18/03/15

Capital City - Horyzon, marzo 2715


Riflessa nello specchietto portatile ripassava il rossetto sulle labbra, mentre la macchina si faceva strada nel traffico per accompagnarla all'ufficio. I muscoli erano ancora provati dalla piacevole tensione della nottata trascorsa con State. Gli occhi scuri erano vivi di una luce compiaciuta che li accendeva dal profondo. Era soddisfatta, immensamente: strappare un prezzo di favore come aveva fatto valeva ogni singolo tentativo. Sapeva di aver fatto un ottimo affare, così com'era consapevole di aver trovato un punto debole nella struttura solida del Porter, una crepa, in cui insinuarsi senza alcuna pietà. Si sarebbe fatta accompagnare da lui, sentiva di potersi fidare di un simile compagno di viaggio, almeno per quel frangente. In fin dei conti doveva solo raccogliere qualche informazione senza condividere nulla con nessuno che non fosse Zoey, e avrebbe anche ottenuto la possibilità di dedicarsi ad altro nelle lunghe notti di viaggio, tra una sosta e l'altra. Il c-pad le trillò, osservando la chiamata in entrata non riuscì a stupirsi. Infilato l’auricolare si abbandonò contro il sedile, affacciandosi alla giornata piovosa.
Buongiorno dolcezza, come stai? – La propria voce aveva un suono grave, pesante, ancora impastato da una piacevolissima stanchezza. Quella di Darren invece riempì l’abitacolo dopo una manciata di secondi in assoluto silenzio. - Buongiorno sorellina, tutto bene. Senti, ti va una cena, stasera?
C’erano due cose che puzzavano in quella frase, la prima era che non le aveva chiesto di rimando come stesse, non aveva nemmeno accennato ad un pensiero nei suoi confronti. Sapeva di fretta, sapeva di urgenza e, soprattutto, sapeva di trappola. Si sentiva improvvisamente scomoda su quella seduta. Gli occhi finirono per puntare l’esterno, troppo spesso, perdendosi nel profilo della città che scorreva attorno a loro. – Lana, ci sei? – Impastò la voce, la lingua scivolava tra le labbra cercando la giusta umidità per lasciar andare un sospiro. – Sei in città, quindi. – Non era una domanda ma un’affermazione chiara. – Sì, scusa se non ti ho avvisata prima. So che odi le sorprese e se non vorrai venire a cena, ti capirò, solo vorrei che ci fossi. - Sospirò. Odiava la situazione in cui il fratello l'aveva costretta. Poteva tranquillamente dire di no, cercare qualcosa di meglio da fare, qualche altro modo di passare la serata e non doveva nemmeno sforzarsi per trovare uno o due intrattenimenti decisamente migliori di una cena con il proprio fratellastro, eppure... - Va bene, cercherò di spostare un paio di appuntamenti, ma dovrai scegliere un locale all'altezza per farti perdonare.

Lo sguardo delle colleghe una volta in ufficio aveva qualcosa di fastidioso. Sorridevano sornione, come se avessero in pugno la chiave di chissà quale mistero, ma tutto divenne chiaro quando mise piede nella stanza. Sulla scrivania c'era un pacchetto, un biglietto scritto in maniera composta, la grafia infinitamente ordinata. Un libro, cartaceo e su memoria esterna qualcos'altro. Lesse il bigliettino con un sorriso ammaliato. Un pensiero per lei, inaspettato, una sorpresa che stranamente non la lasciava con il fastidio addosso, perchè in fondo non c'era pretesa in quel gesto, non c'era l'obbligo di un ricambiare. Sebastian era riuscito dove nessun'altro fino ad allora era stato capace di fare, farle piacere una sorpresa, per quanto questa significasse la definitiva scomparsa dell'uomo dalla sua vita. In parte provò un immenso sollievo, perchè in fin dei conti era diventato rapidamente da semplice Deputy a Sheriff e probabilmente avrebbe continuato a cercare e cercare e lei avrebbe continuato a rischiare e rischiare per il solo piacere di farlo. In parte le dispiacque anche, perchè in Sebastian aveva trovato quella connessione disinteressata ma senza la freddezza e la pretesa, era divertente, era passionale. Averlo tra le proprie lenzuola - o stare tra le sue - era semplice voglia, soddisfatta pienamente e con una complicità che non era facile ritrovare altrove, senza parlare della punta di rischio che entrambi adoravano. 

Messaggio ricevuto da Sebastian il giorno 10 Marzo 2015 alle 23:26
[On]
Viene lasciato  a Lana, presso il suo ufficio in BS, un pacchettino. Di forma rettangolare e peso tutto sommato leggero, contiene un libro cartaceo, avvolto in più strati di carta da pacco.

Ad accompagnarlo, è un biglietto scritto a mano da grafia pulita e regolare, priva di arzigogoli.

"Sono passato a salutarti ma non ti ho trovata, e purtroppo non ho molto tempo a disposizione. Non sono certo di riuscire a vederti prima di partire.
It was nice, and good, spending time with you. Take care and good luck.
G"


Un'edizione piuttosto rara di un libro solitamente trovato in supporto digitale, dal titolo
La schiuma dei giorni

Trama:
Colin è un ricco giovanotto il cui valletto, Nicolas, è un uomo pieno di risorse; possiede inoltre un'invenzione olfatto-musicale: il pianocktail.
Come in un valzer vorticoso, Colin incontra Chloé e la sposa in una pomposa cerimonia. In un atto di generosità, Colin dona un quarto del proprio patrimonio agli amici Chick e Alise cosicché anch'essi possano sposarsi. La felicità dovrebbe regnare tra entrambe le coppie, tuttavia Chloé si ammala durante la luna di miele: ha una ninfea in un polmone, condizione rara e dolorosa che può essere curata solo circondandola di fiori. Le spese per la cura sono proibitive e ben presto Colin finisce sul lastrico.
Nel frattempo, Chick diventa ossessionato dal filosofo Jean-Sol Partre e spreca soldi e energia nel collezionarne tutte le opere. Alise tenta di salvarlo dal disastro finanziario e di essere nuovamente al centro della sua attenzione; cerca quindi di persuadere Partre a non pubblicare altri libri e lo uccide a un suo rifiuto, vendicandosi anche con i librai.
Colin tenta disperatamente di trovare, invano, altri fiori per Chloé; il dolore per la sua morte è così forte che il suo topo domestico si suicida per evitare l'enorme tristezza.

Insieme al libro una unità di memoria con l'holofilm ad esso ispirato, dal titolo Moon Indigo.

Uscita presto dal proprio ufficio non esitò a tornare a casa. Il libro ricevuto in regalo lo lasciò lì, in una posizione privilegiata, sulla sua scrivania con tanto di piedistallo su cui reggerlo, per contemplarlo come il più prezioso dei cimeli, mentre nella tasca conservava l'unità di memoria con il film. Una volta nel proprio appartamento, ripulito come si conviene dagli strascichi della nottata precedente, si lasciò cadere sul divano mentre il sistema di proiezione inghiottiva la schedina con un suono sibilante. Cominciò a guardare il film, in silenzio, in attesa. Non aveva alcuna voglia di uscire, sarebbe stata molto più che volentieri a gustarsi quel film dopo tanto tempo che non ne guardava uno da sola. Il sorriso che aveva assunto spezzava le solite maschere imposte, era incrinato da una nota quasi passiva, che però lavò via con la prima doccia. Mentre i dialoghi venivano scambiati, riempiendo le stanze dell'appartamento freddo e solitario nemmeno lo stessero girando proprio lì dentro, lei cominciò a prepararsi per la serata. Non aveva alcuna idea di dove sarebbero andati, ma soprattutto non sapeva chi ci sarebbe stato. Optò per un abito elegante ma sobrio, qualcosa di composto, che costituisse una facciata più severa e matura di quelle che solitamente indossava per uscire da sola. Mentre calzava le scarpe una vibrazione sul tavolo di vetro davanti al divano la richiamò, aveva zittito il trillo del pad per evitare di venire disturbata mentre guardava il film, ma era ormai arrivato il momento che tanto aveva sperato non giungesse. Prese l'auricolare, infilandolo e attivandolo si trascinò in bagno.
Lana? - la voce di Darren dall'altro capo le fece storcere immediatamente le labbra. Cominciò a truccarsi - Tra quanto sarai qui, brò? - lo conosceva abbastanza da sapere che non si trovava ancora sotto casa sua, non avrebbe mai chiamato a quella maniera, era solito concederle almeno quindici minuti di preavviso, in modo da poter completare quantomeno i preparativi e farsi attendere quella manciata di attimi in più, così come si conviene. - Quindici minuti, ma... - appunto - non verrò io, mi spiace, sono stato trattenuto per cui vi raggiungerò direttamente al ristorante. 
Quel plurale le fece accapponare la pelle. Il sentore di trappola era ormai diventato realtà. Percepì aggrovigliarsi nelle viscere un'improvvisa voglia di far intervenire qualcuno, dall'esterno, per distruggere tutti i piani del fratello minore, ma quando si riscoprì ad ascoltare i dialoghi di quel film che continuava a farle da sottofondo ad una pessima serata, rilassò le spalle ed espirò a fondo. Si versò un bicchiere di vino, cercando di fare mente locale su come agire, su cosa fare e come riflesso del tutto incondizionato, continuò a truccarsi come se fosse nulla fosse, come se ad aspettarla ci fosse il mittente di quel film e non un preoccupante incontro al buio.

Quando il portiere del palazzo l'avvisò dell'arrivo della macchina lei scese, senza fretta, facendosi attendere quella manciata di minuti necessaria a non risultare eccessivamente puntuale e quindi troppo entusiasta o presa; allo stesso tempo, il ritardo calcolato sarebbe stato ammesso, per educazione. L'auto scura aspettava all'esterno, e con sua somma sorpresa nessuno fu così sconsiderato da uscire ad aprirle la portiera, ad eccezione del guidatore, tuttavia, una volta aperta la portiera non potè fare a meno di notare un uomo seduto sul sedile posteriore, che le allungò la mano per aiutarla ad accomodarsi. Lo aveva già incontrato, in passato, ma avevano scambiato solo pochi convenevoli privi di importanza e trovarselo così, una sorpresa senza capo nè cosa, le fece stringere le labbra in una presa severa, prima di vestire la migliore delle sue maschere. - Nicholas... - lo osservò per qualche istante, a lungo, inumidendosi le labbra per cercare di incastrare meglio le parole - Ti chiedo di perdonare il mio ritardo. 

Nicholas Goldberg aveva trentasei anni, un avvocato di buona presenza, figlio di una famiglia fortemente vincolata a quella dei Cohen. La sua presenza in quella macchina non aveva nulla di strano, a ben pensarci. Avrebbe dovuto aspettarsi una mossa simile dai suoi genitori, considerato anche che la sorella di Nicholas sarebbe presto diventata la moglie del proprio, di fratello. Lui sorrise, aveva un sorriso asimmetrico, affascinante, senza dubbio, ma c'era sempre qualcosa di sinistro, in quelle sue espressioni. Lo aveva notato, la prima volta, ad una festa di cui aveva già dimenticato il significato, e così a molte altre, senza però mai entrare in reale contatto. Si teneva in disparte ma non risultava fare da tappezzeria, era più un desiderio di distacco che riusciva ad emanare e che imponeva agli altri, senza farsi particolari problemi a riguardo. Non le rivolse che un cenno e uno sguardo, quella sera, eppure, nell'attimo stesso in cui le loro mani vennero a contatto, lui le aveva incastrato lo sguardo castano addosso e non la lasciava. - No harm done. Immagino sia costume di una signora arrivare perfettamente in ritardo. - L'aiutò ad accomodarsi contro il sedile in pelle sintetica, guadagnando la comodità di una macchina dai vetri scuri che tenevano lontano ogni sguardo indiscreto. Non era particolarmente curiosa di sapere dove stessero andando, ma si voltò comunque in suo favore, senza strappargli le dita dalle mani. - Mi spiace ti abbiano costretto a passare a prendermi, immagino non fosse proprio programmato. - Educatamente prese le distanze da quella che sembrava una decisione imposta. Lui rise, basso e in qualche modo abbastanza aggressivo - Credi davvero che qualcuno possa obbligarmi a fare qualsiasi cosa? - Era confusa, decisamente, e lui lo percepì, tirandole la mano la costrinse più vicina - Ho chiesto io a Darren di chiamarti e invitarti fuori. Siamo io e te... e basta. 

Una sorpresa, l'ennesima, che le serpeggiò sotto pelle incrementando quel già pesante senso di inadeguatezza. Aveva dei limiti, per quanto la pazienza fosse una dote che non le mancava, esisteva un massimo di azioni che poteva sopportare senza scivolare nel fastidio affilato e diventare una pessima compagnia. Assottigliò lo sguardo sul viso dell'avvocato di Lòng City, lo studiò a lungo, in attesa di una reazione che fosse qualcosa di più di una semplice espressione tronfia e fastidiosa. Lui se ne stette a lungo in silenzio, affossato nel suo posto mentre la macchina andava chissà dove. L'osservò di rimando, senza spiccicare ulteriori spiegazioni. Non aveva intenzione di parlare per prima, e lui, forte della sua posizione predominante, sapeva perfettamente di tenerla tra le dita, e non solo letteralmente. La cosa la punse talmente tanto a fondo che rimpianse amaramente di non aver seguito il proprio istinto, declinando quel invito e restando a casa a guardare il film che le aveva lasciato Sebastian come ultimo saluto. Si morse il labbro inferiore, mentre lui giocherellava con le sue dita come se non le appartenessero minimamente e potesse disporne liberamente - Immagino che la cosa ti stia divertendo immensamente. - Non riuscì a trattenersi oltre. Non erano arrivati ancora da nessuna parte, continuavano a girare senza un reale itinerario. Finalmente lui le lasciò le dita, semplicemente per armeggiare con un pacchetto di sigarette, offrendogliene una - Devo dire di sì. Darren mi aveva avvisato che odiavi le sorprese, ma vederti rodere dentro in silenzio ammetto che mi da una certa qual soddisfazione. - Le accese la sigaretta, mentre il finestrino veniva fatto calare leggermente così da permettere all'aria di circolare senza appestarli di fumo - Ti diverti con poco. - giocherellò nervosamente con il bracciale che aveva al polso, cercando di ottenere quel filo di calma, un briciolo che le serviva per tirare fino a fine serata - Veramente non direi. Non è così facile urtarti i nervi. Ti ho osservata. - Strinse leggermente le labbra, una linea rigida, che la mise a disagio, nuovamente. E lui rise, sbuffando fumo fuori dall'abitacolo. L'auto proseguiva nella notte piovosa, fuori da Capital City. - Tutto questo è... inquietante. - ammise, accavallando le gambe mentre depositava la cenere nel posacenere. Il fumo aleggiava attorno l'abitacolo prima di venire aspirato all'esterno. - La cosa ti dispiace? - lui la incalzò, adocchiandola divertito, con un sorriso mellifluo e arcigno al contempo, disegnato in volto - Decisamente. Che cosa vuoi, Nicholas? - doveva esserci qualcosa sotto, non se ne capacitava. - Un accordo. Molto semplice a dire il vero. Io ho bisogno di un alibi, e anche tu. Possiamo considerarlo una specie di contratto di salvaguardia. Ti propongo tutto il pacchetto: uscite organizzate, cene in famiglia, il servizio completo. Niente regali, niente sorprese. - Era spiazzata. Qualcosa le fece trattenere il respiro. - Affascinante. Perchè dovrei accettare? Non ho bisogno di un... contratto di salvaguardia, come lo hai chiamato tu. - Lui rise, di nuovo, spegnendo la sigaretta e rubadogliela dalle mani, anche la sua sciamò fuori dal finestrino in scintille vivaci e ardenti. Se la tirò vicina, abbastanza da affondare le dita tra i riccioli scuri, trascinandosela contro, in modo da poterle assaggiare il respiro direttamente dalla bocca. Il bacio durò decisamente a lungo. Le fece salire fame, quasi come se lui fosse nella sua testa, la conoscesse abbastanza da sapere esattamente come prenderla e come convincerla. La macchina si fermò e lui le ridiede fiato - Ne avrai bisogno. Ora andiamo, la nave ci attende.

Quella notte non tornò a casa, ma l'indomani fu nuovamente nel suo ufficio, a lavoro alla Blue Sun, come se nulla fosse, con addosso un completo nuovo, atterrata direttamente nel Porto Federale dopo una passeggiata tra le stelle. 

08/02/15

Takoma Springs - Roanoke, febbraio 2517 

La lingua scorre due rapide passate sulla cartina, sigillando il mix di tabacco e bloom, poco prima che le venga sottratto di mano. Sbuffa, allungandosi a reclamare quello che con tanta cura e parsimonia si era chiusa in un angolo a creare. La prima boccata non è nemmeno per lei, ma il secondo tiro le riempie le narici dell'aroma dell'erba, distendendo un sorriso intricato sulle labbra. Erano anni che non si prendeva un lusso simile, più precisamente da quando Adam le aveva fatto sottoscrivere un accordo al quale era costretta a sottostare per poter mantenere il suo tenore di vita e i viaggi nel 'Verse: le avevano imposto di indossare il lifecare della Blue Sun con controlli trimestrali all'ospedale di Lòng City. Doveva risultare pulita, ogni santissima volta, ed era un grosso peso, decisamente.

Seguire Nina sotto quella montagna si è rivelata una delle scelte migliori che avrebbe potuto mai fare, in un periodo così ingarbugliato della sua esistenza. L'incontro, di per sé, con il medico le aveva lasciato un sapore strano sulla lingua. Quegli artisti di strada, il capannello di persone, i tatuaggi e il fisico emaciato da ex galeotto avevano aperto una voragine nei pensieri e nel cuore. Non poteva fare a meno di vedere, in quelle linee di inchiostro nero sulla pelle chiara, i disegni distintivi e le storie non dette, molto simili a quelle dei suoi stessi fratelli: il sangue del suo sangue.

Adesso, a scommesse terminate e con le tasche un po' più gonfie, può godersi un attimo di relax. La gente attorno è del tipo più variegato, eppure, in quel marasma d'umanità, lei non si sente fuori luogo. Il suo sangue le permette di adattarsi di trovare l'equilibrio, il punto di stabilità, con cui protendersi e sfiorare la natura corrotta e viziata di certe sfumature della vita. Sorride, e lo fa con sincerità, nel momento in cui scioglie le briglie e lascia che sia solo il sangue a dettar legge: l'istinto, privato del raziocinio imposto da anni e anni di educazione rigorosa. Ci prova, a ringraziare Nina con una carezza, prima di venire trascinata nel bosco, lontano dai fuochi, dalle luci, dai colori. La perde di vista ma non se ne preoccupa, la testa è leggera e deve pagare pegno. Una parte della scommessa vinta va ovviamente al medico, una parte va a lei, l'altra al pilota che è stato in testa tutta la gara e che poi ha perso all'ultimo, permettendole di far alzare la quota del vincitore. Qualcuno l'accuserebbe di aver barato, ma non riesce davvero a trovarci nulla di male nel convincere qualcuno a guadagnarci più di quanto non avrebbe fatto vincendo.

Si sente chiamare, una voce da lontano. Lei prova a rispondere ma si ritrova la bocca impegnata. La cosa non la stupisce, avrebbe dovuto considerare la possibilità che non era bastata la parte di denaro guadagnata, e che l'ingordigia avrebbe bussato alla testa del complice. Succede sempre così quando hai a che fare con gentaglia di quel genere, uno in grado di vendersi la dignità per una manciata di quattrini e una dose di switch. Ancora, la voce di Nina le rimbalza nel cranio. Storce le labbra e sente l'urgenza. Si morde il labbro inferiore, allungando il collo a bisbigliare un “facciamo in fretta” che le taglia la voce con la voracità con cui le mani altrui le mappano i fianchi.

Non ha bisogno di altri richiami. Quindici minuti dopo torna verso il gruppo, tra i falò accessi e la musica strimpellata da qualche chitarra. Si aggiusta i jeans, abbottonandoli mentre cammina, si sistema i capelli, il maglione e poi avvolge le braccia sottili attorno la vita stretta del medico, facendo capolino oltre la sua spalla con il rotolo di soldi che viene sospinto nella tasca altrui in maniera fluida, distratta al contempo. Sorride, ma è un sorriso diverso da quello di prima. - Andiamo? - la domanda non mette fretta, è posta semplicemente per chiedere. Ci sono più soldi di quanti concordati, ma ogni cosa ha un suo prezzo al mondo. Le striscia un bacio contro la guancia e si ritrae, con la cautela di un serpente appesantito dalla sua ennesima vittima. Una bella serata, che le scava nel petto un senso di mancanza enorme, da soffocare tra alcol, erba e sesso, di quello buono, intenso che intorpidisce gli arti e lascia la testa pesante, affannata contro il cuscino. Un po' come accade ogni volta che incastra lo sguardo in quello chiaro di un reporter, o quando si lascia convincere da un'asina. Di certo non si accontenta di una sveltina, tristemente consumata contro un tronco nella boscaglia in cambio di un guadagno più alto sulle scommesse di quanto pattuito.


01/02/15

Long City - Xinhion, gennaio 2517


Seduta sugli spalti osserva le gare accanto al fratello. Darren è un bel ragazzo, i capelli castani ereditati da Adam così come l’altezza, gli occhi scuri identici a quelli di Jiao al pari del sorriso mite. Lei indossa un tailleur grigio, elegante e sobrio, spezzato da una camicetta rosa pastello, molto tenue e appena palpabile. Non fa eccessivamente freddo nella palestra, il soprabito lo ha ripiegato accanto a sè, in modo da evitare che qualcuno possa importunarla: cerca distanza da tutto e da tutti, quando sta con lui. Giocherella con il braccialetto, muovendosi piano sul seggiolino di plastica che la ospita mentre lo sguardo di Darren è incollato sulle ragazze del suo team a lavoro. – Hai fatto un buon lavoro, vedo molto talento in queste bambine. – considera, dall’alto della sua esperienza. Lui non può fare a meno di ridere – Se ti sentissero dar loro delle bambine ti attaccherebbero come dei lupi affamati, e comunque sia si impegnano molto, ma non hanno il tuo talento. – Lei non può fare a meno di sorridere, ruotando il collo per inquadrare il profilo altrui. Non c’è un segno di nervorsismo o tensione, nonostante le ragazze stiano concorrendo per passare alla fase regionale da quella provinciale e il punteggio sembra non favorirle per ora. – Quelle della Jordan sono agguerritissime. – Commenta lei, senza smettere di osservarlo, fino a che non è costretto a cederle e voltarsi. Si stava sforzando di non cercarne lo sguardo, ma quando vuole, Lana sa essere maledettamente incisiva senza dover sprecare fiato – Perchè mi hai invitata qui? – chiede la mora, cercando gli occhi scuri quanto i suoi ma completamente dissimili; il sangue orientale glieli ha allungati in maniera evidente, così come gli ha donato quel bel colorito di pelle perfetta che si ritrova senza il minimo sforzo. Darren scosta il ciuffo da davanti lo sguardo, cercando di ricomporsi per risponderle – E tu perchè hai accettato? – Lei non è affatto soddisfatta dello scambio. Piega leggermente le labbra, le fa tremare di un sospiro infastidito, prima di allungare una mano e cercare la guancia altrui in una carezza invitante – Perchè me l’ha chiesto il mio fratellino. – Semplice, pulita, gli sorride, cercando di rasserenarlo anche se è ben evidente che voglia una risposta, ancora e non mollerà la presa. – Volevo vederti, speravo di convincerti... – la sospensione non la vede incalzare, ma resta in silenzio, accompagnando il proseguio con lo sguardo che si dilata appena – a tornare a vivere con noi. Che ci fai a Capital City, su un pianeta che non è il tuo? – La domanda la lascia interdetta. Che volesse andare a parare proprio lì non l’ha stupita affatto, ma quella chiusura proprio non se l’aspettava. – Darren, cucciolo, se vogliamo essere proprio precisi, nemmeno Xinhion è il mio pianeta – solleva la mano, impedendogli di interrompere, le basta solo l’indice puntato, per richiamarlo al proprio posto che si stava già alzando, scaldando – mi piace Capital City, e poi viaggio molto, sai che amo viaggiare, e conoscere persone nuove, e visitare posti. Perchè non riuscite proprio a farvi piacere quello che faccio? – sospira, chiudendo l’affermazione con una domanda retorica. Non le interessa davvero quello che pensano, ma, di tanto in tanto, è costretta a scendere a compromessi, come quando era ragazzina, pur di mantenere tutto in bilico. Di tanto in tanto si sente un po’ giocoliere e un po’ equilibrista, ma quel genere di sforzi li ha nel sangue, non potrebbe mai cadere, anche perchè lei è un funambolo che viaggia senza rete di sicurezza, sempre. – Nostra madre vorrebbe vederti sistemata, con una famiglia tua. Nostro padre ti vorrebbe a casa, con lui – lei sorride e lo interrompe, di punto in bianco – A fargli da bastone della vecchiaia? C’è Jiao per questo. E tu a prendere il suo posto nell’azienda; io non ho un posto, sono stata scalzata quando sei venuto al mondo tu e no, non te ne faccio una colpa anzi, ti ringrazierò sempre per questo. Ma non avendo un posto mio, lo sto ancora cercando. Non posso cercare stando ferma. – Le sembra quasi di ripetere la stessa cosa da una vita. – Potresti allenare al posto mio, so che ti piacerebbe ricominciare a vincere. – Pizzica un sorriso, Darren, di quelli dolci che provano ad imitare i suoi, senza alcun successo, non con lei almeno. – Mi piace vincere, questo è vero, ma devo farlo io, non qualcun’altro per me. Possiamo lasciar perdere l’argomento? Ti prego, dovrò già affrontarlo a cena con nostra madre, non penso di riuscire a sopportare l’ennesima discussione. - Fortunatamente un errore in pedana distrae Darren al punto da costringerlo a scendere in pista, lasciandola lì ad osservare da lontano.

In macchina è lui a guidare, percorrono il viale alberato che tanto le piaceva in passato, con i ciliegi completamente spogli adesso, a causa della stagione. Svoltando a destra si prosegue fino alla pagoda di Jiangsu, che svetta con il suo profilo multistrato, richiamando l’attenzione in maniera quasi compulsiva. Ma loro passano oltre: altri quindici minuti e saranno a casa. - Mi dispiace di averti infastidita. – E’ lui a spezzare il ghiaccio per primo, perchè in fondo gli è stato insegnato che porgere le scuse quando si ha torto è il modo giusto di comportarsi. Lei questa sua usanza di essere perennemente accomodante non è mai andata a genio, ma ingoia con un sorriso forzato e sventola le dita, cancellando il tutto senza pesantezza. - No bother little brother. 


La casa è silenziosa e immobile. Quando parcheggiano c'è giusto la domestica ad aprire la porta, omaggiare i signorini di casa con salamelecchi melensi, complimentandosi per il gusto e l'abbigliamento così com'è comandato di fare. Lei concede il cappotto, si lascia abbracciare dalla donna che l'aveva vista crescere quando la madre ancora non era in scena, in quella casa. Rassicura di stare bene, di non avere alcun problema a nutrirsi come si conviene, nonostante possa apparire eccessivamente magra ad occhi apprensivi e buoni, fondamentalmente. Si fa largo in compagnia del fratello, ma nè in salotto nè nello studio si trova anima viva. Il clima non è così permissivo da concedere di uscire in giardino per fare una passeggiata, per questo vengono informati che i padroni non sono lì. Darren mostra un minimo di sorpresa, lei invece sale le scale, scorrendo i polpastrelli lungo il corrimano, fino a raggiungere la propria stanza intonsa. Non c'è nulla fuori posto, le sue medaglie i suoi trofei, sono esposti con orgoglio sugli scaffali. Ogni pezzo di carta guadagnato studiando ha la sua bella cornice e il suo posto sul muro, dove il riflesso della fioca luce esterna si fa più livido. Sfila le scarpe col tacco, raccogliendosi sul letto mentre il fratellino è impegnato in chissà quale preparazione al piano di sotto. Si sbottona la camicetta, osservando l'esterno, sfila la giacca e si accende una sigaretta, schiudendo la finestra per far circolare l'aria e l'odore di fumo. Osserva il giardino sul retro con un cipiglio d'interesse. La tenuta è ampia abbastanza, ma non così tanto da non vederne i confini, le siepi ben tenute a chiudere il loro territorio e confinarli in una gabbia dorata. Scioglie i capelli, agitandoli alle radici con le dita invischiate tra le ciocche arricciate. Butta la sigaretta dalla finestra, ammezzata, per chinarsi in ginocchio sul pavimento e cercare la trave sconnessa, sotto al letto. Batte con le nocche, riuscendo a riconoscere la posizione dal rintocco mancato. Sorride, pizzicando le labbra in maniera affilata, prima di affondare le unghie in una sottilissima crepa, per fare presa, raccogliere il listone del parquet e scansarlo, svelando uno scomparto segreto. Affonda la mano, ma all'interno risulta vuoto. Sospira, appoggiando la guancia sul pavimento pulito, evidentemente la domestica passa lì a cadenza regolare, e come ogni ambiente della casa è tenuto pulito, su richiesta della matrigna. Lascia la mano lì, giocherellando con il nulla, stendendo le gambe. Distesa sul pavimento chiude gli occhi, ruotando sulla schiena in modo da fissare il soffitto in silenzio. Suoni all'esterno le ridestano i sensi. Quanto tempo abbia speso stando lì, sdraiata accanto al suo letto. Si stira, allungando il collo, lasciando scricchiolare le vertebre. Sospira piano, cercando in sè la forza di alzarsi. Ma quella crepa nel pavimento, quel listone spostato, sembrano trattenerla ancora un po', altri cinque minuti, come una coperta calda in una mattina fredda. Deve usarsi violenza, per riuscire finalmente a staccarsi da lì, ritornando seduta sul letto giusto in tempo, dato che qualche attimo più tardi la porta si apre lasciando intravedere il fisico sottile e il viso barbuto di suo padre. - Lana! - la voce è una morbida consolazione, viva di un affetto che risulta ancora smisurato a distanza di anni. Lei si alza, senza le scarpe cammina comunque in punta di piedi, allungando le braccia per agganciarsi alle spalle appesantite del suo anziano benefattore. L'abbraccio che gli propina non ha nulla di caloroso, non da parte sua quantomeno, ma ci impiega una buona dose di energia, nello strizzarlo vigorosamente, così da dare l'illusione definitiva di un affetto concreto solo in superficie. - Padre, è bello rivederti. - Gli concede, con un sorriso mansueto sulle labbra. - Se non stessi sempre in giro sarebbe più facile - ribatte lui, piccato e offeso. E' sempre stato un uomo con grandi necessità, il suo ego eccessivamente smisurato era un qualcosa contro cui schiantarsi ogni qual volta volesse scavalcarlo, ma ha imparato, con il tempo, a camminargli attorno e scansarlo quando più le era comodo. Sorride, alla sua affermazione, scivolando una carezza lungo la guancia barbuta, prima di baciarlo, ruffiana - Lo so, ti chiedo scusa. - si inumidisce le labbra, cercando gli occhi scuri del padre con i propri. Non può fare a meno di pensare che è stato proprio lui ad insegnarle a mentire guardando direttamente in viso la persona. - Allora, che società stai pensando di smantellare, oggi? - vira la discussione su qualcosa che sa fargli piacere. Adam ha sempre avuto una passione smisurata per il suo lavoro e lei si è sempre dimostrata affascinata dal modo in cui acquisiva società al limite del fallimento, ad un prezzo stracciato prima di rivenderla a pezzi, scomposta e rifarci il capitale investito, con gli interessi. Cohen aveva sempre dimostrato un'abilità indiscutibile con i soldi, e più grande era la somma, più preciso e meticoloso diventava. Lui ride, di gusto e divertimento, cominciando a spiegarle per filo e per segno l'operazione su cui lui e i suoi soci stanno lavorando al momento. Lei nel mentre indossa le scarpe e si ricompone, scendendo per andare a caccia della madre.

Spizzica un acino d'uva, grosso e succoso, assieme ad una fetta di formaggio stagionato. Il bicchiere di vino rosso butta dei riflessi sul marmo chiaro, mentre dondola il piede, muovendo semplicemente la caviglia. Le gambe accavallate in maniera elegante, la gonna leggermente sollevata, così da non rischiare di strapparla. Jiao la osserva, dall'altro capo dell'isola situata al centro della cucina. L'osserva come si fa con un quadro astratto di cui non si capisce appieno il significato, nonostante le indicazioni dell'artista a lato, sulla bella etichetta esposta. - Ti vedo molto bene. E' un peccato che ti faccia viva sempre più di rado. - La voce accomodante della madre le riempie lo sguardo di un'attenzione quasi maniacale - Cercherò di sopperire facendomi viva più spesso, Darren sembra soffrirne particolarmente, e non vuole confidarmi se si è fidanzato o meno. - Chiosa lei, sono chiacchiere leggere con cui riempie l'intimità di una cucina nella penombra. - Tuo fratello frequenta da un anno una ragazza, anche se non c'è un fidanzamento ufficiale per ora: ci aspettiamo l'annuncio a breve; immagino non volesse rovinare a noi e a te la sorpresa. - La notizia le punge dietro la nuca, spingendola ad esalare un sospiro, che sa di un sollievo leggero. La donna sorseggia dal proprio bicchiere, rimanendo con l'attenzione viva sulla figliastra. - Credo abbia atteso fino all'ultimo nella speranza che fossi tu la prima a compiere questo genere di passo, ma la rassegnazione lo ha colto e il bisogno di compagnia ha prevalso - Lana aggrotta la fronte, sollevando lo sguardo con la guancia piena di un acino d'uva, che schiaccia a liberare il succo, fresco e aspro. Deglutisce con calma, sospirando - Mi spiace che abbia tardato così tanto a causa mia, ma di certo non puoi incolparmi di una cosa simile. Sono stata fidanzata cinque volte, prossima a sposarmi tre volte e lasciata poco prima tutte le volte. Credi sinceramente che io sia la causa dei miei mali? - domanda, affilando l'attenzione nei pozzi neri che sono gli occhi di Jiao - Certo che no, sei stata sfortunata, fin troppo, in amore. Ma questo non significa che devi rinunciare: devi solo abbassare il tiro, cercare di accontentarti, per essere felice. Credo di aver provato ad insegnarti questo precetto da quando ho memoria. - Arriccia un sorriso divertito, qualcosa di felino, simile a quello dei gatti - Sì, un precetto che si è infranto ogni volta che mio padre ha ceduto ai miei capricci, per darmi sempre tutto quello che desideravo. - Anche la matrigna ride, bassa, divertita - Vero, tuo padre ti ha rovinata. - Ruba una tartina dal vassoio degli avanzi, spezzandola per condividere il cibo con la donna che la fronteggia, dall'altro lato del rettangolo di marmo. - Non fartene una colpa, ha sempre considerato la mia felicità più importante della mia educazione. Tu hai fatto del tuo meglio, e mi sembra che non sia poi cresciuta così male. - ci prova, ad intavolare una consolazione dovuta, vista la piega presa dal discorso. E Jiao se l'aspettava, lo intuisce da come piega le labbra, è un gesto impercettibile ma reale, che ha imparato a leggerle addosso cercando la sua approvazione quando era bambina. Gonfia il petto, inorgoglita da sè stessa, mentre la donna scivola oltre l'ostacolo che le separa per cercare di abbracciarla. Non si sottrae, non ha mai temuto il contatto fisico, per lei è essenziale, le permette di infilarsi sotto la pelle altrui, macchiarsi di odori e sapori diversi, diventare una cosa sola con l'idea che gli altri si fanno di lei. Sa che quel abbraccio richiede una parola, una sola, per consolare il cuore di madre - Mi dispiace - il sospiro altrui sancisce l'esattezza della scelta. Ha sempre fatto attenzione a come usava quella parola, le scuse. Non ne ha mai abusato, in tutta la sua vita, perchè ha sempre saputo che le sarebbero tornate utili un giorno, quando davvero ne avrebbe avuto bisogno. Centellinandole anche con i suoi cari e le persone più prossime, sapeva che sarebbero suonate ben più sincere, anche nella più totale menzogna. Costruire le emozioni degli altri sulle sue azioni: era quello lo scopo di ogni visita. Sanare le pene dei cuori doloranti per la sua assenza, mitigare il senso di frustrazione e di rabbia per la mancata concretezza nella sua vita, tornando in equilibrio - per quanto precario - e riguadagnando i propri privilegi in quella casa. Niente di più semplice. E' un copione già studiato, e gli attori inconsapevoli lo seguono alla lettera.

25/01/15

Capital City - Horyzon, gennaio 2017

Appoggiata di spalle allo specchio che riveste l’interno dell’ascensore, copre con le dita uno sbadiglio. Addosso lo stesso abito blu navy che l’aveva vista uscire da quella casa, sfavillante e tutta in tiro. Le scarpe le regge tra le dita, assieme alla borsetta a busta da cui cava la propria chiave elettronica. E’ mattina presto, il trucco è sfatto, sbavato attorno agli occhi. Il portiere le ha gettato addosso un’occhiata divertita, alla quale lei ha risposto con un sorriso colpevole e stanco. Il suono acustico annuncia il piano, scivola fuori dall’ascensore e attraversa il corridoio, svoltando a destra per imboccare il proprio pianerottolo. Si appoggia di fianco la porta con un respiro affaticato, facendo strusciare la chiave che trasforma il led rosso in verde, permettendole di accedere al proprio appartamento. Butta le scarpe di lato, la borsetta e la chiave lasciata sul piano della cucina. Armeggia con la cerniera del vestito, liberandosi della costrizione di quel abito, splendido, ma che ha preferito levarsi prontamente la sera prima e che le è pesato indossare di nuovo il mattino, per lasciare l’appartamento del reporter. Si trascina scalza dal salotto verso il bagno, gettando l’abito nella cesta dei panni sporchi. Si affaccia allo specchio, buttando un po’ d’acqua sugli occhi cerchiati di trucco e non solo. Prende i dischetti di cotone, rimanendo fissa nel proprio sguardo per lunghi attimi, nel tentativo di mettere a fuoco qualcosa. Il sorriso, sulle labbra, ha una nota plastica, indurita da qualcosa di crudo, che spicca dietro la maschera mansueta che si incrina a causa del poco sonno e delle scarse energie. Si sfila di dosso il BS-lifecare e resta ad osservare la medaglietta che penzola dal bracciale al polso. Con un sospiro si scrolla di dosso l’indolenza della mattina, proseguendo a struccarsi. Il richiamo della camera da letto ha qualcosa di irresistibile, nonostante la voglia di dormire non sia poi così marcata. Scivola, scalza, le gambe nude scandiscono passi in punta di piede, sul pavimento gelato dell’appartamento. Fa scorrere l’anta mobile a specchio, che nasconde l’accesso alla sua camera da letto e si blocca. La luce filtra appena tra le fenditure nelle tapparelle. Deve sbattere le palpebre un paio di volte, per mettere a fuoco la sagoma di un uomo, addormentato tra le sue coperte. Si trascina fino al fondo del letto, come un animale diffidente, si siede, sul tappeto peloso, in cui affonda le dita, stringendo per scaricare quell’insofferenza che le sale rapida a stringere la gola. Sbircia, oltre il bordo del letto, piantando occhi scuri e feroci sul viso adombrato, scavando i lineamenti confusi fino a trovare la familiarità di quei connotati, così simili ai propri. Si arrampica, strisciando come un serpente sulle lenzuola fresche, infestate di una presenza maschile che di solito non conoscono, macchiate dal tanfo di sudore, piuttosto che dal profumo di pulito a cui è abituata. Striscia, fino ad affacciarsi su di lui. Striscia, fino a che non incappa nei suoi occhi, aperti a guardarla. Non gli lascia nemmeno il tempo di parlare, che già lo sta prendendo a schiaffi. Senza pietà, senza energie, sfoga la rabbia con le unghie e con i denti fino a che le sue esigue forze non hanno la peggio, e la ferocia altrui non la schiaccia, sconfitta, schiena al materasso.

Dove sei stata? – quella domanda le fa sorgere un ringhio in gola, tanto da rischiare di caricare uno sputo, che però le va di traverso quando Mihai le schiaccia il palmo contro le labbra, prevedendo le intenzioni della gemella. Ci prova, a ribellarsi, ma non ha le forze, non ha la rabbia necessaria a scalfire il muro di violenta indignazione che è il sangue del suo sangue. E’ costretta ad ammansire le spalle, affossarsi maggiormente nel cuscino, mugugnando contro il palmo della mano altrui. Mihai la lascia, ma non le permette di muoversi, nè di liberare le gambe, incastrate tra le sue, nè di muovere le braccia, i polsi incastrati sotto la morsa delle sue dita, sollevati e nascosti dal cuscino. – Dove sei stata? – Ripete, cercandone gli occhi. Lei non risponde, ottusa, testarda. Lui si avvicina, le annusa la pelle nuda, le respira addosso il sudore di una notte non ancora lavato via. – Puzzi di sesso. Hai trovato un pollo da spennare? – La sua domanda è cruda e violenta, le scava nel petto in maniera fastidiosa. – No – La sua indignazione si anima, in una risposta secca, quasi urlata in faccia al fratello. – Con chi sei stata, allora?
Quell’insistenza da parte del fratello le fa bruciare di rabbia gli occhi. Sente salire un senso di fastidio misto a qualcosa che non è davvero in grado di decifrare. Lui le incombe addosso, con la solita arroganza di sempre, i modi duri, inflessibili, privi di calore umano, di affetto, ma solo carichi di possessività e dominanza. – Che ti importa? Tu dove diavolo sei stato? – ribatte senza rispondere, e sente le dita stringersi maggiormente fino a scaricare fitte di dolore dai polsi lungo le braccia, facendo fremere i muscoli già provati per la notte intensa trascorsa senza poter chiudere occhio. – Mi stai facendo male, Mihai, levati dalle palle! – Lo minaccia, provando ancora una volta, con le poche energie residue, a ribellarsi alle imposizioni crudeli del proprio gemello. Scalcia, riuscendo in qualche modo a sbilanciarlo, ma lui è solido e le si sdraia addosso in tutto il suo peso: è ancora forte e asciutto come un tempo, nervoso e pesante, non ha smesso di fare a pugni da che era un ragazzino.
Stai ancora vedendo quel reporter? – La domanda le fa perdere un battito, sgranando gli occhi sul suo viso, i suoi occhi carichi di giudizio e biasimo – Tu c-come... mi stai seguendo? – il sorriso del fratello gli taglia il viso come un’orrida cicatrice. Non è un bel sorriso, è qualcosa di famelico, di dannato, come il ghigno di un diavolo. – Io veglio su di te, lo dovresti sapere. – ride, basso, la deride in quella maniera che lei non ha mai sopportato. Le fa salire la voglia di prenderlo a pugni e lui glielo concede, liberandole di colpo i polsi. Boccheggia quando finalmente viene liberata, non solo le braccia, ma anche il corpo, dato che lui rotola di schiena sul letto, fino a mettersi seduto, dandole le spalle. Si struscia i polpastrelli contro i segni rossi che le circondano i polsi, massaggiando nel tentativo di far sparire le tracce di quella prepotenza. – Stai sbagliando tutto con lui. – La sentenza arriva con una certa puntualità, spezzandole il fiato in petto – Prima o poi gli verrà lo scrupolo di scoprire chi sei e a quel punto sarai in svantaggio. Non è un coglione. Non come i tuoi soliti amanti. – Si tira a sedere tra le lenzuola che, pur essendo sue, non sente affatto come proprie. – Non sai niente, Mihai. – Lui le ride in faccia, mentre lei gli si fionda addosso, provando a colpirlo in maniera scomposta. Riesce, uno, due pugni alle costole fluttuanti, uno schiaffo, un morso alla spalla, ma lui non batte ciglio, così come si fa con un cucciolo che rosicchia le dita, almeno fino a che non si stanca. L’afferra per i capelli e la trascina in grembo, lasciandosi avvolgere dalle gambe sottili, ma stringendola senza dolcezza. – Io so sempre tutto, Nadya, ricordatelo. So che stai giocando con il fuoco, so che ti piace l’idea di scopartelo perchè sai che è pericoloso, per te soprattutto, ma anche per noi. – Le stringe i capelli all'altezza della nuca, costringendola a schiacciare la fronte contro la propria. Lui non ci casca a quegli occhi suadenti, non si scioglie ai tocchi sensuali, alla vista delle sue labbra, non si fa incantare dai suoi modi. Lui è presente, inflessibile, crudele. – Da quando ti importa di noi? Hai lasciato nostro fratello a farsi divorare dalla merda che si butta in vena. Gli hai permesso di finire incasinato con quelli dello Skyplex, e vieni a farmi la predica se passo la notte con un giornalista tra le cosce? Fammi il favore, Mihai. Non c’è nessun noi. Non da quando hai fatto finire nostro fratello a Fargate. – Sputa veleno e risentimento, soffiando come un gatto minacciato. La stretta delle ampie mani le serra i fianchi, strizzandola fino a farle rilasciare un lamento. Sa come pungerlo. Non è invincibile, e lo capisce nel momento in cui la sua fronte le si abbatte contro la spalla e la presa da collerica si scioglie in qualcosa di più bisognoso, che le accende il petto di un palpito al quale non sa resistere. E’ il richiamo del sangue, che le fa sciogliere i muscoli. Affonda le dita tra i capelli scuri del gemello, massaggiandogli la nuca, ritrovando il piacere di un contatto consumato dalla rabbia e dal senso di abbandono. Lui scivola di fianco, trascinandola con sè sotto le lenzuola, semplicemente per chiudere gli occhi. Il senso di colpa non gli è estraneo. Da quando Lash è stato sbattuto in un buco a Fargate Mihai si è chiuso in sè stesso, diventando più rabbioso e furioso che mai. – Dobbiamo fare qualcosa per Jal. Ho provato ad andare sullo Skyplex ma io non sono nessuno. Ho fatto in modo che arrivassero i soldi per pagare i suoi debiti ma non è abbastanza, non è mai abbastanza. Ho bisogno che ci pensi tu. – Lei gli carezza il viso, gli parla a voce bassissima, conciliandolo mentre lui se la stringe. Non è mai gentile, nemmeno in questi momenti, ma è reale, è un bisogno concreto che lei non può negargli. Lo asseconda, lo protegge per quanto le riesce, nonostante tutto. Lui annuisce, cercando di rubarle un bacio dalle labbra, innocente, quasi esitante.

Lo lascia dormire, mentre spende qualche minuto in più sotto l’acqua, a lavarsi di dosso l’odore ventiquattro ore troppo complicate da descrivere. Una volta asciugata si veste ed esce, lasciando il gemello a dormire beato e più sicuro di sè, tra le lenzuola scure. Lo sbircia, sorride e si allontana, in cerca di caffè, di un posto dove distrarsi, qualcosa, qualcuno, in grado di darle un attimo di respiro dai propri pensieri. 

07/01/15

Oak Town - Greenfield, gennaio 2517

Ti aspetto qui. - Aveva letto sul viso di Gray il bisogno di quiete e silenzio. Negli ultimi giorni aveva visto crescere le ombre, non solo attorno ai suoi occhi per la mancanza di sonno, ma nel fondo delle pupille e tra le pagliuzze chiarissime delle sue iridi. Aveva sempre pensato che le spalle di quel uomo non fossero ampie abbastanza per qualsiasi fosse il peso che stavano trasportando, ma dopo averlo visto, per l'ennesima volta, attingere alle pillole come unica fonte di sollievo, aveva la certezza – dettata dalla sua esperienza - che quel uomo alto e brillante si poteva sfaldare con una facilità impressionante. Il suo equilibrio fin troppo fragile andava avanti a pillole e lavoro. Mentre sfruttava il suo holodeck per scaricare le fotografie dalla Xenon, nella stanza affittata al Crazy Horse Saloon, non poteva fare a meno di pensare a lui e al perchè avesse deciso, senza esitazioni, di finire con lui a cercare di catturare in una miriade di pixel e in tre dimensioni, il volto di un giustiziere. Ormai si era convinta del profilo che aveva tracciato Holmes, per cui non era più un semplice assassino come tanti, ma l'ombra alata di un giustiziere. Scorreva tra le foto scattate – rubate – a Nina e Sid senza avere davvero il bisogno di osservarle. Sapeva esattamente quali attimi aveva catturato, perchè a loro volta essi avevano catturato lei, un frammento di anima grondante come il fiotto di sangue schizzato dalle narici del ragazzo dai boccoli castani e lo sguardo liquido. Stesa pancia in giù sul letto, con le gambe sollevate, giocherellava col computer altrui senza trovare soddisfazione, improvvisamente si era ricordata che sarebbe dovuta fare un giro per la città a cercare una benedetta memoria esterna, visto che non poteva davvero lasciare quelle foto lì a marcire, non aveva senso. Pulita la memoria della Xenon, con un sospiro contratto in petto chiuse il portatile, facendolo scivolare sotto al cuscino. Stesa, nella penombra fissava il soffitto senza sentire nulla a parte il brusio dei propri pensieri. Stava cercando di fare chiarezza, di capire perchè invece di essere sullo Skyplex a risolvere i problemi del fratello minore stava alle calcagna di un uomo maledettamente pericoloso. Con un sorso di alcol si era convinta che era per distoglierlo, nascondersi dietro ad un sorriso e una complicità che poteva comunque tornarle comoda. Con un tiro di sigaretta si era scoperta a considerare che in fondo, se pubblicava una foto propria correlata ad un articolo di Gray Holmes avrebbe ottenuto soldi decenti e una spinta, magari, per vivere semplicemente di quello. Con un sorriso e un sospiro, capovolse le carte: tutto quello che aveva pensato prima era una scusa bella e buona. C'era perchè voleva starci, lì, perchè sperava di trovare qualcosa di abbastanza violento e brutale da spegnere la fame, perchè le piaceva osservare Sebastian alla presa con gli indizi, fare il suo mestiere in maniera quasi autodistruttiva, le piaceva incappare nello sguardo ambiguo di Sid, averlo attorno con la leggerezza dell'assoluta noncuranza. C'era molto dietro quel sorriso morbido, quelle fossette simmetriche, troppo davvero, come in Nina, nel suo annaspare tra i marosi della droga e gli incubi di chissà quale dolceamaro passato che le striscia appresso come un'ombra. Le piaceva il pensiero di strisciare sottopelle alla gente, ampliare il bacino di vite umane a cui succhiare le emozioni, le paure, i mostri. Ognuno di loro aveva un nodo in fondo all'anima e lei moriva dalla voglia di affondarci le mani, scavare nella melma ed impossessarsene. In più doveva anche ammettere che non era affatto male assorbire il malessere che Sebastian sfogava tra le lenzuola, sublimando per qualche tempo – pillole permettendo – quello che la vita gli buttava addosso, in nodi rossi e pulsanti di passione. 'Odio e tristezza.' Non poteva fare a meno di ripetere quelle parole, le sensazioni che Gray aveva percepito sul luogo del delitto, attraverso qualsiasi cosa gli avessero impiantato alla Blue Sun. Non avrebbe trovato nessuna brutalità, nessuna furia vendicativa in quegli assassini, ma una morte pulita e silenziosa. Non era per quello che si era fatta tentare – colpa di Sid, tra l'altro – a seguirli su Greenfield, ma ormai non poteva, né voleva, tirarsi indietro: avrebbe trovato altro per quietare la fame, doveva trovare altro. L'irrequietezza stava cominciando a bollirle nelle vene, agitando le pupille. Lo vedeva nelle foto che aveva scattato a quei due, fuori dal lazzaretto. Lo sentiva, nel battito del proprio cuore, nel sapore di sangue sulla punta della lingua. Fortunatamente aveva con sé il braccialetto, e tutto sarebbe andato bene: bastava avere fede. Seduta davanti alla finestra, invece di guardare fuori si scoprì a fissare nei propri occhi, inseguendo i mostri nella testa con un sorriso dolce come il miele. Versò l'ennesimo bicchiere, svuotando la bottiglia, allontanando idee malsane che galleggiavano in un mare scuro e burrascoso, a colpi di alcol e sigarette. Mancava qualcosa. Lo percepiva nel tremore delle dita, quel impulso a cercare altro, oltre la normalità, oltre la moralità, oltre il dannato limite della legalità. Doveva inventarsi qualcosa, e presto. Doveva trovare una valvola di sfogo. Doveva sentire ancora una volta il flusso drammatico dell'adrenalina gonfiare le vene, contaminare il cuore e divorarsi l'anima, un pezzo alla volta. Un Bregovic non riesce a stare fermo. E' il sangue dei nomadi che chiama. Ma per il momento riusciva ancora a contenerlo. Ancora un po'. Ancora un po'.

06/01/15

Capital City - Horyzon, Gennaio 2517

Quando il portiere del palazzo le ha consegnato la busta, nella mattinata grigia e nevosa di Capital City, lei stentava a capire. Erano anni che non riceveva una lettera e ormai si era adagiata perfettamente sulle letture elettroniche, dimenticando l'odore dell'inchiostro, la ruvidità del cartoncino, il sapore della colla sotto la lingua. L'aveva appoggiata sul tavolo della cucina, dimenticandosene completamente, presa com'era in una conversazione al telefono con la madre. Si trattava solo di chiacchiere prive di spessore, raccomandazioni morbide e un invito a cena. Parlavano in mandarino, mentre lei, scalza, navigava senza meta in una casa fredda e spenta. Stava sulle punte, nemmeno il pavimento fosse fatto di cristallo congelato. Solo sul termine di una discussione che non ricordava nemmeno com'era cominciata si ritrovò a rigirare la busta tra le dita.

Era troppo pesante.

La voltò, non c'era mittente ma c'era un indirizzo, che però non le diceva assolutamente nulla. Appoggiò l'auricolare del c-pad sul tavolo d'acciaio lucido, lasciando la conversazione ormai vuotata di qualsiasi direzione che potesse tornarle utile. Raccolse le gambe incrociandole proprio lì, sul tavolo della cucina, in una casa vuota dalle finestre grandi sulla nevicata che continuava, leggera ma persistente, ad imbiancare ogni cosa. Si chiuse, addosso aveva solo un paio di calzoncini e una canottiera. Fuori nevicava ma dentro la temperatura era perfetta, nonostante il pavimento improvvisamente freddo. O era la sua coscienza? Un freddo simile lo aveva provato solo quando qualcosa non andava. Stava per infilare il dito nella piccola fessura della busta ma desistette. La fissò ancora, sul fronte c'era solo l'indirizzo e il suo interno, non il suo nome. Aggrottò la fronte, tornando a girare di nuovo la busta. Niente. Quel indirizzo nei sobborghi non le diceva davvero nulla.

Troppo pesante.

Afferrò un coltello dal ceppo, lasciandolo scivolare contro la piega della carta, insinuandolo con studiata lentezza fino a che non fosse completamente aperta. Usando solo la sinistra riuscì a schiudere la ferita che aveva appena aperto nella carta ma non fu di nessun aiuto. Si aspettava di individuare una grafia, stampigliata su fogli ripiegati, invece all'interno c'era solo bianco immacolato. Non sarebbe stato difficile, a quel punto, pensare male – ad uno scherzo probabilmente. Qualcosa le premeva sulle meningi, le tempie pulsavano piano, in un crescendo di disagio. Piantò il coltello nel ceppo, con decisione e senza pietà. La busta venne rovesciata di nuovo sul palmo della mano destra, lasciando che la gravità la svuotasse di quei fogli bianchi. Erano ripiegati a fisarmonica, a gruppi di due, per un totale di dodici fogli.

Per quello doveva essere pesante.

Le sembrava quasi di scartare uno di quei regali che il padre le riempiva di carta velina per acuire il suo nervosismo nell'aprire quei dannati pacchetti. Aveva sempre odiato le sorprese, fin da che ricordasse, ma la gente insisteva nel fargliene. La gente che non riusciva davvero a capirla. Nello svolgere ogni singola piega sperava di trovare una frase, un indizio. Non era mai stata paziente con questo genere di cose. Con il resto sì, ma con questo proprio no. Senza accorgersene si era anche accesa una sigaretta, che reggeva, mollemente incastrata nell'angolo delle labbra crucciate. Era crucciata dalla mattina, non aveva mai tenuto un broncio così a lungo in vita sua. Ancora fogli e ancora niente. Not. A. Single. Clue. Doveva essere la carta a rendere la busta così pesante. No?
No. Non era quello il motivo che la rendeva così pesante. All'interno, appiccicata con un pezzetto di nastro adesivo, di quello isolante da meccanico, c'era una chiave elettronica. Proprio la chiave di una serratura.

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Dall'altro lato della strada se ne stava immobile ad osservare i led che componevano il codice del palazzo. Il taxi l'aveva lasciata fuori dal quartiere e lei, avvolta nel suo cappotto lungo ed il calzato sul capo, si è fatta quei tre isolati a piedi, nella neve. Il silenzio aveva un che di irreale, non avrebbe mai pensato che una zona come quella conoscesse una simile quiete. Aveva finito la sigaretta, gettando il mozzicone in un mucchio di neve sporca, una poltiglia di nevischio sollevata e ammassata dal passaggio delle auto. Nella tasca rigirava con cautela la chiave. Sotto la luce di un lampione ne leggeva il numero, ancora e ancora. Solo dopo quasi un'ora di attesa, senza che anima viva uscisse od entrasse in quel edificio infinito, si decise ad entrare. Si soffermò a leggere i nomi – dove c'erano ovviamente – sui vari campanelli. Nulla di quello che riusciva ad intuire le risultava familiare, ma non aveva bisogno di premere nulla, per farsi aprire. Passando la chiave magnetica la porta si schiuse con un suono vibrato, lasciandola entrare in un androne tutto cemento e luci a neon bianche. Di certo lì non c'era nessun portiere. Sulla parete di destra una planimetria mostrava la distribuzione dei piani. Con le dita le bastava inserire il codice e veder lampeggiare la posizione. Secondo piano interrato. L'ascensore era riempito dei suoni metallici degli ingranaggi e il ronzio fastidioso di un neon prossimo alla rottura. La porta era placcata di metallo, colorata di marrone in maniera approssimativa dato che si vedevano ancora i graffi e le placche di vernice vecchia, non c'era nessuna maniglia all'esterno e il lettore era incassato nella parete di cemento, all'altezza della serratura. Infilando la chiave un click annunciava l'apertura. Non c'era un suono in quel palazzo e la cosa cominciava seriamente a darle un senso di inadeguatezza. Lei, come al solito era perfetta, non aveva un capello fuori posto, il trucco aveva un che di malinconico, le labbra scure, gli occhi evidenziati dal kajal, le ciglia allungate e folte. Il cappotto nero, gli stivali alti e un vestito di maglia dalle sfumature blu elettriche. La stanza era immersa nel buio, solo la luce del corridoio filtrava delineando i contorni del mobilio. Allungando una mano azionò l'interruttore. Nulla accadde. Insistette un paio di volte, ma il movimento cadeva nel vuoto. Prese il pad che aveva al polso, accendendo il display in modo da gettare uno scarso alone verdastro. Si prese tutto il tempo per cercare di sentire se all'interno vi fosse qualcosa o qualcuno. Sembrava immobile proprio come accadeva nel resto del palazzo e alla fine si fece coraggio. Chiuse la porta appoggiandosi con le spalle, tirando un respiro denso di polvere e odore di chiuso. Chiunque le avesse mandato quel pacchetto doveva aver lasciato il posto da un po', a giudicare dall'aria viziata. Sulla destra c'era una porta, praticamente subito dopo quella d'ingresso. Sfiorò la maniglia gelida prima di proseguire oltre e cercare di vedere cosa ci fosse in fondo a quello stretto corridoio di qualche metro. Era buio pesto, non c'erano finestre lì sotto. Ringraziò intimamente Dio di non soffrire il buio e il chiuso come suo fratello. La stanza che si aprì dopo era un buco, l'appartamento sarà stato al massimo una ventina di metri quadrati, un salotto con la cucina, a giudicare da quello che riusciva ad intuire e il letto nella parete opposta, incastrato. La porta che aveva lasciata alle spalle doveva essere il bagno. Allungando il polso cercò di mettere a fuoco i dettagli, ma con quel buio non aveva davvero speranza di capire e lì sotto non c'erano finestre, per cui anche aspettando il giorno, nulla sarebbe cambiato. Arretrò, con cautela, fino a che non percepì qualcosa premerle contro la nuca e scivolare contro il collo, in modo da premere direttamente sulla pelle chiara. Era metallo fin troppo familiare. Conosceva il tocco della canna di un revolver. Le spedì un brivido allarmato lungo la colonna vertebrale, fino alla punta dei piedi. Sentì il click del cane armato. Riusciva quasi a sentire la rotazione del tamburo che offriva il fondo del proiettile alla pressione. Deglutì d'urgenza, con la saliva che si era cristallizzata in gola, rendendo il palato di carta vetrata. Chiuse gli occhi, sollevando le mani lentamente. Il display del c-pad si spense, andando in risparmio e lei piombò nel buio. Non sentiva più silenzio, ma il suono galoppante del proprio cuore e il leggero allarme acustico del BS-lifecare che aveva al polso, che avvisava dell'impennata dei livelli. Una mano le afferrò il polso, le sfilò il bracciale con una facilità che le rimase impressa e anche quel suono si spense. La stessa mano le si piantò tra le scapole, spingendola in avanti di un passo e scivolando lungo la spalla fino ad arpionarla, costringendola a voltarsi. Era buio pesto, ma al posto del metallo rigato sentì i polpastrelli ruvidi di un uomo strisciare contro la pelle del viso, allungandosi fino a catturare il collo. Quattro dita piene e uno strattone, l'impatto di rimbalzo contro un petto ampio e vivo di un respiro fin troppo affaticato. Le si legò un nodo in gola, confusione e un senso di nausea le resero le ginocchia molli. Si catturò il polso, stringendo la medaglietta del bracciale, sgranandolo come un rosario mentre le labbra si muovevano senza trovare il fiato di dire nulla. Non capire era una cosa che non aveva mai sopportato, mai. Non capire le gettava addosso un peso che non poteva sostenere, fragile senza il controllo delle situazioni. Si ritrovò a posare le labbra sulla fronte di qualcuno, tra i capelli lunghi a solleticarle il naso con un odore che la pungeva da dentro, fino al fondo della gola. C'era un'idea strana che le faceva formicolare la nuca. Una sensazione familiare che la trovò chiusa nell'abbraccio ansioso e pretenzioso di braccia familiari. Rimase immobile, nel buio, anche quando le braccia la lasciarono. Sentì sfregare la punta di un fiammifero e finalmente capì osservando il dorso di quella mano che reggeva la fiammella, i disegni tatuati. 

Trenta minuti dopo stava osservando la fiamma in una lattina divorare un pezzo di combustibile sintetico che riempiva l'aria di un odore insopportabile. Era accoccolata contro il divano, in un angolo, ad ascoltare il fratello minore mentre le spiegava la situazione. Le dita gli tremavano in maniera via via più crescente, a mano a mano che la dipendenza gli bussava contro il cranio, ricordandogli che non poteva tirare avanti ancora a lungo. La blast se l'era lentamente rosicchiato, e nei suoi occhi pulsava una vena di paranoia animale. Lo vedeva chiuso in un angolo, grondare di sudori freddi e ansia. Tutto quello che usciva dalla sua bocca assumeva i contorni indefiniti di un sogno allucinato, eppure sapeva che si era salvato per puro miracolo. Alle sue spalle vedeva brillare la stessa maledizione che si era portata gli altri nove che avevano avuto la sfortuna di avere gli stessi genitori. Solo allora ci pensò su ancora, e si rese conto che erano in tredici, in tutto. Tredici tra fratelli e sorelle. Un numero spiacevole, dicevano. Le venne da ridere, lei era il Messia che aveva perso quasi tutti i suoi discepoli prima ancora di conoscerli. No, di certo non era Pietro nè Paolo, nè Tommaso, nè tanto meno uno dei Giuda. Per un attimo si sentì come Gesù cristo, e quello che aveva davanti era la sua croce - Ho bisogno di soldi, Nadya. - Eccolo il punto saliente di tutta quella messa in scena. - Di quanto parliamo? - Chiese, senza farsi trascinare troppo dalla fantasia, allungandosi ad accendere la sigaretta contro la fiamma danzante che puzzava di naftalina. - Il debito che ho con Duankou è sostanzioso. - Se c'era una cosa che l'urtava era il modo di non rispondere ad una domanda diretta tergiversando per cercare scusanti che non ci sono: una perdita di tempo senza senso. - Ho capito, andrò sullo skyplex, ma ad una condizione. - Era stanca di dare senza ricevere, specie da loro. Stanca di sforzarsi di tenere assieme i pezzi di qualcosa che si era spaccato mille volte. Lash era ancora a Fargate, ammesso che fosse ancora vivo, Mihai non si faceva vivo da tempo. Jal non chiese, pendeva semplicemente dalle sue labbra in attesa che si spiegasse - Andrai in clinica e ti pulirai le vene da quella merda. Non ti darò un soldo, Jal, fino a che non ti verdò di nuovo lucido. Dio m'è testimone fratello. La prossima volta che mi tiri uno scherzo come quello di oggi, ti farò conoscere l'inferno molto da vicino. - Non c'era nessuna pietà nella sua voce. C'era qualcosa di latente, di violento nel modo in cui si sporse per piantare lo sguardo in quello distante e spaventato del fratello minore. Avevano due anni e otto mesi di distacco, l'uno dall'altra, ma sembravano essere dilatati su decina di anni, in suo favore. Lei i suoi non li mostrava, mentre Jal aveva sulle spalle un peso che lo schiacciava e lo rendeva più vecchio. Sapeva di averlo messo con le spalle al muro. Lo teneva nel palmo della mano, ma le sarebbe bastato stringere le dita per annientarlo e la cosa, come al solito, non le dispiaceva affatto. Si alzò, gli baciò la fronte, lasciando sull'incarto di un panino un indirizzo e nulla più. Si tenne la chiave, lasciando che la porta si chiudesse a molla alle proprie spalle. Ripercorse il corridoio silenzioso, riprese l'ascensore cigolante, calpestò le proprie orme nella neve che non passava, sparendo nella notte con l'ennesima missione da completare.

27/12/14

Devsoara - Poenix, novembre 2516

Si stava truccando. Lo sguardo sbirciava i tratti aquilini del fratello attraverso la parte arrugginita del vecchio specchio. Mihai era appena uscito di galera, aveva i segni sotto gli occhi di chi del sonno aveva ormai fatto a meno da tempo. Qualche cicatrice in più, una gli virgolettava sulla guancia, slabbrata abbastanza da far intuire ancora i segni rossi dei punti grossolani. Erano quattro anni che non si vedevano. Lash era ancora a Fargate, ma preferivano non pensarci affatto. - Il quarantunesimo cielo? Ci saranno solo poveri disperati, ricercatori e poco altro, i pezzi grossi non si muoveranno fino a che non saranno sicuri di aver consolidato le loro fortune. - La voce del fratello era un grattare stanco pieno di biasimo. - Invece di pensare a girare dovresti cominciare a cercarti un uomo degno di questo nome, non potrai continuare a lungo su questa strada, io non ci sarò per sempre e la bellezza svanisce in fretta, Nadya. 
Mi stai dando della vecchia? - il tono di lei era irriverente e divertito. La prigione lo aveva drasticamente cambiato. Ruotò sullo sgabello, alzandosi. Aveva una gonna ampia, tipicamente rimmer nel taglio, la camicia abbottonata fino alla scollatura, il bracciale ancora saldamente ancorato al polso sinistro. Lo raggiunse. Da quando era tornato odiava farsi toccare, così dovette sedere ai piedi del letto, mentre lui richiamava le gambe per farle spazio, rintanandosi nel suo angolo. - Non preoccuparti per me. Tu piuttosto, dovresti considerare di venire a stare a casa mia, per un po'. - L'espressione di Mihai si fece disgustata – Nel 'Core? Te ne puoi scordare, non sarò il bastardello abbandonato che puoi sfoggiare con le tue amiche altolocate, e poi i tuoi padroni non approverebbero di certo. - Fu il turno di Lana di storcere le labbra, scrollando la testa. Prese la spazzola di crine della madre, per ravvivare i boccoli bruni – Come preferisci, resta qui nella polvere e nella cenere, o torna in galera, come ti pare. Io ho un trasporto da prendere.

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Takoma Springs - Roanoke, dicembre 2516

Un mare di possibilità, ecco cosa vedeva in quel pianeta. Nuovo, grezzo, come una tela su cui poter disegnare quello che più piace. Non aveva mai creduto nel destino, ma nemmeno nel caso. Passeggiando per un agglomerato di quattro casupole quadrate e prive di magia, si ritrovò faccia a faccia con l'ennesimo bivio di scelte e possibilità, di azioni e reazioni. Gli occhi scuri carezzarono il profilo adombrato di Gray Holmes. La fortuna ce la si crea: così le avevano insegnato i Cohen. E questo aveva pensato di quel incontro. Aveva avuto la possibilità di entrare in collisione con la realtà di quel uomo già in passato, ma i tempi, evidentemente, non erano maturi. Quando Elian Chernenko le aveva dato il contatto cortex del reporter aveva pensato di contattarlo subito, ma non sempre le cose vanno come le si programmano. Era una verità che aveva dovuto imparare sulla propria pelle fin troppo presto, per i suoi gusti. Non importava quanto si sforzasse, non importava fino a che punto si spingesse, alcune cose proprio non poteva cambiarle. Eppure di fronte a quella che sembrava una seconda possibilità non ebbe la benchè minima intenzione di tirarsi indietro. Quel uomo aveva qualcosa di magnetico. A parte il bell'aspetto, sotto la scorza affabile ed ironica, dietro i modi sagaci ed intriganti, aveva una nota malinconica che le stuzzicava la gola, come un profumo speziato. Quel genere di uomo che sa il fatto suo, che ha sulle spalle pesi immensi che nessuno può conoscere, il genere di uomo che ha esperienze profondissime delle quali preferisce non parlare, ma che si leggono in ogni ruga o in ogni riflesso dello sguardo azzurro. Gray è il genere di persona dalla quale una come lei avrebbe dovuto stare lontana anni luce. Il suo intuito di reporter, quella naturale tendenza a ficcanasare che si suppone la sua professione gli abbia conferito potevano costarle caro, tuttavia sentiva, nello scambiare sguardi, nel giocare tra un sorso di alcool e l'altro, che non aveva nulla di che preoccuparsi. Era un azzardo, e il sapore di quel rischio le riempiva la bocca meglio di un buon bicchiere di bourbon, corposo e vellutato. Per lei fu davvero semplice incontrarlo di nuovo, ancor più fu semplice cedere al suo sguardo, alle sue battute. Sapeva perfettamente di cosa aveva bisogno Gray Holmes, e la cosa terribilmente affascinante era che lei aveva bisogno della stessa cosa. Era uno scambio perfettamente equo, per una volta soltanto. Privo di pretese, privo di vincoli di progettazioni o macchinazioni. Non c'era copione, non c'erano secondi fini. Solo le pulsioni naturali alle quali fanno incontro spiriti compressi dalle costrizioni della vita. Questione di una notte, forse qualche ora in più fino all'alba, perchè quando i fantasmi ti inseguono il sonno dei giusti non arriva.
Maracay - Richleaf, settembre 2505

Mihai, dove mi stai portando? - la voce era un sospiro. L'aveva trascinata fuori dal suo letto a notte fonda, costretta ad infilarsi un paio di pantaloni sopra quelli del pigiama e gli stivali. Avvolta in un cappotto troppo largo, ancora mezza assonnata, stava camminando da troppo tempo per rendersi conto di dove stesse davvero. Lui aveva la sigaretta tra le labbra, le dita forti attorcigliate contro il bavero del suo cappotto, la strattonava tra i vicoli mentre lei si lamentava, senza nemmeno darle un indizio. Solo quando raggiunsero un vicolo cieco, si fermò. La spinse verso il fondo di quella strada chiusa, indicandole con un cenno la parete di fondo. La luce era intermittente, i neon stradali dovevano avere un qualche difetto, lampeggiavano in maniera inquietante. Strisciando gli stivali arrivò a metà strada ma fu costretta a fermarsi, bruscamente. C'era qualcuno. - Chi è là? - chiese, esitando. La voce rimbalzò agghiacciante nello spazio chiuso, tornandole indietro senza ottenere risposta. A parte il ronzio dei neon lampeggianti non c'era un sospiro se non suoni troppo distanti per minacciarli. Mihai si mise spalle al vicolo, controllando: faceva da palo. Lo aveva visto diverse volte. Avanzò di qualche passo: aveva le gambe stese, il busto era addossato alla parete umida e sporca di graffiti. Gli occhi erano sbarrati, immobili e nell'aria c'era un forte odore di ruggine. La luce dipinse i tratti di una giovane ragazza, le labbra sbavate di rossetto scuro, troppo trucco e i segni coperti di un vecchio livido. Gioielli da pochi soldi, appariscenti e un abbigliamento che difficilmente si poteva discostare troppo dalla professione che doveva compiere. - Cristo... - soffiò lei, e in quel momento la mano del fratello le si posò sulla spalla, facendola saltare di paura. Non urlò solo perchè glielo impedì lui, tappandole la bocca e stringendola di ferocia. Si sporse, per sussurrarle all'orecchio – Non urlare, o arriveranno altri. Cercavi l'ispirazione, no? Adesso cell'hai. - Appese le dita a quelle ruvide del fratello, costringendolo a liberarla, aveva i segni della pressione sulla pelle chiara delle guance. - Sei stato tu? - chiese, cercando di ruotargli tra le braccia, per cercarne il viso. Le cadde la cenere sulla spalla – Ha importanza? Ti ho trovato quello che volevi, ma fa presto.

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Jutòu - Xinhion, ottobre 2505

Mentre ritoccava le foto con l'holodeck, nel suo studio privato a Jutòu, si perdeva nei dettagli che quella notte, a Maracay, non era stata in grado di cogliere, a causa dell'adrenalina e di quella sensazione asfissiante di paura, mitigata dall'assoluta gelida indifferenza del fratello. Le tracce di sangue sul muro, la direzione degli schizzi, le orme. Non potè fare a meno di ricordare come raccolse il mozzicone di sigaretta lasciato incautamente da Mihai, per evitare di lasciar tracce. C'era qualcosa di terribilmente bello nel riflesso cremisi sotto la luce dei neon malandati, così come nel bagliore asettico della luce bianca nelle pupille dilatate. Il vitreo era privo di vitalità, era animato solo di un buio vorace che sembrava bramare di cibarsi delle loro anime. Aveva avuto la cura di non fotografare dettagli eccessivamente facili da ricollegare, o avrebbe dovuto spiegare troppo a troppe persone, e non poteva permetterselo. La soddisfazione più grande sarebbe stata sicuramente mostrarle alla famiglia: non avevano mai apprezzato completamente l'idea di comprarle quella macchina fotografica, ma le era servita per la tesi, attirando l'attenzione di molti almeno nell'ambiente universitario, al punto da convincere uno dei suoi professori ad allestire una mostra nella sede centrale della sua università. - Sei pronta, jiě jie? - Darren apparve sulla porta mentre lei era incantata ad osservare. Si voltò per sorridergli, dolcemente, sollevandosi a cercare una carezza ed un bacio tenero sulla guancia del fratellino, il suo più dolce cucciolo – Sono pronta.

Devo dire che il suo è un talento naturale, Miss Cohen. - Il suo accento aveva la ricchezza del miele, i suoi modi l'eleganza del sangue buono. Era di Corona, ed era lì su invito della famiglia, ovviamente. Il padre le aveva comprato un nuovo vestito, rosso, con un dragone ricamato che saliva lungo la gamba, avvolgendosi attorno alla vita fino a svanire sotto le volute di capelli castani, lasciati sciolti su richiesta della madre. Il trucco non aveva bisogno di essere pesante, il vestito appariva da solo come un faro nella notte, ma fu costretta a privarsi del bracciale che le avevano regalato su Phoenix. Sublimava il nervosismo attraverso le camminate. Sfilava avanti e indietro tra le sue foto, proiettate contro teli bianchi disposti in un labirinto intricato che costringeva le persone ad affrontare il seme pulsante della violenza umana. Era un ottimo allestimento e non se ne sarebbe mai lamentata, in altre circostanze, ma privata di quel suo ninnolo si sentiva addosso un'ansia crescente. La voce di Davon, per quanto mansueta, le sembrò più un'aggressione che una coccola, tanto da farla quasi scivolare per un insidioso gradino. Fu lui ad afferrarla saldamente per il polso. Si voltò, le foto incombevano, le luci erano state sudiate in modo da accentuare i contrasti, calcare la mano sui colori e l'assenza degli stessi. Si piantò a fissare l'occhio della ragazza di cui non sapeva nulla. - Si sente bene? - Il perfetto rampollo di buona famiglia era già entrato nel copione. Bene non era un termine che avrebbe utilizzato in quel contesto, ma lo cercò con lo sguardo. Piacente quanto bastava, perfettamente ricco, non ebbe esitazioni nel lasciar scivolare la mano, catturando le sue dita. - Usciamo di qui. 

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Capital City - Horyzon, dicembre 2505

Erano almeno due ore che aspettava seduta in quel ristorante. Era da Davon essere in ritardo, ma non fino a quel punto. Il cortex pad vibrò quando stava per ordinare l'ennesimo bicchiere di vino. La frequenza le era sconosciuta eppure non sentiva preoccupazione, piuttosto bruciava un certo senso di fastidio a causa dell'imbarazzo di dover attendere un uomo. Era vestita in maniera squisitamente elegante, un abito blu notte, ravvivato di riflessi viola e argentei, che era stato lui a regalarle, assieme all'anello che spiccava al dito. - Sì? - rispose con nota di biasimo nella voce, pronta ad incolpare chiunque fosse della pessima figura che stava facendo, ma la linea cadde. Ci mise poco a riprendere il numero chiamante e ad avviare di nuovo la conversazione. Appena ci fu risposta non le venne dato nemmeno il tempo di replicare - Lui non verrà. Adesso alzati, prendi il cappotto, paga e scendi, ti verrà a prendere una macchina nera, Nadya. - schiuse le labbra nel tentativo di dire qualcosa ma la comunicazione si interruppe. Provò di nuovo a richiamare, ma il dispositivo dall'altro capo non sembrava più attivo. Le ci volle una buona manciata di minuti per rendersi conto di stare ascoltando il suono atono di una linea che non c'era. Quel nome significava tutto. Pagò, passando il polso con fare svogliato. Le movenze erano automatiche, infilò il cappotto, prese l'ascensore per abbandonare l'attico dove si trovava il ristorante e scendere a livello della strada. Non poteva fare a meno di giocare con il bracciale al polso, la medaglietta tintinnava contro il filo argentato di altri ninnoli che aveva addosso, per camuffare in qualche maniera l'ossessiva presenza di quel gioiello. La macchina era lì, i vetri scuri, la linea affilata come una lama di coltello. Si guardò attorno, cercando facce tra la folla, persone conosciute ma sembrava che fosse circondata da manichini. Allungò le dita, lo sportello si aprì, l'abitacolo era illuminato da una luce rossa, proprio come una camera oscura. Una mano, tatuata, si allungò, porgendole il palmo. Riconosceva quei tatuaggi, le erano familiari come, in fondo, lo era anche la voce al cortex. Non aveva visto quella mano nè aveva sentito quella voce da diversi anni, ormai - Jal. - La sorpresa riuscì a scacciare via ogni dubbio. Si accorse di non essere minimamente preoccupata della sorte di Devon, piuttosto lo era della propria. - Nadya, possibile che dobbiamo venire fino nel 'Core per salvarti da certi damerini? - l'ironia di quella frase non veniva affatto dalla voce del primo, c'erano altri in quella macchina, almeno altri due. I suoi fratelli: Mihai alla guida, Lash seduto al suo fianco, voltato ad abbracciare lo schienale del sedile passeggero. Tirò un sospiro di sollievo, sciogliendo i capelli, affossandosi nel proprio posto, scalciando le scarpe col tacco alto. - Dov'è? - La macchina correva, gli edifici scorrevano come le fronde di alberi in fiamme. Era nauseata, ma allo stesso tempo rassicurata. - A quanto pare il tuo perfetto fidanzato era un vero pezzo di merda. Sapevamo che non era fatto per te, domani, leggendo il giornale, lo capiranno anche i tuoi proprietari. - Odiava quando usavano quel termine per definire la sua famiglia adottiva, ma non aveva la forza di controbattere. - Suppongo di dovervi ringraziare. - le era apparso un piccolo, involontario, sorriso sulle labbra. - Perchè mai? Noi non abbiamo fatto proprio nulla, siamo venuti a saperlo per caso, in fondo conosciamo bene la feccia di certi posti, e il suo nome risuona come un sasso in un pozzo profondo. Siamo venuti solo per avvisarti, da bravi fratelli. - le venne da ridere e non si trattenne dal farlo, contagiando anche loro. Nel viaggio si rese conto che non voleva davvero sposarsi con Davon, così come non la voleva dall'uomo che i suoi avevano pagato per dimenticarsi di lei. Aveva tutto quello che le serviva, e se qualcosa le mancava, semplicemente si allungava e lo prendeva. - Accompagnatemi a casa, ho pagato con il chip, sapranno quando ho lasciato il ristorante. - ci fu un lungo ed enigmatico silenzio, talmente denso che nemmeno lei riusciva a capire cosa stava succedendo. - Dove andiamo? - chiese, in un secondo momento, aggrottando la fronte. - Vedi sorellina, tu, sconvolta dal ritardo di diverse ore del tuo adorato fidanzato sei andata nel suo ufficio perchè non rispondeva alle tue chiamate... - mentre parlava, Jal le maneggiava il pad, in modo da far partire la chiamata al contatto di Davon. Si passavano la palla, a vicenda, scivolando dal più giovane al medio -  e troverai un vero casino lì, ma non lui. E' come se qualcuno in fretta e furia avesse raccolto ogni cosa importante, lasciando un programma a ripulire il sistema. Programma che si può fermare solo conoscendo una password specifica... - avevano studiato ogni cosa e invece di inorridirsi, si sentiva dannatamente fiera. - Che conosci anche tu, perchè gliel'hai letta nel taccuino, quello da cui non si separava mai. Purtroppo alcuni dati, come ad esempio le riprese delle telecamere interne saranno ormai persi, ma quello che ci troverai pensiamo che basterà a mandare a monte ogni cosa, specie la sua credibilità e di conseguenza, con tuo sommo rammarico, anche il tuo matrimonio. - Non c'era pietà nella voce di nessuno dei tre. Raccontavano come se stessero leggendo una pagina di giornale. - E come la mettiamo con la macchina? Mi hanno vista salire su questa macchina. - Mihai si voltò, con calma, inquadrandola mentre si addentrava nel parcheggio sotterraneo della struttura che accoglieva gli uffici del suo ex-fidanzato. - Non l'hai riconosciuta? E' l'auto dell'azienda che hai chiamato e che guidava il nuovo autista, fortunatamente nei paraggi e arrivato qualche minuto dopo, sotto il ristorante - Lash agitò la mano, evidentemente era lui l'autista designato, al polso aveva il c-pad e capì che la frequenza che aveva chiamato era quella. In quel momento si chiese da quanto tempo stessero escogitando tutta quella storia, e soprattutto, quanto ne avevano guadagnato. Non si sarebbero mossi tutti e tre, per lei. - La mia parte? - domandò, spicciola, strappando una risata al più giovane dei tre. - Tremila. E' una cosa buona che gli investitori del tuo fidanzatino siano persone a cui non piacciono i conti elettronici, sai? E poi mi sembra un buon prezzo per alcune delle tue foto artistiche.

Lo studio era un vero caos. La cassaforte era aperta e dentro non c'era nulla, l'holodeck era acceso, il programma macinava informazioni su informazioni e lei posò la borsetta sulla scrivania, inserendo la password. I dati che comparvero a schermo la fecero arretrare, si parlava di contatti con la malavita di Maracay, addirittura dell'assassino di una certa Lupita Suarez una prostituta, per conto di Davon. La foto del vicolo le fece ruotare lentamente il viso, fino a mettere a fuoco quella stessa ragazza, in quella stessa strada. Tutto si collegava, per quanto lei quel uomo lo avesse conosciuto solo qualche mese dopo, tutto era stato programmato, in maniera quasi maniacale dal sangue del suo sangue. Recitò la sua parte, non che fosse difficile in fondo, aveva il dubbio che quel uomo perfetto fosse davvero invischiato in quella storia, aveva il tarlo, nella testa, piantato con amore da quella marmaglia di canaglie con cui condivideva il corredo genetico. Di certo non ci sarebbe stato nessun matrimonio, nè quel giorno, nè in altri a venire. Di uomini da incolpare ce n'erano tanti, così facili da raggirare quando gli agganci c'erano, e se non ci pensavano i fratelli a liberarla, c'erano i Cohen che con i soldi si compravano un buon nome, un buon compagno, prima che cadesse in rovina o semplicemente sparisse.