06/01/15

Capital City - Horyzon, Gennaio 2517

Quando il portiere del palazzo le ha consegnato la busta, nella mattinata grigia e nevosa di Capital City, lei stentava a capire. Erano anni che non riceveva una lettera e ormai si era adagiata perfettamente sulle letture elettroniche, dimenticando l'odore dell'inchiostro, la ruvidità del cartoncino, il sapore della colla sotto la lingua. L'aveva appoggiata sul tavolo della cucina, dimenticandosene completamente, presa com'era in una conversazione al telefono con la madre. Si trattava solo di chiacchiere prive di spessore, raccomandazioni morbide e un invito a cena. Parlavano in mandarino, mentre lei, scalza, navigava senza meta in una casa fredda e spenta. Stava sulle punte, nemmeno il pavimento fosse fatto di cristallo congelato. Solo sul termine di una discussione che non ricordava nemmeno com'era cominciata si ritrovò a rigirare la busta tra le dita.

Era troppo pesante.

La voltò, non c'era mittente ma c'era un indirizzo, che però non le diceva assolutamente nulla. Appoggiò l'auricolare del c-pad sul tavolo d'acciaio lucido, lasciando la conversazione ormai vuotata di qualsiasi direzione che potesse tornarle utile. Raccolse le gambe incrociandole proprio lì, sul tavolo della cucina, in una casa vuota dalle finestre grandi sulla nevicata che continuava, leggera ma persistente, ad imbiancare ogni cosa. Si chiuse, addosso aveva solo un paio di calzoncini e una canottiera. Fuori nevicava ma dentro la temperatura era perfetta, nonostante il pavimento improvvisamente freddo. O era la sua coscienza? Un freddo simile lo aveva provato solo quando qualcosa non andava. Stava per infilare il dito nella piccola fessura della busta ma desistette. La fissò ancora, sul fronte c'era solo l'indirizzo e il suo interno, non il suo nome. Aggrottò la fronte, tornando a girare di nuovo la busta. Niente. Quel indirizzo nei sobborghi non le diceva davvero nulla.

Troppo pesante.

Afferrò un coltello dal ceppo, lasciandolo scivolare contro la piega della carta, insinuandolo con studiata lentezza fino a che non fosse completamente aperta. Usando solo la sinistra riuscì a schiudere la ferita che aveva appena aperto nella carta ma non fu di nessun aiuto. Si aspettava di individuare una grafia, stampigliata su fogli ripiegati, invece all'interno c'era solo bianco immacolato. Non sarebbe stato difficile, a quel punto, pensare male – ad uno scherzo probabilmente. Qualcosa le premeva sulle meningi, le tempie pulsavano piano, in un crescendo di disagio. Piantò il coltello nel ceppo, con decisione e senza pietà. La busta venne rovesciata di nuovo sul palmo della mano destra, lasciando che la gravità la svuotasse di quei fogli bianchi. Erano ripiegati a fisarmonica, a gruppi di due, per un totale di dodici fogli.

Per quello doveva essere pesante.

Le sembrava quasi di scartare uno di quei regali che il padre le riempiva di carta velina per acuire il suo nervosismo nell'aprire quei dannati pacchetti. Aveva sempre odiato le sorprese, fin da che ricordasse, ma la gente insisteva nel fargliene. La gente che non riusciva davvero a capirla. Nello svolgere ogni singola piega sperava di trovare una frase, un indizio. Non era mai stata paziente con questo genere di cose. Con il resto sì, ma con questo proprio no. Senza accorgersene si era anche accesa una sigaretta, che reggeva, mollemente incastrata nell'angolo delle labbra crucciate. Era crucciata dalla mattina, non aveva mai tenuto un broncio così a lungo in vita sua. Ancora fogli e ancora niente. Not. A. Single. Clue. Doveva essere la carta a rendere la busta così pesante. No?
No. Non era quello il motivo che la rendeva così pesante. All'interno, appiccicata con un pezzetto di nastro adesivo, di quello isolante da meccanico, c'era una chiave elettronica. Proprio la chiave di una serratura.

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Dall'altro lato della strada se ne stava immobile ad osservare i led che componevano il codice del palazzo. Il taxi l'aveva lasciata fuori dal quartiere e lei, avvolta nel suo cappotto lungo ed il calzato sul capo, si è fatta quei tre isolati a piedi, nella neve. Il silenzio aveva un che di irreale, non avrebbe mai pensato che una zona come quella conoscesse una simile quiete. Aveva finito la sigaretta, gettando il mozzicone in un mucchio di neve sporca, una poltiglia di nevischio sollevata e ammassata dal passaggio delle auto. Nella tasca rigirava con cautela la chiave. Sotto la luce di un lampione ne leggeva il numero, ancora e ancora. Solo dopo quasi un'ora di attesa, senza che anima viva uscisse od entrasse in quel edificio infinito, si decise ad entrare. Si soffermò a leggere i nomi – dove c'erano ovviamente – sui vari campanelli. Nulla di quello che riusciva ad intuire le risultava familiare, ma non aveva bisogno di premere nulla, per farsi aprire. Passando la chiave magnetica la porta si schiuse con un suono vibrato, lasciandola entrare in un androne tutto cemento e luci a neon bianche. Di certo lì non c'era nessun portiere. Sulla parete di destra una planimetria mostrava la distribuzione dei piani. Con le dita le bastava inserire il codice e veder lampeggiare la posizione. Secondo piano interrato. L'ascensore era riempito dei suoni metallici degli ingranaggi e il ronzio fastidioso di un neon prossimo alla rottura. La porta era placcata di metallo, colorata di marrone in maniera approssimativa dato che si vedevano ancora i graffi e le placche di vernice vecchia, non c'era nessuna maniglia all'esterno e il lettore era incassato nella parete di cemento, all'altezza della serratura. Infilando la chiave un click annunciava l'apertura. Non c'era un suono in quel palazzo e la cosa cominciava seriamente a darle un senso di inadeguatezza. Lei, come al solito era perfetta, non aveva un capello fuori posto, il trucco aveva un che di malinconico, le labbra scure, gli occhi evidenziati dal kajal, le ciglia allungate e folte. Il cappotto nero, gli stivali alti e un vestito di maglia dalle sfumature blu elettriche. La stanza era immersa nel buio, solo la luce del corridoio filtrava delineando i contorni del mobilio. Allungando una mano azionò l'interruttore. Nulla accadde. Insistette un paio di volte, ma il movimento cadeva nel vuoto. Prese il pad che aveva al polso, accendendo il display in modo da gettare uno scarso alone verdastro. Si prese tutto il tempo per cercare di sentire se all'interno vi fosse qualcosa o qualcuno. Sembrava immobile proprio come accadeva nel resto del palazzo e alla fine si fece coraggio. Chiuse la porta appoggiandosi con le spalle, tirando un respiro denso di polvere e odore di chiuso. Chiunque le avesse mandato quel pacchetto doveva aver lasciato il posto da un po', a giudicare dall'aria viziata. Sulla destra c'era una porta, praticamente subito dopo quella d'ingresso. Sfiorò la maniglia gelida prima di proseguire oltre e cercare di vedere cosa ci fosse in fondo a quello stretto corridoio di qualche metro. Era buio pesto, non c'erano finestre lì sotto. Ringraziò intimamente Dio di non soffrire il buio e il chiuso come suo fratello. La stanza che si aprì dopo era un buco, l'appartamento sarà stato al massimo una ventina di metri quadrati, un salotto con la cucina, a giudicare da quello che riusciva ad intuire e il letto nella parete opposta, incastrato. La porta che aveva lasciata alle spalle doveva essere il bagno. Allungando il polso cercò di mettere a fuoco i dettagli, ma con quel buio non aveva davvero speranza di capire e lì sotto non c'erano finestre, per cui anche aspettando il giorno, nulla sarebbe cambiato. Arretrò, con cautela, fino a che non percepì qualcosa premerle contro la nuca e scivolare contro il collo, in modo da premere direttamente sulla pelle chiara. Era metallo fin troppo familiare. Conosceva il tocco della canna di un revolver. Le spedì un brivido allarmato lungo la colonna vertebrale, fino alla punta dei piedi. Sentì il click del cane armato. Riusciva quasi a sentire la rotazione del tamburo che offriva il fondo del proiettile alla pressione. Deglutì d'urgenza, con la saliva che si era cristallizzata in gola, rendendo il palato di carta vetrata. Chiuse gli occhi, sollevando le mani lentamente. Il display del c-pad si spense, andando in risparmio e lei piombò nel buio. Non sentiva più silenzio, ma il suono galoppante del proprio cuore e il leggero allarme acustico del BS-lifecare che aveva al polso, che avvisava dell'impennata dei livelli. Una mano le afferrò il polso, le sfilò il bracciale con una facilità che le rimase impressa e anche quel suono si spense. La stessa mano le si piantò tra le scapole, spingendola in avanti di un passo e scivolando lungo la spalla fino ad arpionarla, costringendola a voltarsi. Era buio pesto, ma al posto del metallo rigato sentì i polpastrelli ruvidi di un uomo strisciare contro la pelle del viso, allungandosi fino a catturare il collo. Quattro dita piene e uno strattone, l'impatto di rimbalzo contro un petto ampio e vivo di un respiro fin troppo affaticato. Le si legò un nodo in gola, confusione e un senso di nausea le resero le ginocchia molli. Si catturò il polso, stringendo la medaglietta del bracciale, sgranandolo come un rosario mentre le labbra si muovevano senza trovare il fiato di dire nulla. Non capire era una cosa che non aveva mai sopportato, mai. Non capire le gettava addosso un peso che non poteva sostenere, fragile senza il controllo delle situazioni. Si ritrovò a posare le labbra sulla fronte di qualcuno, tra i capelli lunghi a solleticarle il naso con un odore che la pungeva da dentro, fino al fondo della gola. C'era un'idea strana che le faceva formicolare la nuca. Una sensazione familiare che la trovò chiusa nell'abbraccio ansioso e pretenzioso di braccia familiari. Rimase immobile, nel buio, anche quando le braccia la lasciarono. Sentì sfregare la punta di un fiammifero e finalmente capì osservando il dorso di quella mano che reggeva la fiammella, i disegni tatuati. 

Trenta minuti dopo stava osservando la fiamma in una lattina divorare un pezzo di combustibile sintetico che riempiva l'aria di un odore insopportabile. Era accoccolata contro il divano, in un angolo, ad ascoltare il fratello minore mentre le spiegava la situazione. Le dita gli tremavano in maniera via via più crescente, a mano a mano che la dipendenza gli bussava contro il cranio, ricordandogli che non poteva tirare avanti ancora a lungo. La blast se l'era lentamente rosicchiato, e nei suoi occhi pulsava una vena di paranoia animale. Lo vedeva chiuso in un angolo, grondare di sudori freddi e ansia. Tutto quello che usciva dalla sua bocca assumeva i contorni indefiniti di un sogno allucinato, eppure sapeva che si era salvato per puro miracolo. Alle sue spalle vedeva brillare la stessa maledizione che si era portata gli altri nove che avevano avuto la sfortuna di avere gli stessi genitori. Solo allora ci pensò su ancora, e si rese conto che erano in tredici, in tutto. Tredici tra fratelli e sorelle. Un numero spiacevole, dicevano. Le venne da ridere, lei era il Messia che aveva perso quasi tutti i suoi discepoli prima ancora di conoscerli. No, di certo non era Pietro nè Paolo, nè Tommaso, nè tanto meno uno dei Giuda. Per un attimo si sentì come Gesù cristo, e quello che aveva davanti era la sua croce - Ho bisogno di soldi, Nadya. - Eccolo il punto saliente di tutta quella messa in scena. - Di quanto parliamo? - Chiese, senza farsi trascinare troppo dalla fantasia, allungandosi ad accendere la sigaretta contro la fiamma danzante che puzzava di naftalina. - Il debito che ho con Duankou è sostanzioso. - Se c'era una cosa che l'urtava era il modo di non rispondere ad una domanda diretta tergiversando per cercare scusanti che non ci sono: una perdita di tempo senza senso. - Ho capito, andrò sullo skyplex, ma ad una condizione. - Era stanca di dare senza ricevere, specie da loro. Stanca di sforzarsi di tenere assieme i pezzi di qualcosa che si era spaccato mille volte. Lash era ancora a Fargate, ammesso che fosse ancora vivo, Mihai non si faceva vivo da tempo. Jal non chiese, pendeva semplicemente dalle sue labbra in attesa che si spiegasse - Andrai in clinica e ti pulirai le vene da quella merda. Non ti darò un soldo, Jal, fino a che non ti verdò di nuovo lucido. Dio m'è testimone fratello. La prossima volta che mi tiri uno scherzo come quello di oggi, ti farò conoscere l'inferno molto da vicino. - Non c'era nessuna pietà nella sua voce. C'era qualcosa di latente, di violento nel modo in cui si sporse per piantare lo sguardo in quello distante e spaventato del fratello minore. Avevano due anni e otto mesi di distacco, l'uno dall'altra, ma sembravano essere dilatati su decina di anni, in suo favore. Lei i suoi non li mostrava, mentre Jal aveva sulle spalle un peso che lo schiacciava e lo rendeva più vecchio. Sapeva di averlo messo con le spalle al muro. Lo teneva nel palmo della mano, ma le sarebbe bastato stringere le dita per annientarlo e la cosa, come al solito, non le dispiaceva affatto. Si alzò, gli baciò la fronte, lasciando sull'incarto di un panino un indirizzo e nulla più. Si tenne la chiave, lasciando che la porta si chiudesse a molla alle proprie spalle. Ripercorse il corridoio silenzioso, riprese l'ascensore cigolante, calpestò le proprie orme nella neve che non passava, sparendo nella notte con l'ennesima missione da completare.