18/03/15

Capital City - Horyzon, marzo 2715


Riflessa nello specchietto portatile ripassava il rossetto sulle labbra, mentre la macchina si faceva strada nel traffico per accompagnarla all'ufficio. I muscoli erano ancora provati dalla piacevole tensione della nottata trascorsa con State. Gli occhi scuri erano vivi di una luce compiaciuta che li accendeva dal profondo. Era soddisfatta, immensamente: strappare un prezzo di favore come aveva fatto valeva ogni singolo tentativo. Sapeva di aver fatto un ottimo affare, così com'era consapevole di aver trovato un punto debole nella struttura solida del Porter, una crepa, in cui insinuarsi senza alcuna pietà. Si sarebbe fatta accompagnare da lui, sentiva di potersi fidare di un simile compagno di viaggio, almeno per quel frangente. In fin dei conti doveva solo raccogliere qualche informazione senza condividere nulla con nessuno che non fosse Zoey, e avrebbe anche ottenuto la possibilità di dedicarsi ad altro nelle lunghe notti di viaggio, tra una sosta e l'altra. Il c-pad le trillò, osservando la chiamata in entrata non riuscì a stupirsi. Infilato l’auricolare si abbandonò contro il sedile, affacciandosi alla giornata piovosa.
Buongiorno dolcezza, come stai? – La propria voce aveva un suono grave, pesante, ancora impastato da una piacevolissima stanchezza. Quella di Darren invece riempì l’abitacolo dopo una manciata di secondi in assoluto silenzio. - Buongiorno sorellina, tutto bene. Senti, ti va una cena, stasera?
C’erano due cose che puzzavano in quella frase, la prima era che non le aveva chiesto di rimando come stesse, non aveva nemmeno accennato ad un pensiero nei suoi confronti. Sapeva di fretta, sapeva di urgenza e, soprattutto, sapeva di trappola. Si sentiva improvvisamente scomoda su quella seduta. Gli occhi finirono per puntare l’esterno, troppo spesso, perdendosi nel profilo della città che scorreva attorno a loro. – Lana, ci sei? – Impastò la voce, la lingua scivolava tra le labbra cercando la giusta umidità per lasciar andare un sospiro. – Sei in città, quindi. – Non era una domanda ma un’affermazione chiara. – Sì, scusa se non ti ho avvisata prima. So che odi le sorprese e se non vorrai venire a cena, ti capirò, solo vorrei che ci fossi. - Sospirò. Odiava la situazione in cui il fratello l'aveva costretta. Poteva tranquillamente dire di no, cercare qualcosa di meglio da fare, qualche altro modo di passare la serata e non doveva nemmeno sforzarsi per trovare uno o due intrattenimenti decisamente migliori di una cena con il proprio fratellastro, eppure... - Va bene, cercherò di spostare un paio di appuntamenti, ma dovrai scegliere un locale all'altezza per farti perdonare.

Lo sguardo delle colleghe una volta in ufficio aveva qualcosa di fastidioso. Sorridevano sornione, come se avessero in pugno la chiave di chissà quale mistero, ma tutto divenne chiaro quando mise piede nella stanza. Sulla scrivania c'era un pacchetto, un biglietto scritto in maniera composta, la grafia infinitamente ordinata. Un libro, cartaceo e su memoria esterna qualcos'altro. Lesse il bigliettino con un sorriso ammaliato. Un pensiero per lei, inaspettato, una sorpresa che stranamente non la lasciava con il fastidio addosso, perchè in fondo non c'era pretesa in quel gesto, non c'era l'obbligo di un ricambiare. Sebastian era riuscito dove nessun'altro fino ad allora era stato capace di fare, farle piacere una sorpresa, per quanto questa significasse la definitiva scomparsa dell'uomo dalla sua vita. In parte provò un immenso sollievo, perchè in fin dei conti era diventato rapidamente da semplice Deputy a Sheriff e probabilmente avrebbe continuato a cercare e cercare e lei avrebbe continuato a rischiare e rischiare per il solo piacere di farlo. In parte le dispiacque anche, perchè in Sebastian aveva trovato quella connessione disinteressata ma senza la freddezza e la pretesa, era divertente, era passionale. Averlo tra le proprie lenzuola - o stare tra le sue - era semplice voglia, soddisfatta pienamente e con una complicità che non era facile ritrovare altrove, senza parlare della punta di rischio che entrambi adoravano. 

Messaggio ricevuto da Sebastian il giorno 10 Marzo 2015 alle 23:26
[On]
Viene lasciato  a Lana, presso il suo ufficio in BS, un pacchettino. Di forma rettangolare e peso tutto sommato leggero, contiene un libro cartaceo, avvolto in più strati di carta da pacco.

Ad accompagnarlo, è un biglietto scritto a mano da grafia pulita e regolare, priva di arzigogoli.

"Sono passato a salutarti ma non ti ho trovata, e purtroppo non ho molto tempo a disposizione. Non sono certo di riuscire a vederti prima di partire.
It was nice, and good, spending time with you. Take care and good luck.
G"


Un'edizione piuttosto rara di un libro solitamente trovato in supporto digitale, dal titolo
La schiuma dei giorni

Trama:
Colin è un ricco giovanotto il cui valletto, Nicolas, è un uomo pieno di risorse; possiede inoltre un'invenzione olfatto-musicale: il pianocktail.
Come in un valzer vorticoso, Colin incontra Chloé e la sposa in una pomposa cerimonia. In un atto di generosità, Colin dona un quarto del proprio patrimonio agli amici Chick e Alise cosicché anch'essi possano sposarsi. La felicità dovrebbe regnare tra entrambe le coppie, tuttavia Chloé si ammala durante la luna di miele: ha una ninfea in un polmone, condizione rara e dolorosa che può essere curata solo circondandola di fiori. Le spese per la cura sono proibitive e ben presto Colin finisce sul lastrico.
Nel frattempo, Chick diventa ossessionato dal filosofo Jean-Sol Partre e spreca soldi e energia nel collezionarne tutte le opere. Alise tenta di salvarlo dal disastro finanziario e di essere nuovamente al centro della sua attenzione; cerca quindi di persuadere Partre a non pubblicare altri libri e lo uccide a un suo rifiuto, vendicandosi anche con i librai.
Colin tenta disperatamente di trovare, invano, altri fiori per Chloé; il dolore per la sua morte è così forte che il suo topo domestico si suicida per evitare l'enorme tristezza.

Insieme al libro una unità di memoria con l'holofilm ad esso ispirato, dal titolo Moon Indigo.

Uscita presto dal proprio ufficio non esitò a tornare a casa. Il libro ricevuto in regalo lo lasciò lì, in una posizione privilegiata, sulla sua scrivania con tanto di piedistallo su cui reggerlo, per contemplarlo come il più prezioso dei cimeli, mentre nella tasca conservava l'unità di memoria con il film. Una volta nel proprio appartamento, ripulito come si conviene dagli strascichi della nottata precedente, si lasciò cadere sul divano mentre il sistema di proiezione inghiottiva la schedina con un suono sibilante. Cominciò a guardare il film, in silenzio, in attesa. Non aveva alcuna voglia di uscire, sarebbe stata molto più che volentieri a gustarsi quel film dopo tanto tempo che non ne guardava uno da sola. Il sorriso che aveva assunto spezzava le solite maschere imposte, era incrinato da una nota quasi passiva, che però lavò via con la prima doccia. Mentre i dialoghi venivano scambiati, riempiendo le stanze dell'appartamento freddo e solitario nemmeno lo stessero girando proprio lì dentro, lei cominciò a prepararsi per la serata. Non aveva alcuna idea di dove sarebbero andati, ma soprattutto non sapeva chi ci sarebbe stato. Optò per un abito elegante ma sobrio, qualcosa di composto, che costituisse una facciata più severa e matura di quelle che solitamente indossava per uscire da sola. Mentre calzava le scarpe una vibrazione sul tavolo di vetro davanti al divano la richiamò, aveva zittito il trillo del pad per evitare di venire disturbata mentre guardava il film, ma era ormai arrivato il momento che tanto aveva sperato non giungesse. Prese l'auricolare, infilandolo e attivandolo si trascinò in bagno.
Lana? - la voce di Darren dall'altro capo le fece storcere immediatamente le labbra. Cominciò a truccarsi - Tra quanto sarai qui, brò? - lo conosceva abbastanza da sapere che non si trovava ancora sotto casa sua, non avrebbe mai chiamato a quella maniera, era solito concederle almeno quindici minuti di preavviso, in modo da poter completare quantomeno i preparativi e farsi attendere quella manciata di attimi in più, così come si conviene. - Quindici minuti, ma... - appunto - non verrò io, mi spiace, sono stato trattenuto per cui vi raggiungerò direttamente al ristorante. 
Quel plurale le fece accapponare la pelle. Il sentore di trappola era ormai diventato realtà. Percepì aggrovigliarsi nelle viscere un'improvvisa voglia di far intervenire qualcuno, dall'esterno, per distruggere tutti i piani del fratello minore, ma quando si riscoprì ad ascoltare i dialoghi di quel film che continuava a farle da sottofondo ad una pessima serata, rilassò le spalle ed espirò a fondo. Si versò un bicchiere di vino, cercando di fare mente locale su come agire, su cosa fare e come riflesso del tutto incondizionato, continuò a truccarsi come se fosse nulla fosse, come se ad aspettarla ci fosse il mittente di quel film e non un preoccupante incontro al buio.

Quando il portiere del palazzo l'avvisò dell'arrivo della macchina lei scese, senza fretta, facendosi attendere quella manciata di minuti necessaria a non risultare eccessivamente puntuale e quindi troppo entusiasta o presa; allo stesso tempo, il ritardo calcolato sarebbe stato ammesso, per educazione. L'auto scura aspettava all'esterno, e con sua somma sorpresa nessuno fu così sconsiderato da uscire ad aprirle la portiera, ad eccezione del guidatore, tuttavia, una volta aperta la portiera non potè fare a meno di notare un uomo seduto sul sedile posteriore, che le allungò la mano per aiutarla ad accomodarsi. Lo aveva già incontrato, in passato, ma avevano scambiato solo pochi convenevoli privi di importanza e trovarselo così, una sorpresa senza capo nè cosa, le fece stringere le labbra in una presa severa, prima di vestire la migliore delle sue maschere. - Nicholas... - lo osservò per qualche istante, a lungo, inumidendosi le labbra per cercare di incastrare meglio le parole - Ti chiedo di perdonare il mio ritardo. 

Nicholas Goldberg aveva trentasei anni, un avvocato di buona presenza, figlio di una famiglia fortemente vincolata a quella dei Cohen. La sua presenza in quella macchina non aveva nulla di strano, a ben pensarci. Avrebbe dovuto aspettarsi una mossa simile dai suoi genitori, considerato anche che la sorella di Nicholas sarebbe presto diventata la moglie del proprio, di fratello. Lui sorrise, aveva un sorriso asimmetrico, affascinante, senza dubbio, ma c'era sempre qualcosa di sinistro, in quelle sue espressioni. Lo aveva notato, la prima volta, ad una festa di cui aveva già dimenticato il significato, e così a molte altre, senza però mai entrare in reale contatto. Si teneva in disparte ma non risultava fare da tappezzeria, era più un desiderio di distacco che riusciva ad emanare e che imponeva agli altri, senza farsi particolari problemi a riguardo. Non le rivolse che un cenno e uno sguardo, quella sera, eppure, nell'attimo stesso in cui le loro mani vennero a contatto, lui le aveva incastrato lo sguardo castano addosso e non la lasciava. - No harm done. Immagino sia costume di una signora arrivare perfettamente in ritardo. - L'aiutò ad accomodarsi contro il sedile in pelle sintetica, guadagnando la comodità di una macchina dai vetri scuri che tenevano lontano ogni sguardo indiscreto. Non era particolarmente curiosa di sapere dove stessero andando, ma si voltò comunque in suo favore, senza strappargli le dita dalle mani. - Mi spiace ti abbiano costretto a passare a prendermi, immagino non fosse proprio programmato. - Educatamente prese le distanze da quella che sembrava una decisione imposta. Lui rise, basso e in qualche modo abbastanza aggressivo - Credi davvero che qualcuno possa obbligarmi a fare qualsiasi cosa? - Era confusa, decisamente, e lui lo percepì, tirandole la mano la costrinse più vicina - Ho chiesto io a Darren di chiamarti e invitarti fuori. Siamo io e te... e basta. 

Una sorpresa, l'ennesima, che le serpeggiò sotto pelle incrementando quel già pesante senso di inadeguatezza. Aveva dei limiti, per quanto la pazienza fosse una dote che non le mancava, esisteva un massimo di azioni che poteva sopportare senza scivolare nel fastidio affilato e diventare una pessima compagnia. Assottigliò lo sguardo sul viso dell'avvocato di Lòng City, lo studiò a lungo, in attesa di una reazione che fosse qualcosa di più di una semplice espressione tronfia e fastidiosa. Lui se ne stette a lungo in silenzio, affossato nel suo posto mentre la macchina andava chissà dove. L'osservò di rimando, senza spiccicare ulteriori spiegazioni. Non aveva intenzione di parlare per prima, e lui, forte della sua posizione predominante, sapeva perfettamente di tenerla tra le dita, e non solo letteralmente. La cosa la punse talmente tanto a fondo che rimpianse amaramente di non aver seguito il proprio istinto, declinando quel invito e restando a casa a guardare il film che le aveva lasciato Sebastian come ultimo saluto. Si morse il labbro inferiore, mentre lui giocherellava con le sue dita come se non le appartenessero minimamente e potesse disporne liberamente - Immagino che la cosa ti stia divertendo immensamente. - Non riuscì a trattenersi oltre. Non erano arrivati ancora da nessuna parte, continuavano a girare senza un reale itinerario. Finalmente lui le lasciò le dita, semplicemente per armeggiare con un pacchetto di sigarette, offrendogliene una - Devo dire di sì. Darren mi aveva avvisato che odiavi le sorprese, ma vederti rodere dentro in silenzio ammetto che mi da una certa qual soddisfazione. - Le accese la sigaretta, mentre il finestrino veniva fatto calare leggermente così da permettere all'aria di circolare senza appestarli di fumo - Ti diverti con poco. - giocherellò nervosamente con il bracciale che aveva al polso, cercando di ottenere quel filo di calma, un briciolo che le serviva per tirare fino a fine serata - Veramente non direi. Non è così facile urtarti i nervi. Ti ho osservata. - Strinse leggermente le labbra, una linea rigida, che la mise a disagio, nuovamente. E lui rise, sbuffando fumo fuori dall'abitacolo. L'auto proseguiva nella notte piovosa, fuori da Capital City. - Tutto questo è... inquietante. - ammise, accavallando le gambe mentre depositava la cenere nel posacenere. Il fumo aleggiava attorno l'abitacolo prima di venire aspirato all'esterno. - La cosa ti dispiace? - lui la incalzò, adocchiandola divertito, con un sorriso mellifluo e arcigno al contempo, disegnato in volto - Decisamente. Che cosa vuoi, Nicholas? - doveva esserci qualcosa sotto, non se ne capacitava. - Un accordo. Molto semplice a dire il vero. Io ho bisogno di un alibi, e anche tu. Possiamo considerarlo una specie di contratto di salvaguardia. Ti propongo tutto il pacchetto: uscite organizzate, cene in famiglia, il servizio completo. Niente regali, niente sorprese. - Era spiazzata. Qualcosa le fece trattenere il respiro. - Affascinante. Perchè dovrei accettare? Non ho bisogno di un... contratto di salvaguardia, come lo hai chiamato tu. - Lui rise, di nuovo, spegnendo la sigaretta e rubadogliela dalle mani, anche la sua sciamò fuori dal finestrino in scintille vivaci e ardenti. Se la tirò vicina, abbastanza da affondare le dita tra i riccioli scuri, trascinandosela contro, in modo da poterle assaggiare il respiro direttamente dalla bocca. Il bacio durò decisamente a lungo. Le fece salire fame, quasi come se lui fosse nella sua testa, la conoscesse abbastanza da sapere esattamente come prenderla e come convincerla. La macchina si fermò e lui le ridiede fiato - Ne avrai bisogno. Ora andiamo, la nave ci attende.

Quella notte non tornò a casa, ma l'indomani fu nuovamente nel suo ufficio, a lavoro alla Blue Sun, come se nulla fosse, con addosso un completo nuovo, atterrata direttamente nel Porto Federale dopo una passeggiata tra le stelle.