Long City - Xinhion, gennaio 2517
Seduta sugli
spalti osserva le gare accanto al fratello. Darren è un bel ragazzo, i capelli
castani ereditati da Adam così come l’altezza, gli occhi scuri identici a
quelli di Jiao al pari del sorriso mite. Lei indossa un tailleur grigio,
elegante e sobrio, spezzato da una camicetta rosa pastello, molto tenue e
appena palpabile. Non fa eccessivamente freddo nella palestra, il soprabito lo
ha ripiegato accanto a sè, in modo da evitare che qualcuno possa importunarla:
cerca distanza da tutto e da tutti, quando sta con lui. Giocherella con il
braccialetto, muovendosi piano sul seggiolino di plastica che la ospita mentre
lo sguardo di Darren è incollato sulle ragazze del suo team a lavoro. – Hai fatto
un buon lavoro, vedo molto talento in queste bambine. – considera, dall’alto
della sua esperienza. Lui non può fare a meno di ridere – Se ti sentissero dar
loro delle bambine ti attaccherebbero come dei lupi affamati, e comunque sia si
impegnano molto, ma non hanno il tuo talento. – Lei non può fare a meno di
sorridere, ruotando il collo per inquadrare il profilo altrui. Non c’è un segno
di nervorsismo o tensione, nonostante le ragazze stiano concorrendo per passare
alla fase regionale da quella provinciale e il punteggio sembra non favorirle
per ora. – Quelle della Jordan sono agguerritissime. – Commenta lei, senza
smettere di osservarlo, fino a che non è costretto a cederle e voltarsi. Si
stava sforzando di non cercarne lo sguardo, ma quando vuole, Lana sa essere
maledettamente incisiva senza dover sprecare fiato – Perchè mi hai invitata
qui? – chiede la mora, cercando gli occhi scuri quanto i suoi ma completamente
dissimili; il sangue orientale glieli ha allungati in maniera evidente, così
come gli ha donato quel bel colorito di pelle perfetta che si ritrova senza il
minimo sforzo. Darren scosta il ciuffo da davanti lo sguardo, cercando di
ricomporsi per risponderle – E tu perchè hai accettato? – Lei non è affatto
soddisfatta dello scambio. Piega leggermente le labbra, le fa tremare di un
sospiro infastidito, prima di allungare una mano e cercare la guancia altrui in
una carezza invitante – Perchè me l’ha chiesto il mio fratellino. – Semplice,
pulita, gli sorride, cercando di rasserenarlo anche se è ben evidente che
voglia una risposta, ancora e non mollerà la presa. – Volevo vederti, speravo
di convincerti... – la sospensione non la vede incalzare, ma resta in silenzio,
accompagnando il proseguio con lo sguardo che si dilata appena – a tornare a
vivere con noi. Che ci fai a Capital City, su un pianeta che non è il tuo? – La
domanda la lascia interdetta. Che volesse andare a parare proprio lì non l’ha
stupita affatto, ma quella chiusura proprio non se l’aspettava. – Darren,
cucciolo, se vogliamo essere proprio precisi, nemmeno Xinhion è il mio pianeta –
solleva la mano, impedendogli di interrompere, le basta solo l’indice puntato,
per richiamarlo al proprio posto che si stava già alzando, scaldando – mi piace
Capital City, e poi viaggio molto, sai che amo viaggiare, e conoscere persone
nuove, e visitare posti. Perchè non riuscite proprio a farvi piacere quello che
faccio? – sospira, chiudendo l’affermazione con una domanda retorica. Non le interessa
davvero quello che pensano, ma, di tanto in tanto, è costretta a scendere a
compromessi, come quando era ragazzina, pur di mantenere tutto in bilico. Di
tanto in tanto si sente un po’ giocoliere e un po’ equilibrista, ma quel genere
di sforzi li ha nel sangue, non potrebbe mai cadere, anche perchè lei è un
funambolo che viaggia senza rete di sicurezza, sempre. – Nostra madre vorrebbe
vederti sistemata, con una famiglia tua. Nostro padre ti vorrebbe a casa, con
lui – lei sorride e lo interrompe, di punto in bianco – A fargli da bastone
della vecchiaia? C’è Jiao per questo. E tu a prendere il suo posto nell’azienda;
io non ho un posto, sono stata scalzata quando sei venuto al mondo tu e no, non
te ne faccio una colpa anzi, ti ringrazierò sempre per questo. Ma non avendo un
posto mio, lo sto ancora cercando. Non posso cercare stando ferma. – Le sembra
quasi di ripetere la stessa cosa da una vita. – Potresti allenare al posto mio,
so che ti piacerebbe ricominciare a vincere. – Pizzica un sorriso, Darren, di
quelli dolci che provano ad imitare i suoi, senza alcun successo, non con lei
almeno. – Mi piace vincere, questo è vero, ma devo farlo io, non qualcun’altro
per me. Possiamo lasciar perdere l’argomento? Ti prego, dovrò già affrontarlo a
cena con nostra madre, non penso di riuscire a sopportare l’ennesima
discussione. - Fortunatamente un errore in pedana distrae Darren al punto da costringerlo a scendere in pista, lasciandola lì ad osservare da lontano.
In macchina è lui
a guidare, percorrono il viale alberato che tanto le piaceva in passato, con i
ciliegi completamente spogli adesso, a causa della stagione. Svoltando a destra
si prosegue fino alla pagoda di Jiangsu, che svetta con il suo profilo
multistrato, richiamando l’attenzione in maniera quasi compulsiva. Ma loro
passano oltre: altri quindici minuti e saranno a casa. - Mi dispiace di averti infastidita. – E’ lui a spezzare il ghiaccio per primo,
perchè in fondo gli è stato insegnato che porgere le scuse quando si ha torto è
il modo giusto di comportarsi. Lei questa sua usanza di essere perennemente accomodante non è mai andata a genio, ma ingoia con un sorriso forzato e sventola le dita, cancellando il tutto senza pesantezza. - No bother little brother.
La casa è silenziosa e immobile. Quando parcheggiano c'è giusto la domestica ad aprire la porta, omaggiare i signorini di casa con salamelecchi melensi, complimentandosi per il gusto e l'abbigliamento così com'è comandato di fare. Lei concede il cappotto, si lascia abbracciare dalla donna che l'aveva vista crescere quando la madre ancora non era in scena, in quella casa. Rassicura di stare bene, di non avere alcun problema a nutrirsi come si conviene, nonostante possa apparire eccessivamente magra ad occhi apprensivi e buoni, fondamentalmente. Si fa largo in compagnia del fratello, ma nè in salotto nè nello studio si trova anima viva. Il clima non è così permissivo da concedere di uscire in giardino per fare una passeggiata, per questo vengono informati che i padroni non sono lì. Darren mostra un minimo di sorpresa, lei invece sale le scale, scorrendo i polpastrelli lungo il corrimano, fino a raggiungere la propria stanza intonsa. Non c'è nulla fuori posto, le sue medaglie i suoi trofei, sono esposti con orgoglio sugli scaffali. Ogni pezzo di carta guadagnato studiando ha la sua bella cornice e il suo posto sul muro, dove il riflesso della fioca luce esterna si fa più livido. Sfila le scarpe col tacco, raccogliendosi sul letto mentre il fratellino è impegnato in chissà quale preparazione al piano di sotto. Si sbottona la camicetta, osservando l'esterno, sfila la giacca e si accende una sigaretta, schiudendo la finestra per far circolare l'aria e l'odore di fumo. Osserva il giardino sul retro con un cipiglio d'interesse. La tenuta è ampia abbastanza, ma non così tanto da non vederne i confini, le siepi ben tenute a chiudere il loro territorio e confinarli in una gabbia dorata. Scioglie i capelli, agitandoli alle radici con le dita invischiate tra le ciocche arricciate. Butta la sigaretta dalla finestra, ammezzata, per chinarsi in ginocchio sul pavimento e cercare la trave sconnessa, sotto al letto. Batte con le nocche, riuscendo a riconoscere la posizione dal rintocco mancato. Sorride, pizzicando le labbra in maniera affilata, prima di affondare le unghie in una sottilissima crepa, per fare presa, raccogliere il listone del parquet e scansarlo, svelando uno scomparto segreto. Affonda la mano, ma all'interno risulta vuoto. Sospira, appoggiando la guancia sul pavimento pulito, evidentemente la domestica passa lì a cadenza regolare, e come ogni ambiente della casa è tenuto pulito, su richiesta della matrigna. Lascia la mano lì, giocherellando con il nulla, stendendo le gambe. Distesa sul pavimento chiude gli occhi, ruotando sulla schiena in modo da fissare il soffitto in silenzio. Suoni all'esterno le ridestano i sensi. Quanto tempo abbia speso stando lì, sdraiata accanto al suo letto. Si stira, allungando il collo, lasciando scricchiolare le vertebre. Sospira piano, cercando in sè la forza di alzarsi. Ma quella crepa nel pavimento, quel listone spostato, sembrano trattenerla ancora un po', altri cinque minuti, come una coperta calda in una mattina fredda. Deve usarsi violenza, per riuscire finalmente a staccarsi da lì, ritornando seduta sul letto giusto in tempo, dato che qualche attimo più tardi la porta si apre lasciando intravedere il fisico sottile e il viso barbuto di suo padre. - Lana! - la voce è una morbida consolazione, viva di un affetto che risulta ancora smisurato a distanza di anni. Lei si alza, senza le scarpe cammina comunque in punta di piedi, allungando le braccia per agganciarsi alle spalle appesantite del suo anziano benefattore. L'abbraccio che gli propina non ha nulla di caloroso, non da parte sua quantomeno, ma ci impiega una buona dose di energia, nello strizzarlo vigorosamente, così da dare l'illusione definitiva di un affetto concreto solo in superficie. - Padre, è bello rivederti. - Gli concede, con un sorriso mansueto sulle labbra. - Se non stessi sempre in giro sarebbe più facile - ribatte lui, piccato e offeso. E' sempre stato un uomo con grandi necessità, il suo ego eccessivamente smisurato era un qualcosa contro cui schiantarsi ogni qual volta volesse scavalcarlo, ma ha imparato, con il tempo, a camminargli attorno e scansarlo quando più le era comodo. Sorride, alla sua affermazione, scivolando una carezza lungo la guancia barbuta, prima di baciarlo, ruffiana - Lo so, ti chiedo scusa. - si inumidisce le labbra, cercando gli occhi scuri del padre con i propri. Non può fare a meno di pensare che è stato proprio lui ad insegnarle a mentire guardando direttamente in viso la persona. - Allora, che società stai pensando di smantellare, oggi? - vira la discussione su qualcosa che sa fargli piacere. Adam ha sempre avuto una passione smisurata per il suo lavoro e lei si è sempre dimostrata affascinata dal modo in cui acquisiva società al limite del fallimento, ad un prezzo stracciato prima di rivenderla a pezzi, scomposta e rifarci il capitale investito, con gli interessi. Cohen aveva sempre dimostrato un'abilità indiscutibile con i soldi, e più grande era la somma, più preciso e meticoloso diventava. Lui ride, di gusto e divertimento, cominciando a spiegarle per filo e per segno l'operazione su cui lui e i suoi soci stanno lavorando al momento. Lei nel mentre indossa le scarpe e si ricompone, scendendo per andare a caccia della madre.
Spizzica un acino d'uva, grosso e succoso, assieme ad una fetta di formaggio stagionato. Il bicchiere di vino rosso butta dei riflessi sul marmo chiaro, mentre dondola il piede, muovendo semplicemente la caviglia. Le gambe accavallate in maniera elegante, la gonna leggermente sollevata, così da non rischiare di strapparla. Jiao la osserva, dall'altro capo dell'isola situata al centro della cucina. L'osserva come si fa con un quadro astratto di cui non si capisce appieno il significato, nonostante le indicazioni dell'artista a lato, sulla bella etichetta esposta. - Ti vedo molto bene. E' un peccato che ti faccia viva sempre più di rado. - La voce accomodante della madre le riempie lo sguardo di un'attenzione quasi maniacale - Cercherò di sopperire facendomi viva più spesso, Darren sembra soffrirne particolarmente, e non vuole confidarmi se si è fidanzato o meno. - Chiosa lei, sono chiacchiere leggere con cui riempie l'intimità di una cucina nella penombra. - Tuo fratello frequenta da un anno una ragazza, anche se non c'è un fidanzamento ufficiale per ora: ci aspettiamo l'annuncio a breve; immagino non volesse rovinare a noi e a te la sorpresa. - La notizia le punge dietro la nuca, spingendola ad esalare un sospiro, che sa di un sollievo leggero. La donna sorseggia dal proprio bicchiere, rimanendo con l'attenzione viva sulla figliastra. - Credo abbia atteso fino all'ultimo nella speranza che fossi tu la prima a compiere questo genere di passo, ma la rassegnazione lo ha colto e il bisogno di compagnia ha prevalso - Lana aggrotta la fronte, sollevando lo sguardo con la guancia piena di un acino d'uva, che schiaccia a liberare il succo, fresco e aspro. Deglutisce con calma, sospirando - Mi spiace che abbia tardato così tanto a causa mia, ma di certo non puoi incolparmi di una cosa simile. Sono stata fidanzata cinque volte, prossima a sposarmi tre volte e lasciata poco prima tutte le volte. Credi sinceramente che io sia la causa dei miei mali? - domanda, affilando l'attenzione nei pozzi neri che sono gli occhi di Jiao - Certo che no, sei stata sfortunata, fin troppo, in amore. Ma questo non significa che devi rinunciare: devi solo abbassare il tiro, cercare di accontentarti, per essere felice. Credo di aver provato ad insegnarti questo precetto da quando ho memoria. - Arriccia un sorriso divertito, qualcosa di felino, simile a quello dei gatti - Sì, un precetto che si è infranto ogni volta che mio padre ha ceduto ai miei capricci, per darmi sempre tutto quello che desideravo. - Anche la matrigna ride, bassa, divertita - Vero, tuo padre ti ha rovinata. - Ruba una tartina dal vassoio degli avanzi, spezzandola per condividere il cibo con la donna che la fronteggia, dall'altro lato del rettangolo di marmo. - Non fartene una colpa, ha sempre considerato la mia felicità più importante della mia educazione. Tu hai fatto del tuo meglio, e mi sembra che non sia poi cresciuta così male. - ci prova, ad intavolare una consolazione dovuta, vista la piega presa dal discorso. E Jiao se l'aspettava, lo intuisce da come piega le labbra, è un gesto impercettibile ma reale, che ha imparato a leggerle addosso cercando la sua approvazione quando era bambina. Gonfia il petto, inorgoglita da sè stessa, mentre la donna scivola oltre l'ostacolo che le separa per cercare di abbracciarla. Non si sottrae, non ha mai temuto il contatto fisico, per lei è essenziale, le permette di infilarsi sotto la pelle altrui, macchiarsi di odori e sapori diversi, diventare una cosa sola con l'idea che gli altri si fanno di lei. Sa che quel abbraccio richiede una parola, una sola, per consolare il cuore di madre - Mi dispiace - il sospiro altrui sancisce l'esattezza della scelta. Ha sempre fatto attenzione a come usava quella parola, le scuse. Non ne ha mai abusato, in tutta la sua vita, perchè ha sempre saputo che le sarebbero tornate utili un giorno, quando davvero ne avrebbe avuto bisogno. Centellinandole anche con i suoi cari e le persone più prossime, sapeva che sarebbero suonate ben più sincere, anche nella più totale menzogna. Costruire le emozioni degli altri sulle sue azioni: era quello lo scopo di ogni visita. Sanare le pene dei cuori doloranti per la sua assenza, mitigare il senso di frustrazione e di rabbia per la mancata concretezza nella sua vita, tornando in equilibrio - per quanto precario - e riguadagnando i propri privilegi in quella casa. Niente di più semplice. E' un copione già studiato, e gli attori inconsapevoli lo seguono alla lettera.
