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01/04/15



Appoggia la fronte contro lo scafo, nella cabina che si è comprata su quel trasporto diretto a Richleaf, partendo da Hall Point. Chiude gli occhi, stendendo le gambe ancora intorpidite. Non ha veramente rischiato di perderlo, quel passaggio, ma, fissando il soffitto del piccolo cubicolo, si rende conto che mentire era l’unico modo per imporsi di staccarsi da quel ragazzo. Ha ragione Tilda nel definirlo: Peyote. Non avrebbe trovato modo più cristallino di definire Keelan, la sua scarica di energia, la pienezza con cui affronta la vita, giorno dopo giorno, rubando tutto quello che può rubare. Lo ha pecepito pienamente, dietro quel sorriso, sotto le strette ruvide e possessive. Giocherella con le punte dei ricci, sprofondando lentamente in un sonno agitato. La testa è leggera, nonostante il corpo sia ancora annodato nella tensione che ha dovuto interrompere, percepisce ancora su di sè il calore del corpo di Keelan, il suo odore, visto che non è riuscita a farsi nemmeno una doccia, e dovrà trascinarselo addosso per un po’, visti i turni in doccia già stabiliti. Stringe le labbra, nel rumore dei motori che graffiano sinistramente. Il wyoming sfreccia nelle stelle portandola sempre più vicina ad un punto fermo.

Maracay - Richleaf, marzo 2715

Scendendo la rampa di carico della nave si osserva attorno senza però riuscire a distinguere, tra la folla, qualcosa di familiare. Con un sospiro spezzato in gola da una nota di frustrazione, ringrazia il capitano, saldando il conto del passaggio e trascinandosi via un mucchio di sigarette guadagnate giocando a carte con l’equipaggio, un vizio di cui non si priverebbe per nulla al mondo. Si inietta direttamente nelle vene pulsanti di persone, i vicoli stretti, mischiandosi con quel tessuto vivace e contorto che è la vita di Maracay. Grosso modo conosce la strada, si lascia condurre dal flusso, continuando ad osservarsi attorno. Addosso ha abiti variopinti ma di poco conto, perfettamente in linea con la moda del pianeta, i capelli raccolti in una bandana verde, così come le era stato chiesto di fare. Non ha addosso altro se non la sacca a tracolla per il viaggio, di tessuto sintetico ormai logoro dall'utilizzo e il bracciale, con cui gioca nervosamente. Ha anche un coltello, infilato sotto la gonna, per ogni evenienza, ma non basta la lama fredda contro la coscia calda a darle la giusta dose di sicurezza. Avevano promesso che sarebbero stati lì, ad accoglierla, e invece viene sballottata lungo quelle stradine e nei vicoli sconclusionati e senza senso di quel immenso alveare di città, con le sue cellette fatte di quartieri e rioni. Addosso un'insana quanto fastidiosa sensazione di pericolo, che però non riesce a farla apparire fuori posto, nemmeno lì, nemmeno ora che è sola. Almeno fino a che non sente un braccio scivolarle sulle spalle, e stringerla in maniera amichevole – Hola, Mamasita, cosa vai cercando? – la voce non risulta del tutto straniera, c’era una nota, in quello spagnolo arrangiato, che solletica vecchi ricordi. - I think you know exactly what I'm looking for - la sua risposta non tarda ad arrivare, con quel risentimento sprezzante che non può lesinargli: avevano detto che sarebbero venuti a prenderla. Di risposta, il ragazzo al suo fianco allunga una mano, sfilando la bandana da sopra la sua testa per legarsela al polso, cingerla dalla vita e trascinarla attraverso un portico - Muoviti. - L'invito non ha nulla di piacevole, anche se viene mosso con un sorriso affilato e stretto attorno una sigaretta sgangherata. Attraverso una cortina aperta, scavalcano una finestra sfondata e si ritrovano in una via laterale, che iniziano a percorrere rapidamente, fino ad una moto, parcheggiata e col motore già acceso, guardata a vista da una piccola banda di mocciosi dal coltello facile e gli occhi persi in chissà quale schifezza chimica. - Mi spieghi che diavolo significa? - Non ci sta, la fiducia arriva fino a tanto, e la sua si è esaurita rapidamente con tutto quel mistero. - Ti stavano seguendo, sei talmente rammollita che nemmeno te ne sei resa conto. Monta, su.

Nel tragitto fino alla tana non riesce a pensare ad altro. Nasconde il viso contro la spalla di Danny e si lascia guidare fino a risalire le strade movimentate, spesso invase da ragazzini, donne e bestie. Pensa a chi mai possa avere interesse a seguirla e l'unica cosa che le sovviene è un nome e una faccia. Una volta raggiunto il punto, che non fatica a riconoscere per quanto di tempo ne è passato molto, balza giù dalla moto e si affretta ad entrare nella casa diroccata, ritrovandosi addosso un bel po' di metallo puntato. Se ne frega, l'unica cosa, l'unico motivo che l'ha spinta a tornare in quel posto è disteso su di un materasso cencioso, spettro di sè stesso. Non sono le canne scure puntate addosso a bloccarla sul posto, ma lo stato in cui verte suo fratello, vomitato da quel buco che è Fargate come un bolo di bile e ossa consumate. Danny la raggiunge poco dopo, ma già le armi sono state rinfoderate. Mihai si alza, per andarle incontro ma tutto quello che si guadagna da lei è uno sguardo astioso e risentito, la minaccia di un ceffone e poi uno scatto, laterale, agile abbastanza per sfuggirgli e fiondarsi al fianco di Lash. Le ossa gli sporgono dal corpo come se la pelle tatuata non fosse che un foglio di carta velina. Ha gli occhi scavati da un dolore e una nausea che non si può descrivere a parole, bisogna osservare per poter percepire il brivido freddo della morte. Le dita non stanno ferme, si era spezzato ogni unghia nel tentativo disperato di scavarsi una via di fuga da quel inferno. Lo avevano pestato, rotto e poi lasciato lì, a godere del suo dolore, a costringerlo ai lavori forzati. Se mai avesse avuto un'anima, Lash Bregovic, l'aveva persa per sempre a causa della brutalità dei suoi aguzzini, sotto il pugno duro della legge. Gli avevano rasato i capelli, gli avevano scorticato una parte del braccio per marchiargli il numero da prigioniero che molti si portano nella tomba. Nella sua testa Lana non riesce a scacciare l'idea che sembri una di quelle maschere che si indossano ne "El Dìa de los Muertos", solo che anche pressando con le dita sugli zigomi pronunciati, il pallore non se ne va, non passa come una ditata di cerone. Si sente sollevare, di peso e non c'è resistenza da parte del fratello che mostra tutta la paura, riversata come uno schiaffo d'acqua gelida, un tuffo in un lago ghiacciato da cui è impossibile risalire. Mihai se la carica di peso, mentre lei cerca di ribellarsi, la sbatte a sedere in una stanza separata e cominciano a parlare. Parlare. Non è un termine che si addice alla loro famiglia. Loro non parlano, si insultano, si minacciano, si osservano e si capiscono, ma non parlano. Tranne in un momento. - Fallo venire con me. - C'era qualcosa di ansioso, nella voce della donna. - Non se ne parla. Lui resta qui, con noi. - Quel ringhio basso che scappa dalle labbra del gemello lo conosce, ha deciso, e non riuscirà a fargli cambiare idea. Ci sono alcune cose su cui lei non ha ancora potere. Non ha ancora trovato il punto su cui far presa, per cambiare le carte in tavola a proprio piacimento: ma non si arrende. - Ha bisogno di cure. Non vedi com'è ridotto? - La risata di Mihai riempie la stanza, costringe anche Danny ad affacciarsi, per assicurarsi che tutto vada bene. Jal non si è nemmeno degnato di comparire, lo ha visto, con la coda dell'occhio, strisciare in una delle stanze adiacenti e da lì non è più emerso.- So perfettamente in che stato sta, Nadya, non serve che me lo puntualizzi con tanta saccenza. Facci avere i soldi, noi penseremo a farlo curare qui, Maracay ha infinite possibilità in questo senso. E' l'unico modo che hai per renderti utile, se davvero ti interessa. - Quella chiusura ironica le scavava una sorta solco in fondo allo stomaco, una sensazione di nervi che si tendono e viscere che si smuovono. - Non sarà che sei geloso, visto che per lui sono corsa e per te no? - Percepisce lo spostamento d'aria in maniera nitida e tagliente, ma non c'è bruciore ad infiammarle la faccia, o qualche altra parte del corpo. Sbirciando non può fare a meno di notare la presa, provvidenziale, di Danny sul polso del proprio gemello. Lo fissa, dal basso, senza comprendere il motivo che ha spinto il moro ad intromettersi - Mihai, non credo sia il caso adesso, ancor più che tua sorella sembra essere in qualche guaio. - La faccia del Bregovic mutava raramente, la sua espressione era sempre efferata e brutale, ma con le parole di Danny riusciva ad intendere un minimo fremito delle palpebre, il respiro contratto e una sorta di scarica di fatica a spezzargli la postura. E' costretta a stare immobile, perchè sa che una cosa simile non dura che un secondo - Parla.

Parlare. Ancora? Non ha idea di che dire. Si stringe nelle spalle, mentre Danny allenta gradualmente la presa sul polso di Mihai, fino a che non riguadagna una calma apparente che gli concede il privilegio di allentare a propria volta la tensione. Gli occhi di entrambi sono su di loro - Non ne ho idea. Danny dice che mi stavano seguendo. - Lui sbuffa, una risata sarcastica quando gli addossa la colpa e lei, di risposta, ruota lo sguardo con una vena di colpevole consapevolezza - E va bene, mi stavano seguendo ma sul serio, non ho motivo per credere che dipenda da me, forse volevano solo i miei organi. - Una possibilità non così remota, in effetti. I due si osservano a lungo, e lei viene invitata a tornare di là per badare a Lash. Non le piace venire indirizzata, non da loro, non in quel contesto, ma l'espressione di entrambi ha qualcosa che le suggerisce di defilarsi, per il momento.

La notte cala. La notte di Maracay non ha pace. Il silenzio è qualcosa che i figli di questa terra hanno dimenticato, o che serbano solo per i morti. I morti. Si alza dalla brandina accanto al gemello, lo scavalca in silenzio, e così fa anche con Jal, annodato tra le lenzuola madide di sudore. Non le ha ancora rivolto la parola, nemmeno quando hanno cenato. Scivola fuori da quei letti che hanno un sentore di alcol e acido da vomito e si trascina fino alla stanza in cui viene lasciato solo Lash. Non ha esitazioni, si insinua nel suo spazio vitale e lo cerca. Al tatto la pelle sembra tessuto sintetico di scarsa qualità, di quelli che si trovano nei bugigattoli di empori nel Rim. Non ha niente di umano, quel corpo, se non la struttura fisica. Le ossa le può contare con i polpastrelli, ed è quello che fa per farsi cullare nel sonno. Lui è sveglio. I suoi occhi sono buchi neri che divorano il buio, lo assorbono e danno la sensazione di poter precipitare nell'abisso composto dai suoi incubi. Lei gli sorride. Sa che quello è il momento da cui non si può tornare indietro. Sa che da ora in poi lui le sarà devoto e fedele o non la potrà più guardare. Ne cerca il volto, il tatuaggio sullo zigomo. Lo sfiora con le labbra e lui le si aggrappa addosso con l'urgenza di un bambino. Non c'è amore, ma il calore sì. Il corpo di Lash è freddo, da la sensazione di giacere con la morte stessa, e anche questo è qualcosa che le spedisce un brivido di piacere lungo la schiena. E' un'affezione morbosa, la sua, qualcosa di oscuro e orribile, che si potrebbe confondere con l'amore. All'alba lui le si è rannicchiato addosso, bisognoso come un cucciolo. Lei resta immobile, fissando le lame di luce polverosa che si muovono e che scandiscono il tempo che passa. Nessuno osa intromettersi, nemmeno Mihai dall'alto del suo fastidioso digrignare di denti. Il sentirlo rodersi l'anima le da una soddisfazione che aveva dimenticato di provare, in presenza dei fratelli. Si alza solo quando è lui a sentirne il bisogno ed è solo allora che fa capolino Jal, richiamandola con un filo di voce e l'espressione da cane bastonato. Si mette contro la parete, sorseggiando da una bottiglia di cerveza. C'è qualcosa di mortificante nel modo in cui quel ragazzo striscia. Non le è mai andato a genio che quel genere di atteggiamento risultasse troppo smaccato, le sta bene che le striscino ai piedi, ma non che lo facciano in maniera così plateale e di pessimo gusto. Storce le labbra, lo fissa, senza risparmiargli alcuna espressione, senza apporre filtri allo sguardo in modo da pesare come un macigno di giudizio insindacabile - Mi volevo scusare con te, per quella storia de... - solleva una mano, di scatto, tagliando l'aria con un gesto brusco, ma che trasuda un'eleganza ferina. - Non parliamone più. Hai fatto quello che ti ho chiesto? - Indaga, scavando lungo le braccia e negli occhi altrui, a caccia di segni che possano tradire una bugia. - L'ho fatto e sto una merda. - Si stringe nelle spalle. E' paranoico, lo nota da come si controlla le spalle, da come sfrega tra loro le dita, il tremito nella voce, nella gola e quegli occhi che non trovano pace, sono divorati dalla scintilla della paura - Ti passerà. L'importante è che mantieni la tua parola, o te la vedrai con Mihai. - Come minaccia poteva bastare a rimetterlo in riga - Abbi almeno la decenza di fare uno sforzo per sembrare normale, ti farò avere qualcosa che ti aiuterà per l'astinenza, così sarà meno complicato e non infastidirai nessuno dei tuoi fratelli. Ora che Lash è tornato anche su di te cade la responsabilità di tenerlo il salute, per me. Lo farai? - Si alza, morbida e così, morbida è diventata anche la voce. Dalla tagliente freddezza con cui ha iniziato la discussione è scivolata piano piano in una dimensione più letale, per certi versi. Conosce i loro punti deboli, sa come far fare, specie ai due più piccoli, quello che vuole. Gli rifila una carezza, arpionandolo dal collo per tirarselo addosso e stringerlo. Il contatto, quello pieno, lo ottiene dopo un attimo di esitazione, in cui una rigidità quasi mortale gli ha rubato il fiato, ma poi si arrende. In fin dei conti, non è male stringerla: ha un buon profumo e per dei ragazzi cresciuti senza il calore di un contatto, diventa una droga, il riflesso di un'infanzia che possono riguadagnare, nelle loro speranzose testoline. Gli bacia la guancia, gli sorride come se nulla fosse mai successo, come se non le fosse costato un bel po' di soldi e un bello spavento, con quella pistola puntata alla testa. Lui le sorride di rimando, rassicurato in un batter d'occhio, felice di scrollarsi di dosso l'impressione che lei sia in collera con lui. Lana non spreca nemmeno un briciolo della sua energia a restare in collera con Jal, va bene così, in fin dei conti.

Si arrampica sulla rampa della nave, diretta via da quel pianeta e che le permetterà di prenderne un'altra verso il 'Core e ancora una verso Horyzon, così da fare qualche passaggio in più su Xinhion. I suoi passi riecheggiano stranamente doppiati, e quando nota Danny caricare la moto nella stiva e rifilare al capitano, in un gesto discreto per tutti tranne che per lei, una busta con dei soldi, si stupisce. Scrolla le spalle e si avvia verso la cabina che l'ospiterà per il viaggio. Nell'incedere viene bloccata da una presa solida, familiare come lo sono le sue stesse mani - Danny viene con te. - Ruota il viso oltre la spalla, osserva il gemello da sotto e le viene da ridere - Mi stai appioppando un cane da guardia? Non puoi venire tu? - lui scrolla la testa, tornando a sbirciare il corridoio - Non mi posso ancora allontanare da qui, lui è pulito. - Lei ride, bassa - Non hai paura che si infili nel mio letto? - Mihai solleva le sopracciglia e ruota lo sguardo, scrollando la testa - A lui piacciono gli uccelli, non le passere. Vedi di non farmi incazzare e cerca di capire chi cazzo ce l'ha con te. - La volgarità con cui si esprime il suo gemello ha la capacità di farla ridere, fin troppo, ma non è il momento, in fin dei conti deve liberarsi di lui quanto prima, e deve partire. - Sì, lo farò. - Lui non aggiunge altro. L'afferra, la bacia e si allontana, lasciando spazio a Danny con la borsa a tracolla. Divideranno la cabina per il viaggio, e lei avrà modo di constatare che i gusti del moro non sono poi quelli che pensa il suo adorato fratellino.

Daniel Quinn, 2489-12-11, Meili
Maracay - Richleaf, aprile 2713

18/03/15

Capital City - Horyzon, marzo 2715


Riflessa nello specchietto portatile ripassava il rossetto sulle labbra, mentre la macchina si faceva strada nel traffico per accompagnarla all'ufficio. I muscoli erano ancora provati dalla piacevole tensione della nottata trascorsa con State. Gli occhi scuri erano vivi di una luce compiaciuta che li accendeva dal profondo. Era soddisfatta, immensamente: strappare un prezzo di favore come aveva fatto valeva ogni singolo tentativo. Sapeva di aver fatto un ottimo affare, così com'era consapevole di aver trovato un punto debole nella struttura solida del Porter, una crepa, in cui insinuarsi senza alcuna pietà. Si sarebbe fatta accompagnare da lui, sentiva di potersi fidare di un simile compagno di viaggio, almeno per quel frangente. In fin dei conti doveva solo raccogliere qualche informazione senza condividere nulla con nessuno che non fosse Zoey, e avrebbe anche ottenuto la possibilità di dedicarsi ad altro nelle lunghe notti di viaggio, tra una sosta e l'altra. Il c-pad le trillò, osservando la chiamata in entrata non riuscì a stupirsi. Infilato l’auricolare si abbandonò contro il sedile, affacciandosi alla giornata piovosa.
Buongiorno dolcezza, come stai? – La propria voce aveva un suono grave, pesante, ancora impastato da una piacevolissima stanchezza. Quella di Darren invece riempì l’abitacolo dopo una manciata di secondi in assoluto silenzio. - Buongiorno sorellina, tutto bene. Senti, ti va una cena, stasera?
C’erano due cose che puzzavano in quella frase, la prima era che non le aveva chiesto di rimando come stesse, non aveva nemmeno accennato ad un pensiero nei suoi confronti. Sapeva di fretta, sapeva di urgenza e, soprattutto, sapeva di trappola. Si sentiva improvvisamente scomoda su quella seduta. Gli occhi finirono per puntare l’esterno, troppo spesso, perdendosi nel profilo della città che scorreva attorno a loro. – Lana, ci sei? – Impastò la voce, la lingua scivolava tra le labbra cercando la giusta umidità per lasciar andare un sospiro. – Sei in città, quindi. – Non era una domanda ma un’affermazione chiara. – Sì, scusa se non ti ho avvisata prima. So che odi le sorprese e se non vorrai venire a cena, ti capirò, solo vorrei che ci fossi. - Sospirò. Odiava la situazione in cui il fratello l'aveva costretta. Poteva tranquillamente dire di no, cercare qualcosa di meglio da fare, qualche altro modo di passare la serata e non doveva nemmeno sforzarsi per trovare uno o due intrattenimenti decisamente migliori di una cena con il proprio fratellastro, eppure... - Va bene, cercherò di spostare un paio di appuntamenti, ma dovrai scegliere un locale all'altezza per farti perdonare.

Lo sguardo delle colleghe una volta in ufficio aveva qualcosa di fastidioso. Sorridevano sornione, come se avessero in pugno la chiave di chissà quale mistero, ma tutto divenne chiaro quando mise piede nella stanza. Sulla scrivania c'era un pacchetto, un biglietto scritto in maniera composta, la grafia infinitamente ordinata. Un libro, cartaceo e su memoria esterna qualcos'altro. Lesse il bigliettino con un sorriso ammaliato. Un pensiero per lei, inaspettato, una sorpresa che stranamente non la lasciava con il fastidio addosso, perchè in fondo non c'era pretesa in quel gesto, non c'era l'obbligo di un ricambiare. Sebastian era riuscito dove nessun'altro fino ad allora era stato capace di fare, farle piacere una sorpresa, per quanto questa significasse la definitiva scomparsa dell'uomo dalla sua vita. In parte provò un immenso sollievo, perchè in fin dei conti era diventato rapidamente da semplice Deputy a Sheriff e probabilmente avrebbe continuato a cercare e cercare e lei avrebbe continuato a rischiare e rischiare per il solo piacere di farlo. In parte le dispiacque anche, perchè in Sebastian aveva trovato quella connessione disinteressata ma senza la freddezza e la pretesa, era divertente, era passionale. Averlo tra le proprie lenzuola - o stare tra le sue - era semplice voglia, soddisfatta pienamente e con una complicità che non era facile ritrovare altrove, senza parlare della punta di rischio che entrambi adoravano. 

Messaggio ricevuto da Sebastian il giorno 10 Marzo 2015 alle 23:26
[On]
Viene lasciato  a Lana, presso il suo ufficio in BS, un pacchettino. Di forma rettangolare e peso tutto sommato leggero, contiene un libro cartaceo, avvolto in più strati di carta da pacco.

Ad accompagnarlo, è un biglietto scritto a mano da grafia pulita e regolare, priva di arzigogoli.

"Sono passato a salutarti ma non ti ho trovata, e purtroppo non ho molto tempo a disposizione. Non sono certo di riuscire a vederti prima di partire.
It was nice, and good, spending time with you. Take care and good luck.
G"


Un'edizione piuttosto rara di un libro solitamente trovato in supporto digitale, dal titolo
La schiuma dei giorni

Trama:
Colin è un ricco giovanotto il cui valletto, Nicolas, è un uomo pieno di risorse; possiede inoltre un'invenzione olfatto-musicale: il pianocktail.
Come in un valzer vorticoso, Colin incontra Chloé e la sposa in una pomposa cerimonia. In un atto di generosità, Colin dona un quarto del proprio patrimonio agli amici Chick e Alise cosicché anch'essi possano sposarsi. La felicità dovrebbe regnare tra entrambe le coppie, tuttavia Chloé si ammala durante la luna di miele: ha una ninfea in un polmone, condizione rara e dolorosa che può essere curata solo circondandola di fiori. Le spese per la cura sono proibitive e ben presto Colin finisce sul lastrico.
Nel frattempo, Chick diventa ossessionato dal filosofo Jean-Sol Partre e spreca soldi e energia nel collezionarne tutte le opere. Alise tenta di salvarlo dal disastro finanziario e di essere nuovamente al centro della sua attenzione; cerca quindi di persuadere Partre a non pubblicare altri libri e lo uccide a un suo rifiuto, vendicandosi anche con i librai.
Colin tenta disperatamente di trovare, invano, altri fiori per Chloé; il dolore per la sua morte è così forte che il suo topo domestico si suicida per evitare l'enorme tristezza.

Insieme al libro una unità di memoria con l'holofilm ad esso ispirato, dal titolo Moon Indigo.

Uscita presto dal proprio ufficio non esitò a tornare a casa. Il libro ricevuto in regalo lo lasciò lì, in una posizione privilegiata, sulla sua scrivania con tanto di piedistallo su cui reggerlo, per contemplarlo come il più prezioso dei cimeli, mentre nella tasca conservava l'unità di memoria con il film. Una volta nel proprio appartamento, ripulito come si conviene dagli strascichi della nottata precedente, si lasciò cadere sul divano mentre il sistema di proiezione inghiottiva la schedina con un suono sibilante. Cominciò a guardare il film, in silenzio, in attesa. Non aveva alcuna voglia di uscire, sarebbe stata molto più che volentieri a gustarsi quel film dopo tanto tempo che non ne guardava uno da sola. Il sorriso che aveva assunto spezzava le solite maschere imposte, era incrinato da una nota quasi passiva, che però lavò via con la prima doccia. Mentre i dialoghi venivano scambiati, riempiendo le stanze dell'appartamento freddo e solitario nemmeno lo stessero girando proprio lì dentro, lei cominciò a prepararsi per la serata. Non aveva alcuna idea di dove sarebbero andati, ma soprattutto non sapeva chi ci sarebbe stato. Optò per un abito elegante ma sobrio, qualcosa di composto, che costituisse una facciata più severa e matura di quelle che solitamente indossava per uscire da sola. Mentre calzava le scarpe una vibrazione sul tavolo di vetro davanti al divano la richiamò, aveva zittito il trillo del pad per evitare di venire disturbata mentre guardava il film, ma era ormai arrivato il momento che tanto aveva sperato non giungesse. Prese l'auricolare, infilandolo e attivandolo si trascinò in bagno.
Lana? - la voce di Darren dall'altro capo le fece storcere immediatamente le labbra. Cominciò a truccarsi - Tra quanto sarai qui, brò? - lo conosceva abbastanza da sapere che non si trovava ancora sotto casa sua, non avrebbe mai chiamato a quella maniera, era solito concederle almeno quindici minuti di preavviso, in modo da poter completare quantomeno i preparativi e farsi attendere quella manciata di attimi in più, così come si conviene. - Quindici minuti, ma... - appunto - non verrò io, mi spiace, sono stato trattenuto per cui vi raggiungerò direttamente al ristorante. 
Quel plurale le fece accapponare la pelle. Il sentore di trappola era ormai diventato realtà. Percepì aggrovigliarsi nelle viscere un'improvvisa voglia di far intervenire qualcuno, dall'esterno, per distruggere tutti i piani del fratello minore, ma quando si riscoprì ad ascoltare i dialoghi di quel film che continuava a farle da sottofondo ad una pessima serata, rilassò le spalle ed espirò a fondo. Si versò un bicchiere di vino, cercando di fare mente locale su come agire, su cosa fare e come riflesso del tutto incondizionato, continuò a truccarsi come se fosse nulla fosse, come se ad aspettarla ci fosse il mittente di quel film e non un preoccupante incontro al buio.

Quando il portiere del palazzo l'avvisò dell'arrivo della macchina lei scese, senza fretta, facendosi attendere quella manciata di minuti necessaria a non risultare eccessivamente puntuale e quindi troppo entusiasta o presa; allo stesso tempo, il ritardo calcolato sarebbe stato ammesso, per educazione. L'auto scura aspettava all'esterno, e con sua somma sorpresa nessuno fu così sconsiderato da uscire ad aprirle la portiera, ad eccezione del guidatore, tuttavia, una volta aperta la portiera non potè fare a meno di notare un uomo seduto sul sedile posteriore, che le allungò la mano per aiutarla ad accomodarsi. Lo aveva già incontrato, in passato, ma avevano scambiato solo pochi convenevoli privi di importanza e trovarselo così, una sorpresa senza capo nè cosa, le fece stringere le labbra in una presa severa, prima di vestire la migliore delle sue maschere. - Nicholas... - lo osservò per qualche istante, a lungo, inumidendosi le labbra per cercare di incastrare meglio le parole - Ti chiedo di perdonare il mio ritardo. 

Nicholas Goldberg aveva trentasei anni, un avvocato di buona presenza, figlio di una famiglia fortemente vincolata a quella dei Cohen. La sua presenza in quella macchina non aveva nulla di strano, a ben pensarci. Avrebbe dovuto aspettarsi una mossa simile dai suoi genitori, considerato anche che la sorella di Nicholas sarebbe presto diventata la moglie del proprio, di fratello. Lui sorrise, aveva un sorriso asimmetrico, affascinante, senza dubbio, ma c'era sempre qualcosa di sinistro, in quelle sue espressioni. Lo aveva notato, la prima volta, ad una festa di cui aveva già dimenticato il significato, e così a molte altre, senza però mai entrare in reale contatto. Si teneva in disparte ma non risultava fare da tappezzeria, era più un desiderio di distacco che riusciva ad emanare e che imponeva agli altri, senza farsi particolari problemi a riguardo. Non le rivolse che un cenno e uno sguardo, quella sera, eppure, nell'attimo stesso in cui le loro mani vennero a contatto, lui le aveva incastrato lo sguardo castano addosso e non la lasciava. - No harm done. Immagino sia costume di una signora arrivare perfettamente in ritardo. - L'aiutò ad accomodarsi contro il sedile in pelle sintetica, guadagnando la comodità di una macchina dai vetri scuri che tenevano lontano ogni sguardo indiscreto. Non era particolarmente curiosa di sapere dove stessero andando, ma si voltò comunque in suo favore, senza strappargli le dita dalle mani. - Mi spiace ti abbiano costretto a passare a prendermi, immagino non fosse proprio programmato. - Educatamente prese le distanze da quella che sembrava una decisione imposta. Lui rise, basso e in qualche modo abbastanza aggressivo - Credi davvero che qualcuno possa obbligarmi a fare qualsiasi cosa? - Era confusa, decisamente, e lui lo percepì, tirandole la mano la costrinse più vicina - Ho chiesto io a Darren di chiamarti e invitarti fuori. Siamo io e te... e basta. 

Una sorpresa, l'ennesima, che le serpeggiò sotto pelle incrementando quel già pesante senso di inadeguatezza. Aveva dei limiti, per quanto la pazienza fosse una dote che non le mancava, esisteva un massimo di azioni che poteva sopportare senza scivolare nel fastidio affilato e diventare una pessima compagnia. Assottigliò lo sguardo sul viso dell'avvocato di Lòng City, lo studiò a lungo, in attesa di una reazione che fosse qualcosa di più di una semplice espressione tronfia e fastidiosa. Lui se ne stette a lungo in silenzio, affossato nel suo posto mentre la macchina andava chissà dove. L'osservò di rimando, senza spiccicare ulteriori spiegazioni. Non aveva intenzione di parlare per prima, e lui, forte della sua posizione predominante, sapeva perfettamente di tenerla tra le dita, e non solo letteralmente. La cosa la punse talmente tanto a fondo che rimpianse amaramente di non aver seguito il proprio istinto, declinando quel invito e restando a casa a guardare il film che le aveva lasciato Sebastian come ultimo saluto. Si morse il labbro inferiore, mentre lui giocherellava con le sue dita come se non le appartenessero minimamente e potesse disporne liberamente - Immagino che la cosa ti stia divertendo immensamente. - Non riuscì a trattenersi oltre. Non erano arrivati ancora da nessuna parte, continuavano a girare senza un reale itinerario. Finalmente lui le lasciò le dita, semplicemente per armeggiare con un pacchetto di sigarette, offrendogliene una - Devo dire di sì. Darren mi aveva avvisato che odiavi le sorprese, ma vederti rodere dentro in silenzio ammetto che mi da una certa qual soddisfazione. - Le accese la sigaretta, mentre il finestrino veniva fatto calare leggermente così da permettere all'aria di circolare senza appestarli di fumo - Ti diverti con poco. - giocherellò nervosamente con il bracciale che aveva al polso, cercando di ottenere quel filo di calma, un briciolo che le serviva per tirare fino a fine serata - Veramente non direi. Non è così facile urtarti i nervi. Ti ho osservata. - Strinse leggermente le labbra, una linea rigida, che la mise a disagio, nuovamente. E lui rise, sbuffando fumo fuori dall'abitacolo. L'auto proseguiva nella notte piovosa, fuori da Capital City. - Tutto questo è... inquietante. - ammise, accavallando le gambe mentre depositava la cenere nel posacenere. Il fumo aleggiava attorno l'abitacolo prima di venire aspirato all'esterno. - La cosa ti dispiace? - lui la incalzò, adocchiandola divertito, con un sorriso mellifluo e arcigno al contempo, disegnato in volto - Decisamente. Che cosa vuoi, Nicholas? - doveva esserci qualcosa sotto, non se ne capacitava. - Un accordo. Molto semplice a dire il vero. Io ho bisogno di un alibi, e anche tu. Possiamo considerarlo una specie di contratto di salvaguardia. Ti propongo tutto il pacchetto: uscite organizzate, cene in famiglia, il servizio completo. Niente regali, niente sorprese. - Era spiazzata. Qualcosa le fece trattenere il respiro. - Affascinante. Perchè dovrei accettare? Non ho bisogno di un... contratto di salvaguardia, come lo hai chiamato tu. - Lui rise, di nuovo, spegnendo la sigaretta e rubadogliela dalle mani, anche la sua sciamò fuori dal finestrino in scintille vivaci e ardenti. Se la tirò vicina, abbastanza da affondare le dita tra i riccioli scuri, trascinandosela contro, in modo da poterle assaggiare il respiro direttamente dalla bocca. Il bacio durò decisamente a lungo. Le fece salire fame, quasi come se lui fosse nella sua testa, la conoscesse abbastanza da sapere esattamente come prenderla e come convincerla. La macchina si fermò e lui le ridiede fiato - Ne avrai bisogno. Ora andiamo, la nave ci attende.

Quella notte non tornò a casa, ma l'indomani fu nuovamente nel suo ufficio, a lavoro alla Blue Sun, come se nulla fosse, con addosso un completo nuovo, atterrata direttamente nel Porto Federale dopo una passeggiata tra le stelle. 

08/02/15

Takoma Springs - Roanoke, febbraio 2517 

La lingua scorre due rapide passate sulla cartina, sigillando il mix di tabacco e bloom, poco prima che le venga sottratto di mano. Sbuffa, allungandosi a reclamare quello che con tanta cura e parsimonia si era chiusa in un angolo a creare. La prima boccata non è nemmeno per lei, ma il secondo tiro le riempie le narici dell'aroma dell'erba, distendendo un sorriso intricato sulle labbra. Erano anni che non si prendeva un lusso simile, più precisamente da quando Adam le aveva fatto sottoscrivere un accordo al quale era costretta a sottostare per poter mantenere il suo tenore di vita e i viaggi nel 'Verse: le avevano imposto di indossare il lifecare della Blue Sun con controlli trimestrali all'ospedale di Lòng City. Doveva risultare pulita, ogni santissima volta, ed era un grosso peso, decisamente.

Seguire Nina sotto quella montagna si è rivelata una delle scelte migliori che avrebbe potuto mai fare, in un periodo così ingarbugliato della sua esistenza. L'incontro, di per sé, con il medico le aveva lasciato un sapore strano sulla lingua. Quegli artisti di strada, il capannello di persone, i tatuaggi e il fisico emaciato da ex galeotto avevano aperto una voragine nei pensieri e nel cuore. Non poteva fare a meno di vedere, in quelle linee di inchiostro nero sulla pelle chiara, i disegni distintivi e le storie non dette, molto simili a quelle dei suoi stessi fratelli: il sangue del suo sangue.

Adesso, a scommesse terminate e con le tasche un po' più gonfie, può godersi un attimo di relax. La gente attorno è del tipo più variegato, eppure, in quel marasma d'umanità, lei non si sente fuori luogo. Il suo sangue le permette di adattarsi di trovare l'equilibrio, il punto di stabilità, con cui protendersi e sfiorare la natura corrotta e viziata di certe sfumature della vita. Sorride, e lo fa con sincerità, nel momento in cui scioglie le briglie e lascia che sia solo il sangue a dettar legge: l'istinto, privato del raziocinio imposto da anni e anni di educazione rigorosa. Ci prova, a ringraziare Nina con una carezza, prima di venire trascinata nel bosco, lontano dai fuochi, dalle luci, dai colori. La perde di vista ma non se ne preoccupa, la testa è leggera e deve pagare pegno. Una parte della scommessa vinta va ovviamente al medico, una parte va a lei, l'altra al pilota che è stato in testa tutta la gara e che poi ha perso all'ultimo, permettendole di far alzare la quota del vincitore. Qualcuno l'accuserebbe di aver barato, ma non riesce davvero a trovarci nulla di male nel convincere qualcuno a guadagnarci più di quanto non avrebbe fatto vincendo.

Si sente chiamare, una voce da lontano. Lei prova a rispondere ma si ritrova la bocca impegnata. La cosa non la stupisce, avrebbe dovuto considerare la possibilità che non era bastata la parte di denaro guadagnata, e che l'ingordigia avrebbe bussato alla testa del complice. Succede sempre così quando hai a che fare con gentaglia di quel genere, uno in grado di vendersi la dignità per una manciata di quattrini e una dose di switch. Ancora, la voce di Nina le rimbalza nel cranio. Storce le labbra e sente l'urgenza. Si morde il labbro inferiore, allungando il collo a bisbigliare un “facciamo in fretta” che le taglia la voce con la voracità con cui le mani altrui le mappano i fianchi.

Non ha bisogno di altri richiami. Quindici minuti dopo torna verso il gruppo, tra i falò accessi e la musica strimpellata da qualche chitarra. Si aggiusta i jeans, abbottonandoli mentre cammina, si sistema i capelli, il maglione e poi avvolge le braccia sottili attorno la vita stretta del medico, facendo capolino oltre la sua spalla con il rotolo di soldi che viene sospinto nella tasca altrui in maniera fluida, distratta al contempo. Sorride, ma è un sorriso diverso da quello di prima. - Andiamo? - la domanda non mette fretta, è posta semplicemente per chiedere. Ci sono più soldi di quanti concordati, ma ogni cosa ha un suo prezzo al mondo. Le striscia un bacio contro la guancia e si ritrae, con la cautela di un serpente appesantito dalla sua ennesima vittima. Una bella serata, che le scava nel petto un senso di mancanza enorme, da soffocare tra alcol, erba e sesso, di quello buono, intenso che intorpidisce gli arti e lascia la testa pesante, affannata contro il cuscino. Un po' come accade ogni volta che incastra lo sguardo in quello chiaro di un reporter, o quando si lascia convincere da un'asina. Di certo non si accontenta di una sveltina, tristemente consumata contro un tronco nella boscaglia in cambio di un guadagno più alto sulle scommesse di quanto pattuito.


25/01/15

Capital City - Horyzon, gennaio 2017

Appoggiata di spalle allo specchio che riveste l’interno dell’ascensore, copre con le dita uno sbadiglio. Addosso lo stesso abito blu navy che l’aveva vista uscire da quella casa, sfavillante e tutta in tiro. Le scarpe le regge tra le dita, assieme alla borsetta a busta da cui cava la propria chiave elettronica. E’ mattina presto, il trucco è sfatto, sbavato attorno agli occhi. Il portiere le ha gettato addosso un’occhiata divertita, alla quale lei ha risposto con un sorriso colpevole e stanco. Il suono acustico annuncia il piano, scivola fuori dall’ascensore e attraversa il corridoio, svoltando a destra per imboccare il proprio pianerottolo. Si appoggia di fianco la porta con un respiro affaticato, facendo strusciare la chiave che trasforma il led rosso in verde, permettendole di accedere al proprio appartamento. Butta le scarpe di lato, la borsetta e la chiave lasciata sul piano della cucina. Armeggia con la cerniera del vestito, liberandosi della costrizione di quel abito, splendido, ma che ha preferito levarsi prontamente la sera prima e che le è pesato indossare di nuovo il mattino, per lasciare l’appartamento del reporter. Si trascina scalza dal salotto verso il bagno, gettando l’abito nella cesta dei panni sporchi. Si affaccia allo specchio, buttando un po’ d’acqua sugli occhi cerchiati di trucco e non solo. Prende i dischetti di cotone, rimanendo fissa nel proprio sguardo per lunghi attimi, nel tentativo di mettere a fuoco qualcosa. Il sorriso, sulle labbra, ha una nota plastica, indurita da qualcosa di crudo, che spicca dietro la maschera mansueta che si incrina a causa del poco sonno e delle scarse energie. Si sfila di dosso il BS-lifecare e resta ad osservare la medaglietta che penzola dal bracciale al polso. Con un sospiro si scrolla di dosso l’indolenza della mattina, proseguendo a struccarsi. Il richiamo della camera da letto ha qualcosa di irresistibile, nonostante la voglia di dormire non sia poi così marcata. Scivola, scalza, le gambe nude scandiscono passi in punta di piede, sul pavimento gelato dell’appartamento. Fa scorrere l’anta mobile a specchio, che nasconde l’accesso alla sua camera da letto e si blocca. La luce filtra appena tra le fenditure nelle tapparelle. Deve sbattere le palpebre un paio di volte, per mettere a fuoco la sagoma di un uomo, addormentato tra le sue coperte. Si trascina fino al fondo del letto, come un animale diffidente, si siede, sul tappeto peloso, in cui affonda le dita, stringendo per scaricare quell’insofferenza che le sale rapida a stringere la gola. Sbircia, oltre il bordo del letto, piantando occhi scuri e feroci sul viso adombrato, scavando i lineamenti confusi fino a trovare la familiarità di quei connotati, così simili ai propri. Si arrampica, strisciando come un serpente sulle lenzuola fresche, infestate di una presenza maschile che di solito non conoscono, macchiate dal tanfo di sudore, piuttosto che dal profumo di pulito a cui è abituata. Striscia, fino ad affacciarsi su di lui. Striscia, fino a che non incappa nei suoi occhi, aperti a guardarla. Non gli lascia nemmeno il tempo di parlare, che già lo sta prendendo a schiaffi. Senza pietà, senza energie, sfoga la rabbia con le unghie e con i denti fino a che le sue esigue forze non hanno la peggio, e la ferocia altrui non la schiaccia, sconfitta, schiena al materasso.

Dove sei stata? – quella domanda le fa sorgere un ringhio in gola, tanto da rischiare di caricare uno sputo, che però le va di traverso quando Mihai le schiaccia il palmo contro le labbra, prevedendo le intenzioni della gemella. Ci prova, a ribellarsi, ma non ha le forze, non ha la rabbia necessaria a scalfire il muro di violenta indignazione che è il sangue del suo sangue. E’ costretta ad ammansire le spalle, affossarsi maggiormente nel cuscino, mugugnando contro il palmo della mano altrui. Mihai la lascia, ma non le permette di muoversi, nè di liberare le gambe, incastrate tra le sue, nè di muovere le braccia, i polsi incastrati sotto la morsa delle sue dita, sollevati e nascosti dal cuscino. – Dove sei stata? – Ripete, cercandone gli occhi. Lei non risponde, ottusa, testarda. Lui si avvicina, le annusa la pelle nuda, le respira addosso il sudore di una notte non ancora lavato via. – Puzzi di sesso. Hai trovato un pollo da spennare? – La sua domanda è cruda e violenta, le scava nel petto in maniera fastidiosa. – No – La sua indignazione si anima, in una risposta secca, quasi urlata in faccia al fratello. – Con chi sei stata, allora?
Quell’insistenza da parte del fratello le fa bruciare di rabbia gli occhi. Sente salire un senso di fastidio misto a qualcosa che non è davvero in grado di decifrare. Lui le incombe addosso, con la solita arroganza di sempre, i modi duri, inflessibili, privi di calore umano, di affetto, ma solo carichi di possessività e dominanza. – Che ti importa? Tu dove diavolo sei stato? – ribatte senza rispondere, e sente le dita stringersi maggiormente fino a scaricare fitte di dolore dai polsi lungo le braccia, facendo fremere i muscoli già provati per la notte intensa trascorsa senza poter chiudere occhio. – Mi stai facendo male, Mihai, levati dalle palle! – Lo minaccia, provando ancora una volta, con le poche energie residue, a ribellarsi alle imposizioni crudeli del proprio gemello. Scalcia, riuscendo in qualche modo a sbilanciarlo, ma lui è solido e le si sdraia addosso in tutto il suo peso: è ancora forte e asciutto come un tempo, nervoso e pesante, non ha smesso di fare a pugni da che era un ragazzino.
Stai ancora vedendo quel reporter? – La domanda le fa perdere un battito, sgranando gli occhi sul suo viso, i suoi occhi carichi di giudizio e biasimo – Tu c-come... mi stai seguendo? – il sorriso del fratello gli taglia il viso come un’orrida cicatrice. Non è un bel sorriso, è qualcosa di famelico, di dannato, come il ghigno di un diavolo. – Io veglio su di te, lo dovresti sapere. – ride, basso, la deride in quella maniera che lei non ha mai sopportato. Le fa salire la voglia di prenderlo a pugni e lui glielo concede, liberandole di colpo i polsi. Boccheggia quando finalmente viene liberata, non solo le braccia, ma anche il corpo, dato che lui rotola di schiena sul letto, fino a mettersi seduto, dandole le spalle. Si struscia i polpastrelli contro i segni rossi che le circondano i polsi, massaggiando nel tentativo di far sparire le tracce di quella prepotenza. – Stai sbagliando tutto con lui. – La sentenza arriva con una certa puntualità, spezzandole il fiato in petto – Prima o poi gli verrà lo scrupolo di scoprire chi sei e a quel punto sarai in svantaggio. Non è un coglione. Non come i tuoi soliti amanti. – Si tira a sedere tra le lenzuola che, pur essendo sue, non sente affatto come proprie. – Non sai niente, Mihai. – Lui le ride in faccia, mentre lei gli si fionda addosso, provando a colpirlo in maniera scomposta. Riesce, uno, due pugni alle costole fluttuanti, uno schiaffo, un morso alla spalla, ma lui non batte ciglio, così come si fa con un cucciolo che rosicchia le dita, almeno fino a che non si stanca. L’afferra per i capelli e la trascina in grembo, lasciandosi avvolgere dalle gambe sottili, ma stringendola senza dolcezza. – Io so sempre tutto, Nadya, ricordatelo. So che stai giocando con il fuoco, so che ti piace l’idea di scopartelo perchè sai che è pericoloso, per te soprattutto, ma anche per noi. – Le stringe i capelli all'altezza della nuca, costringendola a schiacciare la fronte contro la propria. Lui non ci casca a quegli occhi suadenti, non si scioglie ai tocchi sensuali, alla vista delle sue labbra, non si fa incantare dai suoi modi. Lui è presente, inflessibile, crudele. – Da quando ti importa di noi? Hai lasciato nostro fratello a farsi divorare dalla merda che si butta in vena. Gli hai permesso di finire incasinato con quelli dello Skyplex, e vieni a farmi la predica se passo la notte con un giornalista tra le cosce? Fammi il favore, Mihai. Non c’è nessun noi. Non da quando hai fatto finire nostro fratello a Fargate. – Sputa veleno e risentimento, soffiando come un gatto minacciato. La stretta delle ampie mani le serra i fianchi, strizzandola fino a farle rilasciare un lamento. Sa come pungerlo. Non è invincibile, e lo capisce nel momento in cui la sua fronte le si abbatte contro la spalla e la presa da collerica si scioglie in qualcosa di più bisognoso, che le accende il petto di un palpito al quale non sa resistere. E’ il richiamo del sangue, che le fa sciogliere i muscoli. Affonda le dita tra i capelli scuri del gemello, massaggiandogli la nuca, ritrovando il piacere di un contatto consumato dalla rabbia e dal senso di abbandono. Lui scivola di fianco, trascinandola con sè sotto le lenzuola, semplicemente per chiudere gli occhi. Il senso di colpa non gli è estraneo. Da quando Lash è stato sbattuto in un buco a Fargate Mihai si è chiuso in sè stesso, diventando più rabbioso e furioso che mai. – Dobbiamo fare qualcosa per Jal. Ho provato ad andare sullo Skyplex ma io non sono nessuno. Ho fatto in modo che arrivassero i soldi per pagare i suoi debiti ma non è abbastanza, non è mai abbastanza. Ho bisogno che ci pensi tu. – Lei gli carezza il viso, gli parla a voce bassissima, conciliandolo mentre lui se la stringe. Non è mai gentile, nemmeno in questi momenti, ma è reale, è un bisogno concreto che lei non può negargli. Lo asseconda, lo protegge per quanto le riesce, nonostante tutto. Lui annuisce, cercando di rubarle un bacio dalle labbra, innocente, quasi esitante.

Lo lascia dormire, mentre spende qualche minuto in più sotto l’acqua, a lavarsi di dosso l’odore ventiquattro ore troppo complicate da descrivere. Una volta asciugata si veste ed esce, lasciando il gemello a dormire beato e più sicuro di sè, tra le lenzuola scure. Lo sbircia, sorride e si allontana, in cerca di caffè, di un posto dove distrarsi, qualcosa, qualcuno, in grado di darle un attimo di respiro dai propri pensieri. 

27/12/14

Maracay - Richleaf, settembre 2505

Mihai, dove mi stai portando? - la voce era un sospiro. L'aveva trascinata fuori dal suo letto a notte fonda, costretta ad infilarsi un paio di pantaloni sopra quelli del pigiama e gli stivali. Avvolta in un cappotto troppo largo, ancora mezza assonnata, stava camminando da troppo tempo per rendersi conto di dove stesse davvero. Lui aveva la sigaretta tra le labbra, le dita forti attorcigliate contro il bavero del suo cappotto, la strattonava tra i vicoli mentre lei si lamentava, senza nemmeno darle un indizio. Solo quando raggiunsero un vicolo cieco, si fermò. La spinse verso il fondo di quella strada chiusa, indicandole con un cenno la parete di fondo. La luce era intermittente, i neon stradali dovevano avere un qualche difetto, lampeggiavano in maniera inquietante. Strisciando gli stivali arrivò a metà strada ma fu costretta a fermarsi, bruscamente. C'era qualcuno. - Chi è là? - chiese, esitando. La voce rimbalzò agghiacciante nello spazio chiuso, tornandole indietro senza ottenere risposta. A parte il ronzio dei neon lampeggianti non c'era un sospiro se non suoni troppo distanti per minacciarli. Mihai si mise spalle al vicolo, controllando: faceva da palo. Lo aveva visto diverse volte. Avanzò di qualche passo: aveva le gambe stese, il busto era addossato alla parete umida e sporca di graffiti. Gli occhi erano sbarrati, immobili e nell'aria c'era un forte odore di ruggine. La luce dipinse i tratti di una giovane ragazza, le labbra sbavate di rossetto scuro, troppo trucco e i segni coperti di un vecchio livido. Gioielli da pochi soldi, appariscenti e un abbigliamento che difficilmente si poteva discostare troppo dalla professione che doveva compiere. - Cristo... - soffiò lei, e in quel momento la mano del fratello le si posò sulla spalla, facendola saltare di paura. Non urlò solo perchè glielo impedì lui, tappandole la bocca e stringendola di ferocia. Si sporse, per sussurrarle all'orecchio – Non urlare, o arriveranno altri. Cercavi l'ispirazione, no? Adesso cell'hai. - Appese le dita a quelle ruvide del fratello, costringendolo a liberarla, aveva i segni della pressione sulla pelle chiara delle guance. - Sei stato tu? - chiese, cercando di ruotargli tra le braccia, per cercarne il viso. Le cadde la cenere sulla spalla – Ha importanza? Ti ho trovato quello che volevi, ma fa presto.

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Jutòu - Xinhion, ottobre 2505

Mentre ritoccava le foto con l'holodeck, nel suo studio privato a Jutòu, si perdeva nei dettagli che quella notte, a Maracay, non era stata in grado di cogliere, a causa dell'adrenalina e di quella sensazione asfissiante di paura, mitigata dall'assoluta gelida indifferenza del fratello. Le tracce di sangue sul muro, la direzione degli schizzi, le orme. Non potè fare a meno di ricordare come raccolse il mozzicone di sigaretta lasciato incautamente da Mihai, per evitare di lasciar tracce. C'era qualcosa di terribilmente bello nel riflesso cremisi sotto la luce dei neon malandati, così come nel bagliore asettico della luce bianca nelle pupille dilatate. Il vitreo era privo di vitalità, era animato solo di un buio vorace che sembrava bramare di cibarsi delle loro anime. Aveva avuto la cura di non fotografare dettagli eccessivamente facili da ricollegare, o avrebbe dovuto spiegare troppo a troppe persone, e non poteva permetterselo. La soddisfazione più grande sarebbe stata sicuramente mostrarle alla famiglia: non avevano mai apprezzato completamente l'idea di comprarle quella macchina fotografica, ma le era servita per la tesi, attirando l'attenzione di molti almeno nell'ambiente universitario, al punto da convincere uno dei suoi professori ad allestire una mostra nella sede centrale della sua università. - Sei pronta, jiě jie? - Darren apparve sulla porta mentre lei era incantata ad osservare. Si voltò per sorridergli, dolcemente, sollevandosi a cercare una carezza ed un bacio tenero sulla guancia del fratellino, il suo più dolce cucciolo – Sono pronta.

Devo dire che il suo è un talento naturale, Miss Cohen. - Il suo accento aveva la ricchezza del miele, i suoi modi l'eleganza del sangue buono. Era di Corona, ed era lì su invito della famiglia, ovviamente. Il padre le aveva comprato un nuovo vestito, rosso, con un dragone ricamato che saliva lungo la gamba, avvolgendosi attorno alla vita fino a svanire sotto le volute di capelli castani, lasciati sciolti su richiesta della madre. Il trucco non aveva bisogno di essere pesante, il vestito appariva da solo come un faro nella notte, ma fu costretta a privarsi del bracciale che le avevano regalato su Phoenix. Sublimava il nervosismo attraverso le camminate. Sfilava avanti e indietro tra le sue foto, proiettate contro teli bianchi disposti in un labirinto intricato che costringeva le persone ad affrontare il seme pulsante della violenza umana. Era un ottimo allestimento e non se ne sarebbe mai lamentata, in altre circostanze, ma privata di quel suo ninnolo si sentiva addosso un'ansia crescente. La voce di Davon, per quanto mansueta, le sembrò più un'aggressione che una coccola, tanto da farla quasi scivolare per un insidioso gradino. Fu lui ad afferrarla saldamente per il polso. Si voltò, le foto incombevano, le luci erano state sudiate in modo da accentuare i contrasti, calcare la mano sui colori e l'assenza degli stessi. Si piantò a fissare l'occhio della ragazza di cui non sapeva nulla. - Si sente bene? - Il perfetto rampollo di buona famiglia era già entrato nel copione. Bene non era un termine che avrebbe utilizzato in quel contesto, ma lo cercò con lo sguardo. Piacente quanto bastava, perfettamente ricco, non ebbe esitazioni nel lasciar scivolare la mano, catturando le sue dita. - Usciamo di qui. 

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Capital City - Horyzon, dicembre 2505

Erano almeno due ore che aspettava seduta in quel ristorante. Era da Davon essere in ritardo, ma non fino a quel punto. Il cortex pad vibrò quando stava per ordinare l'ennesimo bicchiere di vino. La frequenza le era sconosciuta eppure non sentiva preoccupazione, piuttosto bruciava un certo senso di fastidio a causa dell'imbarazzo di dover attendere un uomo. Era vestita in maniera squisitamente elegante, un abito blu notte, ravvivato di riflessi viola e argentei, che era stato lui a regalarle, assieme all'anello che spiccava al dito. - Sì? - rispose con nota di biasimo nella voce, pronta ad incolpare chiunque fosse della pessima figura che stava facendo, ma la linea cadde. Ci mise poco a riprendere il numero chiamante e ad avviare di nuovo la conversazione. Appena ci fu risposta non le venne dato nemmeno il tempo di replicare - Lui non verrà. Adesso alzati, prendi il cappotto, paga e scendi, ti verrà a prendere una macchina nera, Nadya. - schiuse le labbra nel tentativo di dire qualcosa ma la comunicazione si interruppe. Provò di nuovo a richiamare, ma il dispositivo dall'altro capo non sembrava più attivo. Le ci volle una buona manciata di minuti per rendersi conto di stare ascoltando il suono atono di una linea che non c'era. Quel nome significava tutto. Pagò, passando il polso con fare svogliato. Le movenze erano automatiche, infilò il cappotto, prese l'ascensore per abbandonare l'attico dove si trovava il ristorante e scendere a livello della strada. Non poteva fare a meno di giocare con il bracciale al polso, la medaglietta tintinnava contro il filo argentato di altri ninnoli che aveva addosso, per camuffare in qualche maniera l'ossessiva presenza di quel gioiello. La macchina era lì, i vetri scuri, la linea affilata come una lama di coltello. Si guardò attorno, cercando facce tra la folla, persone conosciute ma sembrava che fosse circondata da manichini. Allungò le dita, lo sportello si aprì, l'abitacolo era illuminato da una luce rossa, proprio come una camera oscura. Una mano, tatuata, si allungò, porgendole il palmo. Riconosceva quei tatuaggi, le erano familiari come, in fondo, lo era anche la voce al cortex. Non aveva visto quella mano nè aveva sentito quella voce da diversi anni, ormai - Jal. - La sorpresa riuscì a scacciare via ogni dubbio. Si accorse di non essere minimamente preoccupata della sorte di Devon, piuttosto lo era della propria. - Nadya, possibile che dobbiamo venire fino nel 'Core per salvarti da certi damerini? - l'ironia di quella frase non veniva affatto dalla voce del primo, c'erano altri in quella macchina, almeno altri due. I suoi fratelli: Mihai alla guida, Lash seduto al suo fianco, voltato ad abbracciare lo schienale del sedile passeggero. Tirò un sospiro di sollievo, sciogliendo i capelli, affossandosi nel proprio posto, scalciando le scarpe col tacco alto. - Dov'è? - La macchina correva, gli edifici scorrevano come le fronde di alberi in fiamme. Era nauseata, ma allo stesso tempo rassicurata. - A quanto pare il tuo perfetto fidanzato era un vero pezzo di merda. Sapevamo che non era fatto per te, domani, leggendo il giornale, lo capiranno anche i tuoi proprietari. - Odiava quando usavano quel termine per definire la sua famiglia adottiva, ma non aveva la forza di controbattere. - Suppongo di dovervi ringraziare. - le era apparso un piccolo, involontario, sorriso sulle labbra. - Perchè mai? Noi non abbiamo fatto proprio nulla, siamo venuti a saperlo per caso, in fondo conosciamo bene la feccia di certi posti, e il suo nome risuona come un sasso in un pozzo profondo. Siamo venuti solo per avvisarti, da bravi fratelli. - le venne da ridere e non si trattenne dal farlo, contagiando anche loro. Nel viaggio si rese conto che non voleva davvero sposarsi con Davon, così come non la voleva dall'uomo che i suoi avevano pagato per dimenticarsi di lei. Aveva tutto quello che le serviva, e se qualcosa le mancava, semplicemente si allungava e lo prendeva. - Accompagnatemi a casa, ho pagato con il chip, sapranno quando ho lasciato il ristorante. - ci fu un lungo ed enigmatico silenzio, talmente denso che nemmeno lei riusciva a capire cosa stava succedendo. - Dove andiamo? - chiese, in un secondo momento, aggrottando la fronte. - Vedi sorellina, tu, sconvolta dal ritardo di diverse ore del tuo adorato fidanzato sei andata nel suo ufficio perchè non rispondeva alle tue chiamate... - mentre parlava, Jal le maneggiava il pad, in modo da far partire la chiamata al contatto di Davon. Si passavano la palla, a vicenda, scivolando dal più giovane al medio -  e troverai un vero casino lì, ma non lui. E' come se qualcuno in fretta e furia avesse raccolto ogni cosa importante, lasciando un programma a ripulire il sistema. Programma che si può fermare solo conoscendo una password specifica... - avevano studiato ogni cosa e invece di inorridirsi, si sentiva dannatamente fiera. - Che conosci anche tu, perchè gliel'hai letta nel taccuino, quello da cui non si separava mai. Purtroppo alcuni dati, come ad esempio le riprese delle telecamere interne saranno ormai persi, ma quello che ci troverai pensiamo che basterà a mandare a monte ogni cosa, specie la sua credibilità e di conseguenza, con tuo sommo rammarico, anche il tuo matrimonio. - Non c'era pietà nella voce di nessuno dei tre. Raccontavano come se stessero leggendo una pagina di giornale. - E come la mettiamo con la macchina? Mi hanno vista salire su questa macchina. - Mihai si voltò, con calma, inquadrandola mentre si addentrava nel parcheggio sotterraneo della struttura che accoglieva gli uffici del suo ex-fidanzato. - Non l'hai riconosciuta? E' l'auto dell'azienda che hai chiamato e che guidava il nuovo autista, fortunatamente nei paraggi e arrivato qualche minuto dopo, sotto il ristorante - Lash agitò la mano, evidentemente era lui l'autista designato, al polso aveva il c-pad e capì che la frequenza che aveva chiamato era quella. In quel momento si chiese da quanto tempo stessero escogitando tutta quella storia, e soprattutto, quanto ne avevano guadagnato. Non si sarebbero mossi tutti e tre, per lei. - La mia parte? - domandò, spicciola, strappando una risata al più giovane dei tre. - Tremila. E' una cosa buona che gli investitori del tuo fidanzatino siano persone a cui non piacciono i conti elettronici, sai? E poi mi sembra un buon prezzo per alcune delle tue foto artistiche.

Lo studio era un vero caos. La cassaforte era aperta e dentro non c'era nulla, l'holodeck era acceso, il programma macinava informazioni su informazioni e lei posò la borsetta sulla scrivania, inserendo la password. I dati che comparvero a schermo la fecero arretrare, si parlava di contatti con la malavita di Maracay, addirittura dell'assassino di una certa Lupita Suarez una prostituta, per conto di Davon. La foto del vicolo le fece ruotare lentamente il viso, fino a mettere a fuoco quella stessa ragazza, in quella stessa strada. Tutto si collegava, per quanto lei quel uomo lo avesse conosciuto solo qualche mese dopo, tutto era stato programmato, in maniera quasi maniacale dal sangue del suo sangue. Recitò la sua parte, non che fosse difficile in fondo, aveva il dubbio che quel uomo perfetto fosse davvero invischiato in quella storia, aveva il tarlo, nella testa, piantato con amore da quella marmaglia di canaglie con cui condivideva il corredo genetico. Di certo non ci sarebbe stato nessun matrimonio, nè quel giorno, nè in altri a venire. Di uomini da incolpare ce n'erano tanti, così facili da raggirare quando gli agganci c'erano, e se non ci pensavano i fratelli a liberarla, c'erano i Cohen che con i soldi si compravano un buon nome, un buon compagno, prima che cadesse in rovina o semplicemente sparisse. 


23/12/14

Afghana  - Berishan, giugno 2503

Si stava asciugando i capelli quando finì per incastrare lo sguardo verde sul profilo distante della donna. Aveva i capelli raccolti da un fermaglio di legno, una specie di spillone che aveva comprato la mattina ad uno dei mercatini della periferia di Afghana. Con la spugna umida rimase a fissarla fino a che i suoi occhi, cauti, lo trovarono nuovamente e non potè fare a meno di sospirare.
Cos'hai? - Gli chiese lei. Il tono era morbido, assecondava quell'espressione crucciata che lui nemmeno si era reso conto di aver assunto, e nell'istante in cui lei si alzò dalla sedia nella penombra, si rese conto che era perfettamente truccata e vestita.
Vai da qualche parte? - Rispose ad una domanda con una domanda, senza suscitare in lei alcun fastidio apparente, o alcuna reazione, se è per questo. 
Ho un colloquio, te l'ho detto ieri. - Si portò la sigaretta alle labbra. Non aveva bisogno nemmeno di guardare dove allungava le dita, aveva tutto perfettamente sotto controllo. Sapeva dove si trovava ogni cosa, aveva preso le misure e valutato gli spazi di quella stanza d'albergo già da qualche ora. 
Hai ragione, me ne ero dimenticato. - Non poteva fare a meno di sentirsi colpevole. Il tono di lei non aveva nulla di particolare, ma era in grado di fargli crescere un nodo in gola. Non ricordava assolutamente che lei gli avesse dato una simile informazione, tuttavia non riusciva a controbattere diversamente. Si morse il labbro inferiore. - E' il caso che mi vesta allora, così ti accompagno. 
Lei sorrise, in una maniera così affilata che si sentì stranamente a disagio. Chinò il viso, facendo scivolare lo sguardo attraverso una delle ferite che lasciava filtrare la luce, tra le imposte ornate da arabeschi intricati. Lui non riuscì a fare a meno di sentirsi infinitamente scomodo: un brivido scivolò lungo la schiena, assieme ad una goccia d'acqua, sfuggita alle ciocche di capelli brune, ancora madide d'acqua. - C'è... - esitò per un attimo, interrotto dal rumore della pietra focaia che innescava il proprio zippo, tra le dita sottili di lei - c'è qualcosa che non va?
Certo che no. - Rassicurante, gli scivolò accanto. Le dita corsero lungo la linea della spalla, il deltoide disegnato dal duro allenamento, dalla fatica e dall'addestramento militare. Era sempre stato un uomo prestante, e lei doveva alzarsi sulle punte dei piedi, per riuscire a cingergli il collo. Le dita si iniettarono tra le ciocche umide dietro la nuca, stringendo alla radice, brevemente, quasi possessive. I suoi occhi erano fissi, impenetrabili, privi di riflessi per quanto bui e cupi. Lo baciò a lungo sulle labbra, trasferendo il sapore di tabacco sintetico e vaniglia della sua sigaretta, assieme ad un segno vivido di rossetto, leggermente sbavato. Senza aggiungere altro, indossò il soprabito, gli orecchini di perla che lui le aveva regalato e si avviò alla porta, lasciandolo immobile e stordito.
... Piccola? - lei si soffermò sulla soglia, le dita che scorrevano lungo lo stipite, fino a bloccarsi. - Sai cosa mi disturba di te? 
Non si voltò, ma rimase, immobile nel suo abito di seta, i bottoni del colletto alla coreana stretti. Era rosso, con ricami blu. Rosso, come il rossetto che si ripuliva lui dalle labbra con il dorso della mano, strisciandolo sulla pelle ruvida di barba incolta. Aspettava. Non aveva bisogno di parlare per ottenere la risposta ad una domanda retorica. Attese, semplicemente. - Il fatto che non ti importa di niente e di nessuno, sei solo annoiata da tutto. 
Lei sorrise. Non la vedeva ma sapeva, sentiva sotto pelle quel sorriso, pesargli addosso come i postumi di una pessima sbronza. - Sbagliato. A me importa, di me stessa. E l'unica cosa che mi è venuta a noia, fino ad ora... - ruotò il collo. Le bastò semplicemente inquadrare l'ombra di quel uomo che l'aveva protetta per anni - Sei tu. 
La stessa delicatezza di una granata. Sfarfallò le dita con l'eleganza ormai resa abitudine dai continui insegnamenti. Un saluto, prima di chiudere la porta della stanza per la quale aveva pagato, una volta tanto, usando il chip, così che il padre potesse rintracciare la transazione e quello che aveva fatto. Nemmeno un addio, ma in fondo non le importava. Due giorni dopo si era già dimenticata di quel uomo, del suo nome, dei suoi occhi verdi.