie residue, a ribellarsi alle imposizioni crudeli del proprio
gemello. Scalcia, riuscendo in qualche modo a sbilanciarlo, ma lui è solido e
le si sdraia addosso in tutto il suo peso: è ancora forte e asciutto come un
tempo, nervoso e pesante, non ha smesso di fare a pugni da che era un
ragazzino.
Stai ancora vedendo quel
reporter? – La domanda
le fa perdere un battito, sgranando gli occhi sul suo viso, i suoi occhi
carichi di giudizio e biasimo – Tu c-come... mi stai seguendo? – il sorriso
del fratello gli taglia il viso come un’orrida cicatrice. Non è un bel sorriso,
è qualcosa di famelico, di dannato, come il ghigno di un diavolo. – Io veglio
su di te, lo dovresti sapere. – ride, basso, la deride in quella
maniera che lei non ha mai sopportato. Le fa salire la voglia di prenderlo a
pugni e lui glielo concede, liberandole di colpo i polsi. Boccheggia quando
finalmente viene liberata, non solo le braccia, ma anche il corpo, dato che lui
rotola di schiena sul letto, fino a mettersi seduto, dandole le spalle. Si
struscia i polpastrelli contro i segni rossi che le circondano i polsi,
massaggiando nel tentativo di far sparire le tracce di quella prepotenza. – Stai sbagliando
tutto con lui. – La sentenza arriva con una certa puntualità,
spezzandole il fiato in petto – Prima o poi gli verrà lo scrupolo di
scoprire chi sei e a quel punto sarai in svantaggio. Non è un coglione. Non
come i tuoi soliti amanti. – Si tira a sedere tra le lenzuola che, pur
essendo sue, non sente affatto come proprie. – Non sai niente, Mihai. –
Lui le ride in faccia, mentre lei gli si fionda addosso, provando a colpirlo in
maniera scomposta. Riesce, uno, due pugni alle costole fluttuanti, uno
schiaffo, un morso alla spalla, ma lui non batte ciglio, così come si fa con un
cucciolo che rosicchia le dita, almeno fino a che non si stanca. L’afferra per
i capelli e la trascina in grembo, lasciandosi avvolgere dalle gambe sottili, ma
stringendola senza dolcezza. – Io so sempre tutto, Nadya, ricordatelo. So
che stai giocando con il fuoco, so che ti piace l’idea di scopartelo perchè sai
che è pericoloso, per te soprattutto, ma anche per noi. – Le stringe i
capelli all'altezza della nuca, costringendola a schiacciare la fronte contro
la propria. Lui non ci casca a quegli occhi suadenti, non si scioglie ai tocchi
sensuali, alla vista delle sue labbra, non si fa incantare dai suoi modi. Lui è
presente, inflessibile, crudele. – Da quando ti importa di noi? Hai lasciato
nostro fratello a farsi divorare dalla merda che si butta in vena. Gli hai
permesso di finire incasinato con quelli dello Skyplex, e vieni a farmi la
predica se passo la notte con un giornalista tra le cosce? Fammi il favore,
Mihai. Non c’è nessun noi. Non da quando hai fatto finire nostro fratello a
Fargate. – Sputa veleno e risentimento, soffiando come un gatto minacciato.
La stretta delle ampie mani le serra i fianchi, strizzandola fino a farle
rilasciare un lamento. Sa come pungerlo. Non è invincibile, e lo capisce nel
momento in cui la sua fronte le si abbatte contro la spalla e la presa da
collerica si scioglie in qualcosa di più bisognoso, che le accende il petto di
un palpito al quale non sa resistere. E’ il richiamo del sangue, che le fa
sciogliere i muscoli. Affonda le dita tra i capelli scuri del gemello,
massaggiandogli la nuca, ritrovando il piacere di un contatto consumato dalla
rabbia e dal senso di abbandono. Lui scivola di fianco, trascinandola con sè
sotto le lenzuola, semplicemente per chiudere gli occhi. Il senso di colpa non
gli è estraneo. Da quando Lash è stato sbattuto in un buco a Fargate Mihai si è chiuso in sè stesso,
diventando più rabbioso e furioso che mai. – Dobbiamo fare qualcosa per Jal.
Ho provato ad andare sullo Skyplex ma io non sono nessuno. Ho fatto in modo che
arrivassero i soldi per pagare i suoi debiti ma non è abbastanza, non è mai
abbastanza. Ho bisogno che ci pensi tu. – Lei gli carezza il viso, gli
parla a voce bassissima, conciliandolo mentre lui se la stringe. Non è mai
gentile, nemmeno in questi momenti, ma è reale, è un bisogno concreto che lei
non può negargli. Lo asseconda, lo protegge per quanto le riesce, nonostante
tutto. Lui annuisce, cercando di rubarle un bacio dalle labbra, innocente,
quasi esitante.
Lo lascia
dormire, mentre spende qualche minuto in più sotto l’acqua, a lavarsi di dosso
l’odore ventiquattro ore troppo complicate da descrivere. Una volta asciugata
si veste ed esce, lasciando il gemello a dormire beato e più sicuro di sè, tra
le lenzuola scure. Lo sbircia, sorride e si allontana, in cerca di caffè, di un
posto dove distrarsi, qualcosa, qualcuno, in grado di darle un attimo di
respiro dai propri pensieri.
07/01/15
Oak Town - Greenfield, gennaio 2517
Ti aspetto qui. - Aveva letto sul viso
di Gray il bisogno di quiete e silenzio. Negli ultimi giorni aveva
visto crescere le ombre, non solo attorno ai suoi occhi per la
mancanza di sonno, ma nel fondo delle pupille e tra le pagliuzze
chiarissime delle sue iridi. Aveva sempre pensato che le spalle di
quel uomo non fossero ampie abbastanza per qualsiasi fosse il peso
che stavano trasportando, ma dopo averlo visto, per l'ennesima volta,
attingere alle pillole come unica fonte di sollievo, aveva la
certezza – dettata dalla sua esperienza - che quel uomo alto e
brillante si poteva sfaldare con una facilità impressionante. Il suo
equilibrio fin troppo fragile andava avanti a pillole e lavoro.
Mentre sfruttava il suo holodeck per scaricare le fotografie dalla
Xenon, nella stanza affittata al Crazy Horse Saloon, non poteva fare
a meno di pensare a lui e al perchè avesse deciso, senza esitazioni,
di finire con lui a cercare di catturare in una miriade di pixel e in
tre dimensioni, il volto di un giustiziere. Ormai si era convinta del
profilo che aveva tracciato Holmes, per cui non era più un semplice
assassino come tanti, ma l'ombra alata di un giustiziere. Scorreva
tra le foto scattate – rubate – a Nina e Sid senza avere davvero
il bisogno di osservarle. Sapeva esattamente quali attimi aveva
catturato, perchè a loro volta essi avevano catturato lei, un
frammento di anima grondante come il fiotto di sangue schizzato dalle
narici del ragazzo dai boccoli castani e lo sguardo liquido. Stesa
pancia in giù sul letto, con le gambe sollevate, giocherellava col
computer altrui senza trovare soddisfazione, improvvisamente si era
ricordata che sarebbe dovuta fare un giro per la città a cercare una
benedetta memoria esterna, visto che non poteva davvero lasciare
quelle foto lì a marcire, non aveva senso. Pulita la memoria della
Xenon, con un sospiro contratto in petto chiuse il portatile,
facendolo scivolare sotto al cuscino. Stesa, nella penombra fissava
il soffitto senza sentire nulla a parte il brusio dei propri
pensieri. Stava cercando di fare chiarezza, di capire perchè invece
di essere sullo Skyplex a risolvere i problemi del fratello minore
stava alle calcagna di un uomo maledettamente pericoloso. Con un
sorso di alcol si era convinta che era per distoglierlo, nascondersi
dietro ad un sorriso e una complicità che poteva comunque tornarle
comoda. Con un tiro di sigaretta si era scoperta a considerare che in
fondo, se pubblicava una foto propria correlata ad un articolo di
Gray Holmes avrebbe ottenuto soldi decenti e una spinta, magari, per
vivere semplicemente di quello. Con un sorriso e un sospiro,
capovolse le carte: tutto quello che aveva pensato prima era una
scusa bella e buona. C'era perchè voleva starci, lì, perchè
sperava di trovare qualcosa di abbastanza violento e brutale da
spegnere la fame, perchè le piaceva osservare Sebastian alla presa
con gli indizi, fare il suo mestiere in maniera quasi
autodistruttiva, le piaceva incappare nello sguardo ambiguo di Sid,
averlo attorno con la leggerezza dell'assoluta noncuranza. C'era
molto dietro quel sorriso morbido, quelle fossette simmetriche,
troppo davvero, come in Nina, nel suo annaspare tra i marosi della
droga e gli incubi di chissà quale dolceamaro passato che le
striscia appresso come un'ombra. Le piaceva il pensiero di strisciare
sottopelle alla gente, ampliare il bacino di vite umane a cui
succhiare le emozioni, le paure, i mostri. Ognuno di loro aveva un
nodo in fondo all'anima e lei moriva dalla voglia di affondarci le
mani, scavare nella melma ed impossessarsene. In più doveva anche
ammettere che non era affatto male assorbire il malessere che
Sebastian sfogava tra le lenzuola, sublimando per qualche tempo –
pillole permettendo – quello che la vita gli buttava addosso, in
nodi rossi e pulsanti di passione. 'Odio e tristezza.' Non poteva
fare a meno di ripetere quelle parole, le sensazioni che Gray aveva
percepito sul luogo del delitto, attraverso qualsiasi cosa gli
avessero impiantato alla Blue Sun. Non avrebbe trovato nessuna
brutalità, nessuna furia vendicativa in quegli assassini, ma una
morte pulita e silenziosa. Non era per quello che si era fatta
tentare – colpa di Sid, tra l'altro – a seguirli su Greenfield,
ma ormai non poteva, né voleva, tirarsi indietro: avrebbe trovato
altro per quietare la fame, doveva trovare altro. L'irrequietezza
stava cominciando a bollirle nelle vene, agitando le pupille. Lo
vedeva nelle foto che aveva scattato a quei due, fuori dal
lazzaretto. Lo sentiva, nel battito del proprio cuore, nel sapore di
sangue sulla punta della lingua. Fortunatamente aveva con sé il
braccialetto, e tutto sarebbe andato bene: bastava avere fede. Seduta
davanti alla finestra, invece di guardare fuori si scoprì a fissare
nei propri occhi, inseguendo i mostri nella testa con un sorriso
dolce come il miele. Versò l'ennesimo bicchiere, svuotando la
bottiglia, allontanando idee malsane che galleggiavano in un mare
scuro e burrascoso, a colpi di alcol e sigarette. Mancava qualcosa.
Lo percepiva nel tremore delle dita, quel impulso a cercare altro,
oltre la normalità, oltre la moralità, oltre il dannato limite
della legalità. Doveva inventarsi qualcosa, e presto. Doveva trovare
una valvola di sfogo. Doveva sentire ancora una volta il flusso
drammatico dell'adrenalina gonfiare le vene, contaminare il cuore e
divorarsi l'anima, un pezzo alla volta. Un Bregovic non riesce a
stare fermo. E' il sangue dei nomadi che chiama. Ma per il momento
riusciva ancora a contenerlo. Ancora un po'. Ancora un po'.
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